Irreale è ogni idea,

irreale ogni passione

di questo popolo ormai dissociato da secoli,

la cui soave saggezza gli serve a vivere,

non lo ha mai liberato.

Mostrare la mia faccia,

la mia magrezza,

alzare la mia sola puerile voce,

non ha più senso.

La viltà avvezza a vedere morire

nel modo più atroce gli altri

con la più strana indifferenza.

Io muoio, ed anche questo mi nuoce.


Muore su una spiaggia desolata, massacrato in circostanze poco chiare, il corpo deturpato e abbandonato agonizzante, trovato per caso alle prime luci.

Pier Paolo è un uomo adulto che conserva la verginità interiore di un bambino. 

Persino il suo stile di vita è quello di un figlio di famiglia: vive con la madre malgrado la sua vita relazionale, professionale, intellettuale sia quella complessa e articolata di un uomo coraggioso.

Di Pier Paolo si è detto molto, ma molto poco di quanto la sua visione apocalittica della società italiana sarebbe stata in pieno confermata dai fatti, e superata persino.

La sinistra del tempo e pressoché tutta “l’intellighenzia” retorica che spesso in essa si rifugia, lo hanno ignorato e talvolta persino deriso.

Pier Paolo, poco ascoltato in vita, amato visceralmente da poche intense personalità, tra cui spiccano quella tormentata di Maria Callas e quella ruvida di Alberto Moravia, è uno che accusa, e lo fa senza temere di essere inviso a chi si crogiola nel mito facile dell’artista schierato a sinistra soltanto a parole o di chi ostenta moralismo.

Chi lo irride o compatisce è un privilegiato che critica il mondo comodamente seduto su poltrone di marca, in case-libreria, con esistenze esclusive, a rimarcare il distacco dalla vita che si compie per le strade. Ovvero dai cambiamenti, dai drammi e dalle trasformazioni che la realtà sa prendere dal basso.

La vita reale viene dimenticata da chi ha gradualmente preso le redini della società in nome di un intellettualismo libresco e sterile.

Pier Paolo invece è in strada.

Capisce che la vita interiore e la vita reale, soprattutto quella fatta di eventi duri e concreti, sono la stessa cosa. Intuisce che per comprendere profondamente la società occorre il coraggio di mescolarsi alle sue cellule, e farvi immersione completa.

La sua stessa pederastia è intensamente sfumata di empatia per i suoi giovani e grezzi amanti, al punto da fargli abbandonare qualunque prudenza, al punto da fargli sentire come suoi i ragazzi che frequenta, in un giuoco alla vita che è un misto di osservazione analitica e di partecipazione carnale.

L’inquietudine del fine pensatore e la semplicità materiale convivono in lui. 

Nei lineamenti e nel fisico ha in fondo quella stessa durezza amata nei ragazzi di strada, tra i quali, non fosse per la potente capacità di analisi e per il linguaggio, potrebbe mescolarsi senza essere riconosciuto.

Le partite al pallone in campi brulli di periferia, le colluttazioni, gli scontri verbali sono i suoi modelli.

Prende bestemmiatori e li inserisce in opere sacre.

Sua la scelta di perdenti come attori ideali per un cinema fatto di carne, in cui riecheggia in profondità lo spirito.

Le accuse di oscenità e di pornografia rivolte alle sue opere lo feriscono, e il suo pensiero va alla madre, ma lo vedono anche serenamente convinto nel proseguire secondo sentimento, cercando una giustizia sensibile, difficilmente afferrabile da chi maneggia leggi e codici intrisi dei moralismi e delle ipocrisie di cui l’Italia è grondante.

Le fotografie che lo ritraggono in tribunale lo colgono in atteggiamenti che tradiscono una disperazione e una rassegnazione toccanti. Quelle che lo ritraggono sul set, sono immagini che parlano di un lavoratore. Nella vita privata, chinato su un testo, emerge invece un dolore speciale, atavico, ancestrale.

Il viso di Pier Paolo è una maschera tragica. Del miglior teatro naturale. Lui sembra nato per riconoscerlo e rappresentarlo.

Le scene di “Il Vangelo secondo Matteo”, tra i sassi di Matera, in cui sua madre Susanna nelle vesti di Maria piange il figlio Gesù appena trucidato da una legge spietata, sembrano anticipare ciò che accadrà nella realtà umana del regista poeta.

A dimostrazione che vita e rappresentazione, per chi dice le cose degli uomini, e sa dirle dal fondo, sono una cosa sola.

Non c’è chiarezza sulla sua fine. Alcuni sostengono sia stato massacrato perché scomodo. Perché aveva nemici.

Per altri, il suo delitto è un delitto di strada, uno dei tanti, un fatto violento tra povera gente priva di valori.

Ad aggiungere oscenità alla sua già oscena produzione, quello che improvvisamente mette fine ai suoi giorni, appare come un delitto a sfondo sessuale.

Non si sa, non si vuole che il suo sia visto come un martirio, anche se gli assomiglia.

Com’era inevitabile, la mistificazione cui è andata incontro la sua figura dopo la tragica morte, non rende giustizia della pulizia del suo gesto poetico: ingenuo, volitivo e autentico.

Quello di un bambino.

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gianCarlo Onorato
Musicista e scrittore fuori dagli schemi, ex leader di Underground Life. Ha pubblicato i dischi: Il velluto interiore (1996), Io sono l’angelo (1998), Falene (2004), Sangue bianco (2010, Premio Giacosa 2012); ExLive con Cristiano Godano (2014); ed i libri: Filosofia dell’Aria (1988), L’Officina dei Gemiti (1992), L'ubbidiente giovinezza (1999), Il più dolce delitto (2007), ex - semi di musica vivifica (2013). Centinaia di concerti alle spalle e un nuovo disco e un nuovo romanzo nel prossimo futuro.