E per confine il cielo

La musica di David Torn, chitarrista eclettico e sperimentatore, è la più varia e inafferrabile del panorama musicale contemporaneo. Lo dimostra appieno il suo nuovo album, uscito a otto anni dal precedente.

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Only Sky (ECM/Ducale)
di David Torn
Voto: 8

Ama la solitudine il chitarrista statunitense David Torn, personaggio multiforme ed eclettico, che afferma: “non ho mai pensato a me stesso come a un reale chitarrista dato che regolarmente abuso dello strumento, utilizzandolo come una scusa, come un salvacondotto per creare musica realizzata chiamando spesso in causa atmosfere e tessiture polisoniche e politonali e ogni sorta di stati d’animo”.
Esordì alla fine dei 70 al fianco di Jan Garbarek e nella Everyman Band (ensemble di eccellenti solisti, che accompagnò tanto il rocker Lou Reed che il jazzman Don Cherry, oltre a incidere un paio di album a proprio nome), per sviluppare una carriera che lo ha visto produttore e arrangiatore, oltre che compositore e solista, nonché spalla di personaggi eccellenti in ogni ambito sonoro: annotiamo nel mazzo David Bowie e Ravi Shankar, Tim Berne e Jeff Beck, John Zorn e – va citato, benché misconosciuto – il compianto, formidabile ex-Japan Mick Karn.

Colpito da un tumore al cervello nei primi anni 90 risoltosi con la sordità dall’orecchio destro, Torn ha continuato, anche grazie all’utilizzo di grafiche computerizzate, la sua variegata attività (ultimo esito il recente, evocativo cd di Berne You’ve Been Watching Me) e la sua produzione da leader, che aveva lasciato con Prezens copa torndel 2007.
Da sempre portatore sanissimo di un acrobatico e ispido jazz-rock (se proprio vogliamo dare un definizione a una musica che scivola liquida di genere in genere, che inganna con l’intento di farlo, che avvolge senza offrire nessuna protezione, anzi mettendo a nudo pensieri repressi), il chitarrista torna con un lavoro in cui si propone in totale solitudine, armato solo di una chitarra e di un oud, il liuto arabo, entrambi elettrificati e trattati al computer. Un album complesso, che si arrotola su se stesso come un tappeto per srotolarsi ogni volta differente, con sfumature cangianti ed emozioni in opposizione. Mille influssi che trasformano scritture lente in ruvide improvvisazioni e attimi volanti in pesanti tavolieri di gestazione arcaica.
C’è Jimi Hendrix, ça va sans dire, e il Bill Frisell più esoterico, c’è un’avanguardia spigolosa e cerebrale e c’è la quiete intima delle costruzioni sonore mediorientali, c’è l’impressionismo di chi coglie l’attimo (“il disco”, afferma Torn, “propone più o meno ciò che io suono in casa, da solo con lo strumento; del resto le parti non eseguite in tempo reale sono tre o quattro, dei semplici ripensamenti”) e certa ambient music agorafobica e micragnosa, c’è un climax più che una visione e loop, scordature, feedback, stecche, che inducono all’incertezza di un sogno alieno.
Soprattutto ci sono continue svolte sorprendenti immerse in un fondale marino di imperturbabile bellezza e di inquietante coralità. Come indicano i titoli, Only Sky corre dall’idea che “perlomeno non c’era nulla” verso “un maledetto specifico squilibrio”, futuribile ottovolante che ha la forma e il significato dell’infinito.

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Raffaello Carabini
Che dire? Basta citare la cura di oltre 250 cd compilation di new age, jazz, world e quant’altro? Bastano una ventina d’anni di direzione artistica dell’Etnofestival di San Marino? Bastano i dieci come direttore responsabile di Jazz Magazine, Acid Jazz, New Age Music & New Sounds, Etnica & World Music? Oppure, e magari meglio, è sufficiente informare che sono simpatico, tollerante, intelligente... Con quella punta di modestia, che non guasta mai.