The Wolfpack. Quelli cresciuti in un film…

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The Wolfpack
di Crystal Moselle
con Mukunda, Bhagavan, Jagadisa, Krsna, Narayana, Govinda Angulo

 

Immaginate di incontrare un giorno del 2010 sulla First Avenue di Manhattan sei cloni delle iene di Tarantino, sei maschi (una femmina era rimasta a casa) di varie età, tutti con gli stessi occhi, lo stesso naso, gli stessi capelli lunghi, come idoli precolombiani. Ognuno con un nome sanscrito. È successo a Crystal Moselle, la regista di questo documentario vincitore del Grand Jury Prize al Sundance e appena passato in Alice nelle città al Festival di Roma. L’incubo era appena finito: i fratelli Angulo erano alla loro prima fuga dal loro appartamento nel Lower East Side dove il padre, peruviano, hare krishna, e la madre americana hippie, li avevano cresciuti in segregazione, dandogli anche un’educazione, al riparo dalle tentazioni della metropoli New York. Quali erano i loro rapporti col mondo? I film. E in particolare (idea che neppure a Tarantino è venuta…) i film di Tarantino (ma anche Il Gattopardo, Batman e Fellini). Che ricostruivano e recitavano con costumi oggetti e sceneggiature riscritte in casa. Mentre noi giocavamo ai videogame, loro giocavano a Jules e Vincent che litigano su chi pulirà il cervello nella macchina di Pulp Fiction.  Nella ricostruzione che si fa in Wolfpack anche il cinefilo incallito annaspa di fronte all’ossessività di questi reclusi dalla nascita che ricordano disperatamente gli schiavi della caverna di Platone, cresciuti bloccati fissando le ombre del mondo esterno, Kaspar Hauser, i ragazzi delle sette dei romanzi di Palahniuk, gli  horror sui redneck americani, i bambini del recente Partisan o  le figurine delle querelles filosofiche degli illuministi. Per rabbrividire un po’ di più il padre si chiama Oscar…

YouTube / KaleidoscopeEnt – via Iframely

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Marco Bacci
Marco Bacci scrive di cinema, tecnologia e libri. Ogni tanto scrive romanzi. È un ex di molti lavori