Ottanta primavere per un gigante del jazz

Il contrabbassista americano Gary Peacock, già partner di Keith Jarrett, Paul Bley, Albert Ayler e infiniti altri, nonché solista d’eccezione, festeggia i suoi ottant’anni con un bellissimo album, intitolato “Now This”, che non porta il segno di nessuna ruga sonora.

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Gary Peacock Trio
Now This (ECM/Ducale)
Voto: 8

Si tratta in fondo di combinare l’attività più specificamente teoretica, tipica dei filosofi, che produce verità e conoscenza, con la mitopoietica, la capacità di creare miti, propria dei poeti. E farlo in musica – ovvero ottenere un capolavoro – è difficile come distillare oro dai fondali di un fiume in secca. A volte è l’illuminazione di un attimo. Altre il raffinarsi progressivo di una vita. Il più delle volte non riesce, per insufficienza, per distrazione, per solennità, per millanta motivazioni. A pochi, toccati dal dio del narrare qui e ora la realtà umana oppure dello scrutare con occhi innocenti il domani che sarà, accade relativamente spesso.
Gary Peacock ha compiuto ottant’anni a metà maggio scorso e ha voluto festeggiare con un album che insegue senza nessun fiatone, anzi con la lievicopa peacocktà di un uomo felice di scrivere e di suonare, quelle diverse combinazioni-capolavoro di cui sopra, che lo hanno visto più volte protagoni
sta “laterale” durante la lunghissima carriera. A fianco di Bill Evans, Albert Ayler, Paul Bley, soprattutto Keith Jarrett. E anche di Marc Copland, un pianista che aspetta ancora il giusto riconoscimento, al cui album di debutto My Foolish Heart (nel 1988, ancora in veste di sassofonista e con il cognome anagrafico Cohen) partecipava Peacock, iniziando una partnership che ha dato anche due ottimi cd in coppia.
Smessi i panni dello Standards Trio jarrettiano, che pare abbia definitivamente chiuso le trasmissioni, e in attesa del ritorno dell’altro terzetto pianistico Tethered Moon, il contrabbassista dell’Idaho propone in Now This il “suo” trio, con Copland appunto e il sintetico quanto espressivo batterista Joey Baron. I brani sono per buona parte noti, a cominciare dai cavalli di battaglia del titolare “Vignette” (apparsa nel 1977 nel cd Tales Of Another) e “Gaia” (1993, da Triangle della “luna legata”), entrambi più volte ripresi, per continuare con “Requiem”, del 1971 (album Voices di Masabumi Kikuchi) e “Moor” (già magnifica in Paul Bley With Gary Peacock del 1970), fino alla cantabile “Gloria’s Step”, la più celebre composizione del contrabbassista Scott LaFaro, scritta ai tempi della sua collaborazione con Bill Evans.
Sono gli incroci espressivi delle diverse voci – che sanno sempre essere soliste oppure ritmiche al momento più opportuno – che non avevano le precedenti stesure a offrire un clima crepuscolare e insinuante ai brani, con il piano che vola su note argentine, il contrabbasso che appare più granuloso del solito e le spazzole “parlanti” sulla batteria. Così anche le altre tracce si allineano in un percorso jazz che, tra pulsioni sottili e trame melodiche larghe, note tintinnanti e colori acquerellati, si muove slowly: le sognanti “Shadows” e “This”, la deliziosa ballad “Christa”, l’astratta “Esprit De Muse” del batterista e il trampolino per discorsi d’autore “Noh Blues”.
Una musica che sa coinvolgere, di cui sono protagonisti tre solisti in costante dialogo, che sanno ascoltarsi, ricchissima di sfumature e di carezze, sviluppata con un’intensità che riesce a essere teoretica nella costruzione e mitopoietica nell’affresco che viene distillato dalle nostre orecchie.

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Raffaello Carabini
Che dire? Basta citare la cura di oltre 250 cd compilation di new age, jazz, world e quant’altro? Bastano una ventina d’anni di direzione artistica dell’Etnofestival di San Marino? Bastano i dieci come direttore responsabile di Jazz Magazine, Acid Jazz, New Age Music & New Sounds, Etnica & World Music? Oppure, e magari meglio, è sufficiente informare che sono simpatico, tollerante, intelligente... Con quella punta di modestia, che non guasta mai.