Musica Selecta (ECM/Ducale)
di Arvo Pärt
Voto: 10 e lode

Ricordo la più micidiale stroncatura nella storia delle recensioni musicali. Rivista francese “Rock & Folk”: anno 1985, band Dead or Alive, album Youthquake. Testo della recensione: “Dead”, con il resto della colonna vuoto, bianco, accusatore.
Mi verrebbe il desiderio di fare lo stesso con questo doppio cd, ma al contrario. Scrivere una parola riassuntiva – tipo “mistico”, “supremo”, “ascetico” – per sigillare l’essenza di un’antologia che fa il sunto della carriera del sommo compositore estone, per vario tempo il contemporaneo più eseguito al mondo.
musica selectaNon è possibile. È sempre più semplice racchiudere il nulla, la Merda d’artista del geniale Piero Manzoni (chissà se veramente c’è nelle 90 scatolette di alluminio in cui la vendeva allo stesso prezzo dell’oro e che oggi sono battute a oltre i 120mila euro l’una…), che fermare dentro uno steccato la grandezza e l’emozione.
L’etichetta discografica che accolse Arvo Pärt nel 1984, poco dopo la sua fuga in Occidente da quella che, seppure obtorto collo, era allora una delle repubbliche socialiste sovietiche, ne festeggia con questo doppio capolavoro gli ottant’anni. Con un percorso emozionale il produttore-selezionatore Manfred Eicher delinea la suggestione che la musica dell’estone ha suscitato in lui: “solo quando un sound raggiunge una certa intensità e durata, una particolare pulsazione e vibrazione, può diventare canzone, una musica di calma interiore, che domanda concentrazione ai musicisti e agli ascoltatori, che articola linee fluttuanti, ombre di colore, pulsione e il silenzio”, così riassume nel booklet.
Una linea personale, che sottolinea – senza soluzione di sequenzialità cronologica – il profondo immergersi del compositore nella spiritualità interiore di ognuno, la suggestione di un materiale musicale progressivamente capace di coniugare l’ascetismo della forma con la pienezza della comunicazione, l’integrità percettiva di chi “con molta sensibilità, si porta dentro la battaglia di questo secolo (il XX, ndr.)”, come affermava Björk già circa vent’anni fa.
Da “Fur Alina” e “Cantus In Memoriam Benjamin Britten” degli ultimi 70 alle recenti “Alleluia-Tropus” e “Da Pacem Domine”, passando per meraviglie come “Mein Weg” e “Magnificat”, Pärt persegue il suo itinerario infinito, che tocca il minimalismo senza farsene fagocitare, che insegue melodie rarefatte su incroci di arpeggi, consonanze e triadi, che “inventa” timbri strumentali inafferrabili (il celebre tintinnabuli che ricerca l’equilibrio dei concerti per sole campane basandosi sugli algoritmi), che finisce per piacere a tutti, da Nick Cave a Keith Jarrett, dai dj berlinesi ai metallari americani, da Ennio Morricone ai registi di Fahrenheit 9/11Il petroliere oppure Gravity.
Le basi arcaiche del procedimento compositivo e la semplificazione dei contenuti espressivi si sono fusi con i portati lunghi della ricerca avanguardista degli esordi (dal 1968 per otto anni si rinchiuse in un silenzio assordante per ripulirsi da ogni scoria e delineare una personalissima aura rarefatta) e con i sedimenti sempre più carichi di una religiosità ortodossa piena e vissuta. L’ispirazione mistica e la dedizione al canto si librano verso un’essenza che sa condurre senza momenti di interpunzione o linee fratturate dentro territori che stanno alla contemplazione come il silenzio sta al suono. Diceva perfettamente Björk: “un rigo sono i miei peccati; il rigo successivo è il mio perdono per essi”.

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Raffaello Carabini
Che dire? Basta citare la cura di oltre 250 cd compilation di new age, jazz, world e quant’altro? Bastano una ventina d’anni di direzione artistica dell’Etnofestival di San Marino? Bastano i dieci come direttore responsabile di Jazz Magazine, Acid Jazz, New Age Music & New Sounds, Etnica & World Music? Oppure, e magari meglio, è sufficiente informare che sono simpatico, tollerante, intelligente... Con quella punta di modestia, che non guasta mai.