Deep Purple, il ritorno dei “classici” del rock

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Deep Purple a Maniago (Ud) 2013 (c) Giò Alajmo

Voglio molto bene a…. i Deep Purple. Sono di nuovo in Italia e non me li perderò.

Incontrai la loro musica da ragazzino quando non sapevo ancora bene se mi appassionasse di più il rock o la musica classica. Avevo avuto alle medie un ottimo insegnante di musica, non vedente, che arrivava in classe con il suo registratorino Geloso dai tasti colorati e riusciva a farti “vedere” la musica. Era un uomo appassionato che sapeva trasmetterti passione. Mi innamorai dell’”Ouverture 1821” di Ciaikovskij rivedendo nei suoni i racconti del maestro, l’avanzata di Napoleone, la difesa dei Russi, le battaglie a cannonate, il dramma dell’inverno, l’incalzare dei francesi, la fuga dei moscoviti, il trionfo, la sconfitta, poi la sorpresa di una Mosca in fiamme, il dramma della ritirata, le note esaltanti del ritorno dei russi vincitori sull’uomo che aveva osato troppo. Avevo deciso di imparare a suonare il pianoforte, mi piaceva Bach, Beethoven, le sonate, le sinfonie, la poesia di Smetana, Vivaldi. Ma anche altro, Otis Redding, Simon & Garfunkel, i Rolling Stones e i maestri del protoprog, Procol Harum con il loro organo maestoso e bachiano, gli Aphrodite’s Child che rivisitavano Pachelbel. Ascoltavo tutto e mi incuriosiva la possibilità di rimescolare le carte fra passato e futuro. Poi un giorno andai alla Mostra di Musica Leggera al Palazzo del Cinema del Lido di Venezia, dove Gianni Ravera portava in tv le novità dell’autunno. Fui come fulminato sulla via di Damasco. Ascoltare i Vanilla Fudge dal vivo, il loro Beethoven psichedelico al massimo del volume, l’Hammond lancinante le pulsazioni della tremenda ritmica Bogart/Appice fu un’esperienza travolgente. Trovai lì il mio Beethoven rock e la strada per il rock che scuoteva davvero orecchie fisico e coscienze. Nello stesso periodo, andando a caccia di grandi assoli di batteria, passando da Ginger Baker a Jon Hiseman incappai in Ian Paice e il suo travolgente solo nel Concert for Group and Orchestra. Un gruppo rock e un’orchestra sinfonica: che strana cosa. Imposi alla mia insegnante di pianoforte di ascoltarlo tutto al posto di una lezione. E mi comprai un organo. Erano tempi in cui tutti divoravano tutto, tutto si mescolava a tutto, e tutto correva veloce: Led Zeppelin, Jethro Tull, Colosseum, Emerson Lake & Palmer dopo i Nice e i Renaissance, Genesis, Pink Floyd, Hendrix… Ma i Deep Purple mi fulminarono letteralmente con “In Rock”.

Era una porta tutta nuova che si apriva, una formazione a cinque solisti, con una ritmica potente come poche, un organo e una chitarra che dialogavano su tanti registri diversi e una voce esplosiva, pari solo a quella di Robert Plant.

Ian Paice, Deep Purple a Maniago 2013 (c) Giò Alajmo
Ian Paice, Deep Purple a Maniago 2013 (c) Giò Alajmo

Sono passati 45 anni da allora. Dei Deep Purple ho seguito le vicende alterne, i trionfi, le cadute, i litigi, le riunioni, le metamorfosi. Poche cose mi commossero musicalmente come il loro ritorno sulle scene nella formazione migliore, quello splendido disco che si apriva su un bordone di tastiera e poi i vari strumenti che entravano uno dopo l’altro, alla spicciolata, come in una stanza semivuota, per poi esplodere all’unisono e urlare “siamo di nuovo qui!”. Li vidi suonare nel 1972 a Bologna – con la Pfm agli esordi a far loro da spalla suonando pezzi dei King Crimson – poi nelle varie occasioni italiane, con Blackmore, con Joe Satriani, finalmente con Steve Morse. Ricordo le lacrime di Ian Gillan uscendo dal loro primo concerto all’Arena di Verona, commosso per aver suonato in un luogo bimillenario “dove hai davanti ventimila persone e le puoi guardare in faccia a una a una”, e il loro splendido recente ritorno con l’orchestra come a spiegare ai tanti emuli che non è la band che deve adattarsi all’orchestra ma il contrario è l’orchestra che deve saper suonare rock. E Ian Paice mi fece sorridere quando mi disse che quando si erano trovati insieme per la prima volta sui erano studiati tutti i dischi dei Vanilla Fudge. Un ciclo che si chiudeva! E ricordo la sera nei camerini, quando l’organista e fondatore Jon Lord replicò a un giovane fan che esaltava i Deep Purple come maestri di heavy metal, dicendogli stizzito: “Noi non suoniamo heavy metal!”.

Perchè l’hard rock non è l’heavy metal.

La lezione dei Deep Purple è quella di base della musica. Per quanto forte e veloce tu suoni devi ascoltare gli altri e creare dinamiche. In questo i tre solisti eccellevano, e anche oggi che Don Airey è al posto dello scomparso Lord e Morse ha portato stabilmente un tocco più americano e meno raffinato là dove spaziava l’egocentrico e ombroso Blackmore (“il miglior chitarrista del mondo quando voleva – spiega Paice – solo che voleva di rado”), il suono della band regala le stesse emozioni e le stesse dinamiche a dispetto dei tempi, perchè, come molti della loro generazione, la musica è nel loro dna, così quando Ian Paice non è in tour passa il tempo andando in giro per il mondo a suonare coi fan, una volta perfino con me, e quando si tratta di andare in studio a registrare qualcosa di nuovo lo schema è quello dei vecchi tempi: “Andiamo in studio accendiamo gli strumenti e cominciamo a suonare insieme, e poi si vede cosa viene fuori”, spiega Glover. E i computer? I click? Gli arrangiatori? I produttori? I campioni? I Loop?

Macchè. E’ rock’n’roll, si fa sudando sullo strumento. Insieme.

 

Giò Alajmo

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Giò Alajmo
Giò Alajmo ha la stessa età del rock'n'roll. Per 40 anni (1975/2015) è stato il giornalista musicale del principale quotidiano del Nordest, oltre a collaborare saltuariamente con Radio Rai, Ciao 2001, radio private e riviste di settore. Musicalmente onnivoro, è stato tra gli ideatori del Premio della Critica al Festival di Sanremo e ha scritto libri, piccole opere teatrali, e qualche migliaio di interviste e recensioni di dischi e concerti.