Bob Dylan, una domanda di quasi 75 anni, 36 album e un Live a Milano

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Give the People What They Want o Bob Dylan?

Entrambi.

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Nella cornice perfetta del Teatro degli Arcimboldi a Milano,ho reincontrato la musica e il mood di Bob Dylan and His Band.

Il luogo non è casuale, ho già visto Dylan una volta qui e me lo sono goduto fino in fondo. Il concerto di Bob è perfetto per un teatro così ben progettato e vivibile.

La visuale e l’esperienza acustica veramente invidiabile.

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Il concerto è assolutamente rodato, al massimo del suo splendore. Scaletta ampiamente in mano ai bravissimi musicisti che accompagnano da un po di tempo il grande Bob.

Inizio affidato a una staffilata di chitarra acustica che serve a mo’ di intro, una acustica che suona come una vera chitarra acustica.

Non è poco, amici.

In tempi di povertà di sapere artistico e tecnico, il primo elemento sonoro che entra è uno dei simboli del fare musica di Bob, l’acustica, con questo termine si intende lo strumento, che lui non suona più live per i noti problemi alla schiena.

Stu Kimball ne fa le veci e lo fa egregiamente.

In un combo come quello che accompagna Bob la chitarra acustica non è facilmente amplificabile ma qui non ci sono problemi.

Lo show inizia con Bob che si avvicina al centro della scena e dietro uno spettacolo di luci sempre improntato sul favoloso concetto del “less is more”, sia visivamente che dal punto di vista sonico.

Per i più ferrati di questioni tecniche, al basso, il fedele come solo i bassisti sanno essere, Tony Garnier, che sfodera una chitarra baritono o basso a sei corde con montata una leva Bigsby.

Strumento quasi sconosciuto in Italia, tipico delle atmosfere “spaghetti western” o dello stile “tic tac”, quello tipico della musica country, ove la linea del contrabbasso viene doppiata da una chitarra baritono suonata col plettro, Tony la usa come succedaneo di un basso elettrico con effetti che si apprezzano più verso la fine del concerto, quando il volume dell’impianto sale. La chitarra baritono o basso a sei corde è una chitarra dal corpo più grande che nella sua versione elettrica è stata progettata dalla Danelectro.

Tutta questa tirata per ribadire che lo show di Bob Dylan è uno show di suoni e canzoni.

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Non è poco.

Ci sono scelte molto precise.

Bob ad esempio, non ha monitors o spie nella sua postazione principale, sente la sua voce dai sidefield, casse laterali che gli riportano verosimilmente il suono del gruppo insieme alla sua voce.

Nella postazione al pianoforte i monitors servono per sentire il pianoforte.

Avrete senz’altro notato ficcati dentro le orecchie dei cantanti e dei musicisti i famigerati in-ears monitors, auricolari modellati sull’orecchio dell’utente che isolano e danno l’ascolto ai cantanti e ai musicisti. Qui invece abbiamo una idea e un concetto estetico e tecnico che va perlomeno letto.

Sono le ragioni per le quali mi sono sempre mosso per vedere questi concerti, dai primissimi shows fino a questi ultimi, lo spettacolo live è fondamentale per capire che scelte vengono fatte.

Il concerto è un momento di incontro con tante persone che amano la musica come te.

Iersera ho rivisto Enrico D’Alessandro, della D’Alessandro e Galli e abbiamo ricordato il concerto degli Eagles all’Arena di Verona, che avevo visto da una postazione a fianco del palco.

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Avevo notato, insieme alla tecnica vocale delle Aquile, la scelta del bassista Timothy B.Schmit in merito all’amplificazione del suo basso: due stack 8 per 10 ( sono casse da basse con otto coni, grandi come frigoriferi) una nella parte destra del palco e una a sinistra. E allora direte voi?

Beh, allora significa tanto, significa che chi sta dall’altra parte del palco rispetto al bassista lo sente e sente quello che suona provenire da una cassa da basso e fa una bella differenza.

Il suono è fondamentale, insieme alle dinamiche da orchestra sottolineate dal bravissimo Don Herron, che applica la sua magia alla lap steel, al banjo e al mandolino, arrivando a creare delle textures che già nell’incisione di “Shadows and Light” arrivano a sostituire in modo pertinente l’orchestra che accompagnava i brani.

La chitarra elettrica è quella del bravissimo Charlie Sexton che per tutto lo spettacolo, a un volume davvero intelligente, crea un tappeto e qualche bordata elettrica che si amalgama perfettamente con l’elettrica di Stu Kimball.

Due chitarristi che suonano bene insieme, altra merce rarissima e smerciata quasi esclusivamente in America, amici miei.

Se ci farete caso noterete che le posizioni sul manico dei due guitar axes non si sovrappongono mai, inoltre se Stu imbraccia una Fender, Charlie avrà una Gibson e viceversa.

Musicisti che si ascoltano amici, musicisti che hanno fatto dell’interplay una delle loro forze.

Ultimo ma non per scelta, il devastante George Recile alla batteria, dotato di un drumming multiforme, capace di evocare lo spirito bonario e groovoso di Levon Helm, un nativo di New Orleans, la patria putativa del ritmo, quello vero, curriculum all’altezza del personaggio, da Keith Richards a James Brown, passando per Dr.John e Lou Reed fino a  Eric Clapton, con giusto un pizzico di Etta James e anche un poco di Willie Nelson, George fornisce l’ossatura del ritmo, con una scelta di suoni straordinaria, perché anche e soprattutto la batteria è uno strumento che va accordato!

Qui troviamo un tom che evoca le accordature in uso nel jazz, piatti ride che accompagnano lievemente il canto e un rullante che reagisce alla dinamica del bravissimo Recile con straordinaria varietà. Il batterista passa da un tipico accompagnamento anni 30, quando la batteria e l’idea stessa di drum kit era ancora in divenire, fino a pezzi suonati pienamente rock come “Pay In Blood” e “Love Sick”, ove il drumming diviene roccioso e dritto, con echi dei migliori Stones.

I musicisti non vengono presentati, ma sono accreditati come “His Band” sui manifesti e sui biglietti.

Si è sentito narrare di tutto sulle centinaia di musicisti che hanno accompagnato Bob, sono sempre racconti in qualche modo apocrifi, a volte divertenti, altre volte crudeli e drammatici.

Con Bob succede proprio questo.episode-76-money-pt-1

Lui non è qui. Non sai mai dove inizia il personaggio e finisce la verità o viceversa. Se lo cerchi con falsità ti risponderà “I’m Not There”. Se lo rinchiudi dentro un luogo comune ( il menestrello, il paladino dei diritti civili, il cantante di protesta) lui scomparirà in una nuvola di magnesio.

Le pose di Bob, vogliamo parlarne? Quel suo mettersi in posa alla fine delle canzoni, una mano sul fianco e le gambe divaricate, quasi a sfidare il pubblico. Appare come una mossa studiata nei particolari, tant’è che qualche musicista, iersera Sexton, la imita.

Ma è studiata? E’ Bob che vuole apparire come uno sceriffo chiamato a ristabilire l’ordine in una cittadina di confine?

Il vagare errabondo che agita Bob sul palco, lo fa muovere da una parte all’altra del palco? E’ studiato? Quel suo toccarsi nervosamente i capelli che escono dal cappello bianco?

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L’uomo è una domanda di quasi 75 anni e 36 album.

L’uomo c’era quando Woody Guthrie era vivo.

Elvis Presley ha cantato un paio di pezzi suoi.

Jimi Hendrix ne era ossessionato.

I Beatles hanno imparato da lui a scrivere testi personali e ai Beatles Bob ha insegnato altre cose.

Tom Waits si domanda come mai non ci ha pensato lui a fare “Shadows in The Night” accidenti.

Bruce starà chiedendosi come diavolo fa a scrivere delle canzoni come “Soon After Midnight” nel 2012.

L’unica certezza è che le regole del ballo di questa sera come di tutte le altre sere quando “Bob Dylan and His Band” sarà in “Show & Concert” ( che differenza c’è?) insomma, le regole le fa lui e tu puoi solo ballare.

Balli con la mente e col corpo per quell’ora e mezzo, balli dimenticando pseudopolitici onnipresenti a cannibalizzare il dramma di Parigi, balli sui controlli sacrosanti all’entrata, balli sul tuo blues di uomo del 2015, balli perché l’uomo l’ha dichiarato “i’m just un song and dance man”, balli perché stai assistendo a una lezione sull’invecchiamento, l’accettazione della morte, della propria inettitudine, balli perché ti fa sentire umano dopo tanti giorni che non ti senti proprio così, balli.

Non pensi, una assenza di pensiero che diventa quel modo positivo di non pensare al quale aspirano anni e anni di meditazione e discipline orientali.

Balli su una scaletta che prevede tre o quattro brani tratti dall’infinito canzoniere di Bob e il resto coraggiosamente e artisticamente tratto dai suoi ultimi tre dischi.

Come ogni artista “vero” dovrebbe fare.

Balli sul fatto che il creatore del concetto stesso di songwriter riesce a fare delle versioni di pezzi non suoi e arrivare a eguagliare Elvis nello scippare pezzi altrui partendo da una dotazione vocale “libera tutti” ( definizione mia che raggruppa Bob e Lou Reed come liberatori di aspiranti cantanti che non hanno ricevuto dal creatore una dotazione che glielo permetta).

Le sue versioni dei pezzi di Sinatra sono roba di Bob ora, cantate con una voce perfettamente modulata e impostata dentro una estetica che abbatte come inesistenti i Buble e i poser di questo mondo affascinati dall’evocatività dell’estetica di Tin Pan Alley.

Estetica che Bob ci restituisce nella sua drammaticità e melanconia estrema.

Kiss

Non è una festa.

E’una elegia che allontana i commercialisti con l’amante in cerca di una serata al Blue Note.

C’è una idea di morale, di etica, dietro al fare musica di Bob che è potentissima.

Ci sono domande che rimangono lì, grandi come i meravigliosi fari cinematografici che si stagliano sul fondale.

Ad esempio, quanto avrà influito il lavoro radiofonico di Bob su questa sua fase?

http://www.themetimeradio.com/episode-1-weather/

Credo molto. Il suo show live è una specie di spettacolo radio live, con le stesse nuances di una colonna sonora di Woody Allen.

Cosa può  fare un povero ragazzo se non cantare in una rock and roll band?

Può’ pagare col sangue i suoi debiti, ma non col suo.

Semplicemente suona.

Lo fa con regole sue.

Laddove non sarebbe un problema per lui, presentandosi con maggior parsimonia, riempire uno stadio o due, Bob va avanti e indietro dall’America e viene a suonare con cadenza ormai semestrale.

Portandoti a vedere lo spettacolo dove le dimensioni sono a misura d’uomo.

Facendo il suo mestiere di musicista e parlando con i suoi gesti e le sue canzoni.

Una grande serata di Musica.

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Antonio
Bassista, cantante, scrittore. Trenta anni di rock’n’roll on the road! Dai Rocking Chairs a Luciano Ligabue, tante note e tante storie di r'n'r!