Vasco e: le bufale, la Treccani, Capitan America ed il declino inarrestabile di Facebook

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La storia è nota, almeno ai fan. Giovedì la compagna di un ex collaboratore di Vasco pubblica un post su Facebook sostenendo che il Blasco è nuovamente in ospedale. Senza che questo post sia in alcun modo ripreso da alcuna testata ufficiale, si scatena il panico tra i fan.

Fino a venerdì inoltrato, quando lo stesso Vasco pubblica sul proprio profilo Facebook una foto che lo ritrae in ottima salute insieme all’amico di sempre Gaetano Curreri. Nel post Rossi minaccia una possibile querela per diffamazione, ma in qualche modo regala anche un’anticipazione ai fan: quel giorno era in studio con Curreri. Si spera non solo per prendere un caffè.

Captain AmericaCuriosamente nella foto Vasco appare con la maschera di Capitan America. Una goliardata come ai tempi dei famosi clippini? Non proprio. In questo caso si può forse parlare della restituzione di un attestato di stima. Nella versione italiana del film Captain America – The winter soldier, dello scorso anno, il supereroe segna persone ed avvenimenti “da salvare”. Nella lista figura anche il nome di Vasco Rossi, il quale evidentemente non ha dimenticato l’omaggio cinematografico. Come non ha dimenticato nemmeno di aderire alla campagna “Le parole che valgono” promossa dalla Treccani: e quale altro aggettivo poteva scegliere il Blasco se non spericolata?

Ma torniamo in tema. Perché sembra che Vasco abbia una calamita attacca-bufale, a ben pensarci. Data ormai un quarto di secolo la voce, ovviamente del tutto infondata, che in un’intervista Rossi avrebbe speso brutte parole verso il sud. Una fandonia senza senso, smentita (con parole e fatti) in tutti i modi. La bufala, nonostante ciò, ha continuato a girare per tutti questi anni.

A cavallo fra i due millenni fu invece la volta delle voci che volevano Rossi gravemente ammalato. Dal 1999 al 2003 fu tutto un fiorire di avvistamenti nei più svariati ospedali, mentre gente che fino al giorno prima nemmeno sapeva chi fosse Vasco ti fermava per strada assicurandoti di conoscere un dottore che aveva un amico collega nell’ospedale x o y che aveva in cura proprio Rossi. Il quale, nel mentre, continuava a fare dischi e concerti e, nel 2003, apriva le sue esibizioni a San Siro con la canzone Credi davvero: sarà ovviamente stato un caso, ma titolo migliore non poteva sceglierlo.

L’episodio di giovedì non è che l’ultimo di una lunga serie. Di suo si presta però ad almeno una riflessione particolare. E’ vero che le bufale in qualche modo sono sempre esistite. Dalla trasmissione orale delle leggende metropolitane, alle catene di Sant’Antonio via mail contenenti improbabili appelli o clamorose (quanto incredibili) rivelazioni, il fenomeno non è certo nuovo. Certo è, però, che Facebook lo ha amplificato a dismisura. Fino al favorire un fiorire di siti che non hanno altro scopo che attirare clic e che grazie al popolare social network rilanciano il frutto del loro perverso lavoro sfruttando la dabbenaggine della gente.

I temi sono più meno sempre gli stessi: immigrazione, salute, la casta, tutto ciò che può indignare o colpire la gente, senza spingerla ad un minimo di verifica o controllo. In un mondo in cui non si cercano risposte, ma solo conferme, ecco che il post che sembra dare credito a ciò che pensiamo su un determinato tema viene immediatamente rilanciato. Il dubbio che il contenuto possa essere falso, spesso completamente falso, sembra sfiorare solo una parte illuminata di popolazione. Ancora convinta che la notizia proveniente da una testata giornalistica riconosciuta sia mediamente più attendibile di quella che arriva da un sito mai sentito prima. Il classico incipit “nessuno ne parla…” utilizzato per pubblicizzare chissà quale rivelazione, contiene in sé già la verità: nessuno ne parla perché è una stronzata. Peccato che ben pochi se ne rendano conto. O anche solo abbiano voglia di spendere trenta secondi per fare una banale ricerca su Google.

Certo, il caso di Vasco è un po’ diverso. La bufala è stata divulgata da una persona che in qualche modo lo conosceva. Però, a suo modo, quanto accaduto è emblematico della potenza raggiunta da un mezzo, Facebook, in grado ormai di veicolare qualsiasi messaggio. Una volta si diceva che non bisogna credere a tutto quello che dice la televisione. Giustissimo. Il problema è che ci stiamo avvicinando al momento in cui non dovremo credere più a niente di quello che si legge su Facebook. Inquietante, a dir poco.

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Marco Pagliettini
Nato a Lavagna (GE) il 26 luglio 1970, nel giorno in cui si sposano Albano e Romina, dopo un diploma in ragioneria ed una laurea in economia e commercio, inizio una brillante (si fa per dire) carriera come assistente amministrativo nelle segreterie scolastiche della provincia di Genova e, contemporaneamente, divorato dalla passione del giornalismo, porto avanti una lunga collaborazione con l’emittente chiavarese Radio Aldebaran e il quotidiano genovese Corriere Mercantile. Dal 2008 curo il blog Atuttovasco.