L’Eagle Don Henley non delude: Cass County e l’aquila grida ancora!

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«I pochi ingrati che sono aggrovigliati dentro non si preoccupano di dove sono nati, crescono selvaggi. La pioggia la rende assetata e pronta a combattere, la sua mente si fa determinata, scura come un temporale. Così il suo amore è cresciuto affilato come un cespuglio di rovi». Con queste immagini dark si apre Bramble rose, opening track di Cass County, nuova produzione di inediti di Don Henley, il tormentato genio, nonché batterista e principale lead singer degli Eagles. Era da Inside job, risalente a una quindicina di anni fa, che Don non dava alle stampe un nuovo lavoro, impegnatissimo a viaggiare per il globo, Farewell Tour dopo Farewell Tour, coi compari Eagles, fantastici performer, armonie vocali al limite della perfezione, ma freddi rapporti interpersonali e, visto con i miei occhi, abituati a salire e scendere dal palco ognuno da un lato diverso, con nere Mercedes separate che li aspettavano e, a parte il dolce vecchio hippy Timothy B. Schmidt e il rocker burlone Joe Walsh, Glenn Frey Il presidente e Don Henley Il dipendente, abbigliati come avvocati di New York in un serial drama, non si guardavano neanche in faccia.

don_henley_cass_countyMa tant’è, business is business. Tant’acqua è passata sotto i ponti, la giovinezza se n’è andata, ma il talento resta. Questo primo pezzo è una normalissima ballata country, ricca di mandolini e di pedal steel, impreziosita dalle voci di Miranda Lambert e di Mick Jagger (che riassapora le sonorità country a lui tanto care, da Wild horses a Faraway eyes) in duetto con Henley. Le stesse atmosfere, ma di ben più elevato livello artistico, ritroviamo in The cost of living, dove Don duetta con una delle leggende del country americano: Merle Haggard. Un giornalista inglese, dopo aver letto il testo di questa canzone, aveva chiesto ad Henley se, per caso, ci fossero dei riferimenti a Stevie Nicks, bionda vocalist dei Fleetwood mac che, ai tempi di Hotel California, aveva avuto una tempestosa love story col nostro. Don aveva risposto che di Nicks non c’era traccia: idealmente il pezzo parlava di una sua ex girlfriend dei tempi del college, recentemente ammalatasi di cancro e che Henley aveva aiutato indirizzandola al miglior centro oncologico in America e a cui era stato vicino fino alla scomparsa: «Non puoi vivere dei ricordi di tutti i tuoi momenti dorati o trascorrere l’intera vita a piangere per qualcuno che se n’è andato, il senso comune dice Lasciala andare ma il tuo cuore disobbedisce, è il prezzo della vita e tutti pagano».

Il suono si riempie di chitarre brillanti nel country-rock No, thank you, e che chitarristi: Vince Gill, virtuoso della Telecaster, e Jerry Douglas, specialista della lap-steel guitar, ricordiamo coautore di vari pezzi dell’album e coproduttore insieme all’Eagle Don e Stan Lynch, polistrumentista in prestito dagli Heartbreakers di Tom Petty (anche nella famosa hit del 1984 Boys of summer suonava e scriveva Mike Campbell, sodale di Petty). Le onde della memoria investono Waiting tables, scritta assieme a Timothy B. Schmidt, e ci riportano a Tequila sunrise: stesso andazzo, stesso arpeggio, stesso Californian mood, stessa fantastica malinconia. E’ una piccola grande storia di una ragazza di 23 anni sposata appena uscita dalla scuola, già mamma single, cresciuta in una città di legno, dove gli alberi non erano le uniche cose che cadevano e lei serviva ai tavoli, avendo imparato dalla gente più di quello che voleva sapere. Bellissimo pezzo, che tocca le corde del cuore, in un’atmosfera cinematografica con lei «che raccoglie le mance aspettando qualcosa di meglio che forse arriverà».
Pezzo dopo pezzo, l’atmosfera calda ed avvolgente di Cass county ti prende; pezzi importanti come Take a picture of this, a livello dei migliori numeri degli Eagles, con la voce intonatissima e intonsa di Don Henley che rievoca il passato con dolce mestizia: «Tanto tempo fa, quando eravamo giovani e belli avevamo conquistato il mondo, fermato il tempo, sapevamo di essere i padroni della città e qualcuno diceva: fai una foto di tutto ciò».

untitledEd il romantic mood non si interrompe, ma cresce con Too far gone, dove le atmosfere roots si mescolano col blues primigenio, dove alle armonie vocali c’è Alison Krauss, già vincitrice qualche anno fa con Robert Plant di alcuni Grammy Awards nella categoria country. «Sono andato troppo lontano, ti ho amata così tanto per così tanto tempo e adesso sono troppo lontano».
Con The brand new Tennessee waltz ritorna Alison Krauss con la sua voce squillante, in un vero western mood con sentore di praterie, carriaggi, cavalli, fuochi e whiskey da poco prezzo. Un nuovo valzer del Tennessee, dove i coloni ballano accompagnandosi con mandolini, banjo, violini, e dove la canzone rifulge della firma di Jesse Winchester. Da questo mondo campestre, evitando When I stop dreaming, corroborata dalla voce, dalla parrucca e dalle guance al botox della pettoruta Dolly Parton, passiamo a Praying for rain, una delle gemme del disco, intrisa degli umori di Bob Dylan, amato da Henley: «Qualcosa è diverso, qualcosa è cambiato e non so perché, neanche i vecchi si ricordano l’ultima volta in cui c’è stato questo clima caldo e secco, 100 gradi alle 10 a.m. e nessuna nuvola in cielo: sto pregando che venga la pioggia».
Dal soul sofferto di Too much pride, il suono ci trasporta ancora una volta ad una bellissima vecchia America, con la voce di Don Henley quasi clone di Billy Joel (e retaggi di Beatles, Norwegian wood): «She sang hymns out of tune», Lei canta inni stonati. Subito mi viene in mente Eleanor rigby che raccoglie il riso in chiesa dove c’è stato un matrimonio, When I’m sixty four, la dolce nostalgia sempre del Beatle Paul per il passato e la vecchiaia di là da venire. «Lei canta inni stonati e porta un pallone giallo, ha venduto il suo amore per un doblone spagnolo e ha parlato con la gente, la gente che vale». Uno straordinario personaggio comune.

Train in the distance, ed è subito America 1929, Woody Guthrie, Hobos, ricordi dell’infanzia, quando si mettevano monetine di rame sulle rotaie e la locomotiva arrivando le appiattiva schiacciandole. La nostalgia della giovinezza e la rabbia dell’essere invecchiato permea A younger man: «So che sei delusa, lo vedo nei tuoi occhi, questo non è quello che volevi, e adesso realizzi che non c’è un cavaliere vestito di un’armatura brillante in sella al suo cavallo, stai cercando un uomo più giovane, e non sono io». Un brano di spessore, dove la musica è quasi solo un accompagnamento fatto di pochi, sapienti tocchi. Il termine della corsa arriva per Cass county con un sapido rock’n’roll, eseguito alla grande da tutti questi super sessionmen di Nashville e Dallas, con cori spaziali, gospel, soul, rock, country mischiati insieme con tutti i cliché tipici di questi generi. Where I am now? Dove sono adesso? «Ho fatto cose da pazzi, sono stato stupido, ho fatto il babbeo per un bel viso, signore, ero infettato, ma dove sono adesso? Il padre del tempo è un amico, mi sento a casa nella mia nuova pelle. E il magnifico Don Henley, dopo questa lunghissima ricerca del tempo perduto, dopo i fuochi californiani degli anni ’70, il successo, gli eccessi, le droghe, gli odi tra compagni di musica e di viaggi, gli amori tossici, l’Hotel California dove puoi solo fare check-in ma mai uscire, da parecchi anni è tornato a casa, nel natio Texas, tranquillizzato e circondato dalla sua famiglia, tra gioie e pensieri, ma ancora in grado di dimostrare al mondo di che stampo sia fatto, e che canzoni è ancora in grado di comporre e cantare.
Alla sua salute noi ci berremo “un’altra tequila sunrise.

Per salutarvi, vi lasciamo con il video di Take a picture of this

YouTube / DonHenleyVEVO – via Iframely

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Maurizio Solieri
Maurizio Solieri (Concordia sulla Secchia, Modena, 1953) è uno dei migliori chitarristi italiani. Per oltre trent’anni è stato al fianco di Vasco Rossi, ma ha collaborato come musicista, autore, produttore, compositore anche con altri artisti, fra cui Skin, Dolcenera e le Custodie Cautelari. Nel 2010 ha pubblicato Volume 1, il primo album a suo nome; e nel 2014 è uscito Non si muore mai come SolieriGang. Ha anche scritto un’autobiografia pubblicata dalla Rizzoli, Questa sera rock’n’roll.