I 50 anni di Bandiera gialla

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«A tutti i maggiori degli anni 18, a tutti i maggiori degli anni 18, questo programma è rigorosamente riservato ai giovanissimi». Ormai, però, non sono più giovanissimi gli allora minorenni che, puntuali, il sabato pomeriggio alle 17,40 si sintonizzavano per ascoltare alla radio Bandiera gialla, che proprio oggi compie 50 anni di vita.
Era il 16 ottobre 1965: Renzo Arbore e Gianni Boncompagni aprivano per la prima volta le porte di Via Asiago a Roma ai giovanissimi e, bando alla retorica, da allora niente sarebbe stato più lo stesso.
Ideatori del programma erano stati lo stesso Boncompagni e Luciano Rispoli, a cui si deve l’idea del nome.
Trasmissione irriverente, ben presto sarebbe diventata un punto di riferimento imprescindibile per tutti i ragazzi appassionati di musica, che mal sopportavano le regole e il bel canto all’italiana.
In ogni puntata erano proposti quattro gruppi di tre canzoni, pubblicate di recente o ancora inedite sul mercato italiano: una giuria composta da 40 minorenni, di cui tre quarti ospiti fissi, selezionati tra i frequentatori del Piper Club e tra alcuni figli dei dirigenti RAI, avrebbe votato il pezzo preferito tramite delle bandierine gialle (da cui il nome della trasmissione). Quindi, le canzoni più votate di ciascuna terna si sarebbero sfidate nella finale, contendendosi così l’ambito Disco giallo.
Fu grazie a Bandiera gialla che in Italia vennero diffusi generi fino ad allora sconosciuti: il rock e il beat inglese e americano. Ma grande attenzione era riservata anche agli artisti emergenti italiani ed è merito anche di Arbore e Boncompagni se cantanti come Lucio Battisti, Patty Pravo, Fausto Leali e l’Equipe 84 presero il volo.
Ma Bandiera gialla non è stata sinonimo solo di musica. Col senno di poi, potremmo usare la definizione di “covo di rivoluzionari”, quando però la rivoluzione si faceva a colpi di accordi di chitarra e minigonne. Fu Bandiera gialla a porre le basi per la cultura beat italiana: termine inizialmente riferito alla sola letteratura americana che faceva capo a Kerouac, Ginsberg, ecc., ma che progressivamente acquistò un significato più ampio abbracciando musica, letteratura, ma anche estetica e, in generale, modo di pensare. Non a caso, elemento fondamentale della trasmissione era la giuria di giovanissimi. Una giuria colorata e vociante, parte integrante del programma con i suoi cori, le sue battute e i suoi commenti: «Avevamo inventato i giovani, categoria che non era considerata. Prima i programmatori erano anziani», ha dichiarato proprio in questi giorni Boncompagni.
E i giovani li avevano inventati per davvero. Poco fa riflettevo sul fatto che, se la trasmissione fosse riproposta oggi, io non potrei parteciparvi, avendo ben (!) 21 anni, quando Bandiera gialla era bandita ai maggiorenni.
Comunque, il programma ebbe vita breve, andando in onda fino al 1970. Appena cinque anni. Tempo sufficiente però per rendere la trasmissione immortale e farla entrare di diritto nell’immaginario comune della cultura beat italiana.
Non a caso, il programma ispirò la cover italiana di The Tied Piper di Artie Kornfeld e Steve Duboff, che diventò appunto Bandiera gialla, incisa da Gianni Pettenati, e nel ’67 Mariano Laurenti diresse il musicarello I ragazzi di Bandiera gialla.

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Laura Berlinghieri
Nata a Venezia, ma vivo a Milano. Classe '93. Diploma al liceo scientifico-linguistico, ultimo anno di Giurisprudenza all'Università di Padova e un Erasmus in Spagna. Tanti interessi: dalla scrittura alla musica, dai viaggi alla politica. Musicista per diletto e aspirante giornalista. Prime collaborazioni con Max/Gazzetta dello Sport, Radio Base di Mestre, Young.it e NonSoloCinema.com. Giornalista pubblicista, da cinque anni inviata alla Mostra del Cinema di Venezia.