Pink Freud, l’autoanalisi di Roger Waters

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The Wall, Padova 2013 (c) Giò Alajmo

Voglio molto bene a … The Wall. Il film, “Roger Waters’ The Wall”,il vero film che avrebbe dovuto essere già 35 anni fa, è una bella sorpresa. Roger Waters non si limita a mettere in fila le immagini dell’ultima versione dell’opera rock da lui scritta con i Pink Floyd nel 1979 e portata negli stadi nel 2014, la trasforma nella propria storia, quella della sua ossessione per la morte in guerra del padre, ucciso ad Anzio, o del nonno, ucciso in battaglia durante la prima guerra mondiale, quasi una lunga commovente autoanalisi che parte dal cimitero memoriale delle vittime britanniche della Seconda Guerra Mondiale, dove suona solitario alla tromba il suo requiem, e che si conclude ad Anzio, dopo un lungo viaggio attraverso l’Europa, sulla tomba ritrovata del padre in Italia dove lo stesso tema alla tromba concede l’ultimo saluto.

L’ossessione di Waters, le sue idee politiche, il suo ego spropositato, erano state tra le cause dei dissidi fra i Pink Floyd alla fine degli anni Settanta. Quarant’anni dopo Waters racconta un suo strano sogno e lo interpreta freudianamente come aver “ucciso il padre”, aver concluso il percorso, essersi liberato dell’ossessione di una vita, quella ricorrente in tanti album ma in particolare in “The Wall” e la sua conseguenza estrema “The Final Cut”. Non è difficile trovare in “The Wall” alcune affinità con la storia inventata da Pete Townshend, dieci anni prima con gli Who per la prima opera rock, “Tommy”, costruita anch’essa sul senso estremo di isolamento di un orfano di padre soldato.

Roger Waters (c) Giò Alajmo 2011
Roger Waters (c) Giò Alajmo 2011

Waters, ateo cresciuto in una famiglia trotskista, da sempre dichiaratamente attento ai temi sociali e civili, completa la trasformazione di “The Wall” inserendovi tutte le letture possibili. C’è l’idea di partenza, la rockstar alienata che si isola in un proprio mondo tradita dal pubblico e dalla moglie, c’è l’influenza nefasta delle piccole istituzioni, la ma dre, la moglie, la scuola, c’è la denuncia di quanto facile sia il passaggio dalla passione al fanatismo all’odio al fascismo, ci sono echi mai sopiti del pensiero di Orwell, e una visione sempre più precisa di una società dei conflitti, che muove soldati come burattini e che produce poteri violenti e oppressivi, qualunque sia il regime, fascista, comunista, americano, israeliano, arabo, o delle banche e delle multinazionali o grandi cose industrie. The Wall, opera nata come denuncia della degenerazione del rock, diventa così denuncia della degenerazione della società e dell’individuo e lancia sul grande muro di mattoni bianchi le sue massime, la paura genera muri, la guerra è un furto, il controllo genera oppressione, uniti vinceremo, divisi cadremo. E sul muro volti, nomi e storie di vittime di ogni guerra recente, ogni conflitto, ogni violenza di regime compaiono come scolpite a imperituro ricordo, fino alla catarsi, il crollo finale del muro, ripreso in maniera spettacolare da microcamere al centro dell’evento, poi  sepolte dai mattoni caduti.
Il film, che alterna il viaggio di Waters con le immagini del concerto girate in varie località del mondo (anche Padova per “Confortably Numb”) riesce a commuoverti – il surreale intenso dialogo al bar francese fra Waters e il barista che non può capire) e ad affascinarti anche se alcune riprese live non sono sempre efficaci e c’è a mio avviso troppa condiscendenza agli standard del rock-doc insistendo troppo spesso sul pubblico osannante quando non era necessario nè coerente ai fini del racconto.
Il film è imprescindibile per chi non abbia mai visto The Wall dal vivo, interessante e fonte di ottimi ricordi per chiunque abbia assistito a una qualsiasi delle tante repliche e versioni dal vivo, capaci certamente di offrire emozioni irripetibili.
Divertente lo scambio di battute fra Mason e Waters offerto in allegato al dvd e alla fine del film al cinema, in cui Waters non nega il suo egocentrismo, glissa sui suoi dissapori con Gilmour e rivendica a sé i meriti compositivi del periodo Pink Floyd, chiuso ormai definitivamente per tutti e senza speranze. Mason commenta compiaciuto come Waters abbia rispettato alla lettera l’opera com’era stata concepita nel 1979, senza modificare le parti realizzate nel periodo Pink Floyd, sia pure in maniera burrascosa, assieme a Gilmour, Wright, Mason e Bob Ezrin: “Avresti potuto legittimamente ricamarci su, grazie per non averlo fatto”. Questo consegna – compreso il rispetto delle parti di chitarra di Gilmour – The Wall ai classici della musica contemporanea.
(C) 2015 Giò Alajmo

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Giò Alajmo
Giò Alajmo ha la stessa età del rock'n'roll. Per 40 anni (1975/2015) è stato il giornalista musicale del principale quotidiano del Nordest, oltre a collaborare saltuariamente con Radio Rai, Ciao 2001, radio private e riviste di settore. Musicalmente onnivoro, è stato tra gli ideatori del Premio della Critica al Festival di Sanremo e ha scritto libri, piccole opere teatrali, e qualche migliaio di interviste e recensioni di dischi e concerti.