De Gregori canta Bob Dylan. Un lavoro riuscito

Né omaggio né tributo ma semplice traduzione (in realtà non così semplice). Con questo album Il Principe "fa sue" alcune canzoni del maestro. Le scelte non sono per niente scontate. E l'operazione non delude, anzi...

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Amore e furto
De Gregori canta Bob Dylan
Voto: 8

Innamorato di Bob Dylan fin da quand’era ragazzo, Francesco De Gregori non aveva mai pensato di dedicarsi specificamente al maestro, con un album di sue canzoni tradotte. Lo fa adesso, in un momento felice della carriera, e la sorpresa di chi ascolta è anche la sua, del protagonista: non era in programma, è venuto quasi per caso, per la voglia di non rimanere con le mani in mano dopo un lungo tour che a quel punto poteva bastare.

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Né omaggio né tributo ma semplice traduzione (in realtà non così semplice). Amore e furto è un diorama dylaniano largo cinquant’anni, dalle spine elettriche di Subterranean Homesick Blues alle voluttuose ombre di Not Dark Yet, dal gospel di Gotta Serve Somebody ai buffoneschi enigmi di Tweedle Dee and Tweedle Dum. Neanche una canzone “di protesta”, anche qui senza alcuna scelta deliberata, neanche un “inno di Garibaldi” di quelli che ricorrono sempre negli articoli  dei giornalai convinti che Joanie e Bobby stiano ancora insieme.

De Gregori sa bene che il territorio dylaniano si estende ben oltre quella medina e va, cerca, esplora, ritagliando quello che gli piace e soprattutto quello che può suonare meglio in italiano. Il raccolto è copioso, i frutti dolci, a rivendicare “appartenenza ma non sudditanza”, come ha precisato bene in un’intervista di questa estate; con ligia obbedienza in certi arrangiamenti e rispettosa libertà in altri, con l’assistenza di un’ottima band e la scelta di cantare serenamente “alla De Gregori” anziché grugnire masticare “alla Dylan”.

Un angioletto come te (Sweetheart Like You) e Non dirle che che non è così (If You See Her Say Hello’) sembrano le canzoni più adatte, per come scivolano bene nella nostra lingua e per la dolce schiuma che fanno; mentre Subterranean Homesick Blues è l’unico pezzo che inciampa, un treno troppo veloce che il nostro hobo è costretto a rallentare per riuscire a saltarci sopra.

Non poteva mancare Desolation Row, il brano che stregò Francesco ai suoi quindici anni e finì poi tradotto con De André nel quaderno di Canzoni, 1974. Non è la stessa versione, De Gregori ha voluto rimetterci mano con il senno della maturità e il puntiglio di essere più fedele; e questo la dice lunga sullo scrupolo e la passione che hanno animato questo progetto.

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Riccardo Bertoncelli
È uno dei critici musicali più stimati in assoluto. Nel 1969, a soli 17 anni, fondò Freak, una fanzine dedicata alla musica underground. Da allora non ha più smesso di scrivere, collaborando con tutte le più importanti riviste specializzate, conducendo programmi radiofonici e scrivendo decine di libri. Dal ’96 al ’98 è stato direttore artistico del Salone della Musica di Torino, e da diversi anni tiene un corso di Teoria e tecnica dell’editoria musicale nel contesto del Master universitario di 1º livello in Comunicazione musicale presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università Cattolica di Milano. Dal 1995 è responsabile dell'area musicale di Giunti Editore, per cui ha curato quasi duecento libri dopo una analoga esperienza in Arcana.