Parole e musica di Eugenio Finardi

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Eugenio Finardi è uno dei padri del rock italiano. Nel corso dei turbolenti anni ’70 ha pubblicato dischi seminali come Non gettate alcun oggetto dai finestrini (1975), Sugo (1976), Diesel (1977), Blitz (1978) e Roccando rollando (1979): album che solo colleghi come Edoardo Bennato e Ivan Graziani hanno saputo eguagliare. Difficile citare tutte le perle contenute in quei lavori: bastino per tutte Musica ribelle, La radio, Diesel, Non è nel cuore, Extraterrestre e La canzone dell’acqua.
Nel suo ultimo tour Parole e Musica, che ha toccato anche il Teatro Comunale di Pergine, l’artista milanese ma di madre americana fa il punto su oltre quarant’anni di carriera accompagnato da una band semiacustica formata da Paolo Gambino (tastiere), Giovanni Maggiore (chitarra) e la nipote Federica Finardi (violoncello).
Oltre alle canzoni ci sono quindi le parole, che Finardi usa per introdurre i vari brani e per spiegarne in alcuni casi la genesi. Si parte col successo targato 1983 di Le ragazze di Osaka per arrivare a Come Savonarola, tratta dall’ultimo disco Fibrillante (2014), prodotto e scritto assieme a Max Casacci dei Subsonica. La sua identità a metà tra Italia e Stati Uniti è ben espressa in Dolce Italia, mentre con Hallelujah, tributo al canadese Leonard Cohen, cerca di ristabilire la par condicio, anche se poi si lascia sfuggire che “i canadesi sono gli americani venuti bene”. Dagli anni ’90 ripesca una perla come Un uomo, che la dice lunga sulla sua maturità umana e poetica, per poi aprire una finestra sulle composizioni più recenti con Nuovo umanesimo e la bellissima Cadere sognare, su una piaga di urgente attualità come a disoccupazione.
Dai primi anni ’80 tira fuori dal cilindro la sua canzone d’amore per antonomasia dedicata alla moglie Patrizia e la splendida fiaba Laura degli specchi, regalata alla voce di Alice e poi incisa in proprio. A proposito di canzoni d’amore Finardi non risparmia la stilettata ai colleghi sessantacinquenni che continuano a cantare canzonette adolescenziali quando il tempo ha ormai fatto il suo corso.
Negli anni zero Finardi ha chiuso con la major per cui incideva per dedicarsi solo a progetti autoprodotti che gli stavano particolarmente a cuore. Tipo Il silenzio e lo spirito (2003), disco ispirato alla musica sacra inciso a Roncegno in Trentino, da cui propone la splendida rivisitazione de Il ritorno di Giuseppe di Fabrizio De Andrè. E poi Anima Blues (2005), l’album più sentito da chi il blues ce l’ha nell’anima da sempre, come dimostra la torrida esecuzione di Holyland. Il gran finale regala al caloroso pubblico trentino tre intramontabili hit quali La radio, Extraterrestre e Amore Diverso, oltre alla digressione blues di Hoochie Coochie Man, omaggio al grande Muddy Waters.
Un grande artista ma anche un grande uomo, che si concede con generosità al pubblico dopo il concerto, regalando attenzione per una foto, un autografo, quattro chiacchiere sulla sua musica, a differenza di colleghi ben più celebrati che da tempo hanno perso il senso dell’umiltà e della gratitudine.

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Fabio Nappi
Nato a Trento nel 1973. Laureato in giurisprudenza. Giornalista pubblicista, scrivo dal 2004 di musica e spettacoli sulle pagine del Corriere del Trentino - Alto Adige. Appassionato di musica di (quasi) tutti i generi: cantautori italiani e grandi del rock internazionale in primis. Colleziono compulsivamente cd e amo seguire i concerti dal vivo. Cinema, viaggi, libri e calcio (faccio pure l'arbitro) le altre mie passioni.