Cremonini: «Dopo il tour mi fermo per fare il disco più bello della mia vita».

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Se c’è un artista in Italia capace di rinnovarsi, di rimettersi in gioco e procedere con progetti discografici gli uni “la reazione allergica” dell’altro, questo è Cesare Cremonini. Il trentacinquenne bolognese ama calcare strade sempre diverse, incontrare qualche rischio e poi conquistare il suo pubblico che mattone dopo mattone si è schierato dalla parte dell’ex leader dei Lunapop. Cremonini sbaglia pochissimo, sforna hit di contenuto e al suo pubblico più intimo regala perle nascoste al mondo radiofonico.
Ne parliamo con lui a Bari, nel suo camerino. Mancano due ore al live. Mentre siamo in questo recinto dorato, là fuori la gente ha oltrepassato i cancelli e si sta posizionando nel palasport. Cesare nel suo booklet immagina il parterre come le teste ammassate che lamentano l’attesa in un quadro di Dalì. Spegne l’ultima sigaretta. Inizia l’intervista. Inizia un altro Buon Viaggio.

Che percezione ha ora Cesare Cremonini di se stesso?
Innanzitutto sono molto contento. Il rapporto che ho instaurato negli anni con il pubblico mi piace molto, è un rapporto privilegiato. Son riuscito a far capire a loro molte cose di me. Il nostro rapporto è fatto da un’aspettativa per quello che faccio che non è regalata. È un rapporto alla pari. Penso che il pubblico che sta riempiendo i miei Palasport si aspetti questo da me: un lavoro sempre vero, onesto ed entusiasta. Non so se riuscirò sempre ad essere così, ma se uscirà un mio nuovo disco sarà su questa strada.

Hai scritto quattro inediti nell’ultimo disco: come mai in tour manca Quasi Quasi e 46 è stata eseguita solo in tre date?
Quasi Quasi non c’è perché durante le prove mi sono accorto che creava un salto d’intensità troppo grande rispetto a qualsiasi brano suonassi prima. Questo è un concerto che ha grande intensità e volevo rimanesse molto fluido sempre. Provandolo dal vivo, ho scoperto con la mia band che creava una sorta di crepaccio che non era utile.
Per quanto riguarda 46 ho scelto di farla piano e voce, nonostante sia molto forte sul disco, perché è una canzone talmente tanto personale che mi piaceva l’idea di darci più cuore mentre la cantavo. E ho scelto di farla solo in alcuni posti (a Pesaro, casa di Valentino Rossi, e nelle due date di Bologna n.d.r) per una questione legata al fatto che non è una canzone che va trattata come le altre. È troppo particolare per confondersi con le tante hit che ho in questo tour. Per me è un vestito adatto solo per alcune occasioni, non per tutte.

Quanto ha cambiato il tuo modo di percepire la musica il fatto di scrivere canzoni con Davide Petrella?
Davide è per me una spalla sui testi molto importante. Ho trascorso quindici anni di scrittura solitaria e dolorosa. Guardarsi nella solitudine della propria stanza è un processo non molto gratificante, se non quando esce la canzone. Ho scoperto che quel tipo di scrittura non era il solo modo. Con Davide ho scoperto un dialogo che mi permette di scrivere con grande divertimento. Lui ha un’affinità artistica con me enorme. Cosa che non ho mai trovato con nessun’altra persona. Sono quegli incontri che bisogna riconoscere essere dei punti di svolta della propria carriera.

Hai accennato ad una pausa al termine di questo tour: puoi dirci qualcosa in più?
Faccio una pausa, sì. Questo per me vuol dire: mi prendo un po’ di tempo per scrivere un disco. Mi prendo una pausa di scrittura, non vado in vacanza. Ho un’aspettativa su me stesso molto alta e non mi piace essere il tirabuoi di un progetto discografico. Voglio che ci sia la possibilità di fare un disco che sia il migliore che abbia mai fatto. E questa ambizione necessita di tempo.

L’intervista culmina in dialogo personale. Parliamo di musica a tutto tondo. E di una passione comune: Bob Dylan, che il primo luglio ha cantato al Summer Festival di Lucca. Gli chiedo una breve recensione: «Ho visto una quindicina di volte Bob Dylan. Ogni volta cerco di carpirne le sfumature. Dunque forse, rispetto a chi lo vede per la prima volta, non sono l’orecchio giusto per giudicare. Io l’ho trovato sognante e adeguato ad essere un concerto che più che nelle piazze sembrava adatto per un grande Transatlantico in giro per l’oceano. Nella mia mente immaginavo di essere in mezzo ad un oceano. Dunque direi che è andata bene».

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Marco Fornaro
Ho 18 anni e ospiti della mia play-list sono perlopiù Bob Dylan, De Gregori, i Pink Floyd e tanti altri artisti che mi convincono di essere nato nell'anno sbagliato. Amante di (quasi) tutti i generi possibili, scrivo anche di sport. In due libri a trenta mani ho pubblicato Che Storia la Bari e La Bari siete voi, giusto per render chiara la passione per il biancorosso. Sogni nel cassetto: viver di romanzi e stappare una bottiglia di GreyGoose sui colli bolognesi con Cesare Cremonini.