“Su e giù da un palco”. Ovvero: ma perché non me lo hai fatto fare, un giro su quel palco dove non son stata mai, a Campovolo?

834
0

Ok, Campovolo 2015 è andato, i giochi sono fatti.

Adesso che è finito, posso dirlo, che avrei voluto vedere una cosa?

Dai, io la dico lo stesso. Chennesò, magari l’ho pensata solo io, ma…

…ma IO ci contavo che Luciano ripetesse la favola iniziata con il Tour degli Stadi 2010, quello del Mostro, per intenderci.

Mi son detta dai, fa i 25 anni di carriera, vuoi che non ci abbia pensato? Dai, in un’occasione come questa, piena di magia, una magia in più ci stava a pennello.

E invece no, uffa, proprio no. Niente.

Ma come Capo, un aeroporto a disposizione, una passerella che ci atterrava il Concorde a disposizione, mezza pista di palco che stavolta la transenna era infinita e tu… non chiami nessuno sul palco con te?

Uffa, ci contavo. Come ci contavano in parecchi, magari tutte quelle – scusate bimbi fan maschietti tutti ma se Luciano deve tirar su qualcuno sul palco, che sia donna è fuori discussione ok?  Nemmeno a parlarne, QUA la par conditio è del tutto fuori luogo – che come me son rimaste fuori dalla magia di quell’esperienza di allora.

Come dite? Voi no? E quante siete, 4? No perché più di 4 non potete essere, sinceramente parlando.

Che io lo dico con assoluta onestà, ho riso e gioito con le mie amiche quando son state scelte per salirci, su quel palco accanto a lui, ma altrettanto onestamente lo dico, che avrei voluto starci pure io, eh!

Voi no? Boh, io non vi conosco, e neppure voi vi conoscete bene, visto che mentite a voi stesse: CHE TUTTE, AZZ!!! TUTTE ABBIAMO VOLUTO ESSERCI SU QUEL PALCO, TUTTE!

Sudate spettinate impiastricciate dal caldo; perfette, truccatissime, leggere come piume; vestite a nuovo o sbracate dopo i due giorni sotto il sole, con i brufoli o senza, perfette o distrutte, ridenti o piangenti ma esserci, assolutamente, per quel momento di gioia assoluta e purissima da spaccarti il cuore.

Perché io me le ricordo, le mie amiche, dopo quell’esperienza.

Mica son state più le stesse.

Che luce avevano negli occhi, che sguardi, che tono di voce, che belle, che erano.

E tu, qui, a Campovolo, che avresti potuto far salire su una vagonata di noi, niente? Che saremmo state tutte così bene e più sane più belle che facevi concorrenza perfino a Lourdes, tu niente?

E non è bello, e non si fa.

Non so mica se mi passa eh Capo, dipende da cosa hai serbo per concludere degnamente questo 2015 di festeggiamenti, quindi, vedi tu.
U_U

Nel frattempo, te le lascio, e ve le lascio, due occasioni per far brillare occhi e cuore, ricordando quel gioco di sguardi, quegli attimi in cui per qualcuno di noi si è deciso in un attimo un bel salto in avanti, in ogni senso: sono i racconti di Silvia, e di Federica.

In tutti i casi io c’ero, in tutti i casi sono mie amiche: posso quindi giurare sopra ogni cosa che è tutto vero. ^__^

 

Silvia Andretta, Torino, 18 settembre 2010

“Quando entrate in quel palazzetto a Torino, il 18 settembre del 2010, ci siamo piazzate “alla valigia”, scherzando ci dicevamo: “ E se prende su una di noi??”

Sarei bugiarda se dicessi che non desideravo con tutta me stessa di essere la prescelta della serata.

Ma sarei bugiarda anche se dicessi che non temevo quel momento, che me la stavo facendo addosso, che nonostante tra di noi si scherzasse, ce la stavamo facendo tutte sotto!

Ed è perché me la stavo facendo sotto che quando in QUEL momento ho visto quel sorriso indirizzato a me e quell’indice indicare me che ho reagito agitando a mia volta agitando l’indice…. Però cercando di gridare“no no no!!!!”

Ma non faccio neanche in tempo a finire il pensiero “io questa cosa non me la merito…” che mi trovo al di là della transenna. E tremo come una foglia.

I miei bookmakers personali, ovvero le mie compagne di concerti, avrebbero scommesso su fiumi di lacrime e possibile svenimento. Ci avrei scommesso anche io, che mi conosco bene.

In realtà smetto di tremare nel momento esatto in cui vengo accolta in uno degli abbracci più belli della mia vita. Un abbraccio in cui spariscono circa diecimila persone e restiamo solo io, Luciano e una delle mie canzoni per eccellenza. Un abbraccio in cui inconsapevolmente scelgo di riuscire a non piangere come una fontana, ma di godermela come dovrei… e come sono certa che lui vorrebbe.

Di quei 5 minuti ricordo a sprazzi immagini mischiate tra loro, i miei occhi incantati su Luciano, il suono più ovattato, le facce delle prime file così nitide, gli amici in transenna che se la godevano con me.

Ma soprattutto ricordo che lì sopra stavo bene.

Che lì sopra mi sentivo perfino bella, ai limiti della perfezione.

Lì sopra mi sentivo al sicuro come non mi ero mai sentita in vita mia. Come mai avrei pensato ci si potesse sentire.

E credo sia questo il primo motivo per cui mi sentirò perennemente in debito con Luciano: per avermi fatto passare 5 minuti di perfezione assoluta, per avermi fatto sentire in totale pace con me stessa, per avermi confermato la forza di certi sentimenti.

E credo che mai potrò mai ringraziarlo abbastanza, né rendergli nemmeno una piccola parte di ciò che mi ha regalato.

Che poi lo so, che lui non vuole indietro nulla.

In fondo (se lo stato di catatonia in cui mi sono trovata quando l’ultima nota di Questa è la mia via è scivolata via non mi tradisce) lui è quello che prima che scendessi da quel palco mi ha abbracciato (e se il primo abbraccio mi aveva come ridestato dallo shock, questo mi ha sciolta e mandato in tilt totale testa, anima, cuore e cervello…) e mi ha detto qualcosa che io ho riconosciuto come un “grazie”.

Lui a me.

Quando tutti i grazie di questo mondo e di tutti i piani conosciuti e inesplorati, in quel momento, dovevano essere solo per lui!

E poi… ricordo le lacrime che alla fine, tornata dalla parte “giusta” della transenna, si sono sciolte.

Ammetto di aver passato la notte in bianco.

Ricordo mille messaggi e mille dimostrazioni di affetto.

Ricordo i tag in tante foto e le lacrime che non potevo fermare ogni volta che mi rendevo conto che… minchia, era successo davvero.

Ricordo l’emozione degli occhi dei miei genitori ascoltando il mio racconto confuso.

Ricordo come sentivo tanto, tanto, tanto bene mescolato ad un sapore dolceamaro che però non mi piaceva.

Perché mi sentivo inadeguata.

Perché mi domandavo chi fossi io per meritarmi un’esperienza così speciale.

Perché qualche piccola frecciatina mi ha ferito.

Non riuscivo quasi a sentire la sua voce, per giorni non ho voluto ascoltare nulla che uscisse dalla voce di chi mi aveva fatto un regalo così bello da essere così difficile da accettare.

E’ stata poi comunque la sua voce a convincermi che dovevo semplicemente… accettare meraviglia.

Che dovevo prendere solo il bello che c’era.

E dato che la quantità di bello che c’era era semplicemente immensa… perché mi stavo facendo dei problemi?

E ora, a distanza di quasi 5 anni, quei momenti lì ce li ho impressi come fosse ieri.

Il ricordo di quei momenti lì mi aiuta, quando qualcosa non va, a tornare a credere che sì, è tutto possibile.

Ricordo tutto quanto scritto qui e tanto, tanto, tanto altro ancora che tengo “impresso a fuoco nell’anima”. Emozioni indelebili sempre capaci di regalarmi un sorriso che arriva dal cuore e per le quali, nonostante “qualcuno” risponderebbe che non devo ringraziare di nulla, io non smetterò MAI di farlo.

Quindi Grazie, Luciano. Quella, per 5 minuti, è stata DAVVERO la mia Vita.”

silvia

 

Federica Ambrogio, Genova, 22 dicembre 2010

“2010, 22 Dicembre: fuori diluvia, forse nevica pure, ma sto sfidando il freddo per difendere il mio 64 sulla mano. Ho visto facce nuove, abbracciato vecchi amici e sono pronta per una nuova avventura: questa sera niente mi potrà fermare dal vivere la serata perfetta. Altro che arrivare mezz’ora prima del concerto come ieri sera. La corsa alla transenna mi premia: sono davanti alla scaletta che porta sulla passerella, e la guardo un po’ inebetita, tanto che l’omone della security arriva, mi schiocca le dita davanti agli occhi ed esordisce con un “si, sale da li la ragazza che sceglie Luciano”. Ma figurati se sceglie me, guarda quanta gente che c’è, stasera guarderà sicuramente dall’altro lato: nella mia testa partono tutta una serie di convenevoli per cercare di fermare il cuore che batte all’impazzata per una cosa che non sarebbe potuta succedere neanche se fosse stata architettata a dovere. A me poi, figuriamoci. E invece succede. Ho ancora il naso all’insù sulle ultime note de “Il peso della valigia” e Ambra mi tocca il braccio. Guardo verso il palco e lui è lì davanti, mi guarda e punta il dito verso di me. Il mio cuore perde un battito, non respiro, non capisco più niente ma sono già per aria. Corro sulla scaletta e lui è lì che mi aspetta, con il suo inconfondibile sorriso e le braccia aperte, pronto a raccogliermi, come se sapesse che con quell’abbraccio avrebbe rimesso insieme tutti i miei pezzi. Uno dietro l’altro sono arrivati i sorrisi, le lacrime, le emozioni e i brividi: ho tirato fuori tutta me stessa per far entrare tutta la vita che con un semplice gesto mi stava passando. Ho assaporato fino in fondo quell’abbraccio, le sue parole, il suo sguardo e il suo sorriso: “quella poltrona è tutta per te”.

Sono passati quasi 5 anni, ma ogni volta che ci ripenso sento un brivido dentro, di quelli che ti fanno rinascere. E in fondo è un po’ quello che ha fatto lui da quella sera: il suo non è stato un semplice abbraccio, ma un vero e proprio passaggio di “vita”. Sono in pochi a capirlo, pochi a non ridere prendendomi per matta quando ne parlo. Io da quella sera sono rinata. Un po’ come se lui avesse scelto me tra tutte perché ero quella che in quel momento ne aveva più bisogno, e lui lo sapeva. Lui cantava, mi guardava, sorrideva, io ero muta, con le lacrime agli occhi e il cuore a mille, ma quelle parole si conficcavano dentro di me come lame taglienti. Lì ho capito. Ho capito tutto. Ho capito cosa dovevo fare, quali decisioni prendere, e da quel momento Lui è diventato la mia ancora di salvezza. Un po’ come se lui riuscisse in qualche modo a salvarmi. Lo fa sempre, da quel 22 Dicembre. Ogni volta mi urla in faccia le parole che devo sentire per prendere la strada giusta, ed ha sempre fottutamente ragione. Io su quel palco non capivo più niente, i miei occhi dicevano tutto senza che io riuscissi a proferire parola: dalla mia voce ne usciva una soltanto, a ripetizione, e non sono riuscita a dirgli altro. Perché in fondo non ci sono altre parole per quello che ha fatto e che continua a fare per me ogni giorno, con ogni canzone, con ogni concerto.”

 

fede

 

Le foto sono state concesse dalle dirette interessate.
La foto di copertina la dedico a chi su quel palco diede degnamente, nella data di Oristano del 7 agosto 2010, festeggiando il SUO concerto numero 100 di Luciano, un assalto di gruppo con le sue amiche di transenna, tanto che Luciano dovette approntare due divani anziché una poltrona: Francesca Faggion. Ciao bimba.

CONDIVIDI
Chimena Palmieri
Sono Chimena Palmieri, classe 1963. Ho un diploma di Ragioneria, una Laurea in Sociologia, un lavoro presso l’Università Politecnica delle Marche. Ho un figlio, Francesco; ho amici, molti interessi e poche passioni. Sono nata a Castelfidardo, cresciuta a Numana, vivo ad Ancona: tutto in 30 chilometri, perché “Credo che la voglia di scappare da un paese con 20000 abitanti vuol dire che hai voglia di scappare da te stesso e credo che da te stesso non ci scappi neanche se sei Eddie Merx”.