Un viaggio nei ricordi di Natale

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C’è un viaggio che, a volte inconsapevolmente, rifacciamo ogni anno. E’ il viaggio dentro i ricordi del nostro Natale di bambini, adolescenti, giovani adulti.

E’ un viaggio per cui non si fa la valigia: arriva lui da te, quando meno te lo aspetti, perché il bagaglio dei ricordi non ci abbandona mai.

Il mio è arrivato oggi, 2 dicembre, mentre mi apprestavo a preparare i raviolini per il pranzo di Natale della mia famiglia. Se i miei genitori mi potessero vedere, sorriderebbero sicuramente, perché questo rito mi è stato tramandato da loro che, proprio in questo periodo, facevano la stessa cosa.

Mio padre, grazie all’esperienza di bambino-panettiere nella Germania pre seconda guerra mondiale, era l’addetto alla pasta. Mia madre, cuoca per dovere più che per piacere, si occupava del ripieno. Rigorosamente di brasato, cotto lentamente e sapientemente miscelato per dare il meglio di se nei raviolini. Cucinava poche cose, ma quelle poche sono ancora indimenticabili. Il brasato era una di quelle. Quando lo tirava fuori dalla pentola avresti voluto bloccarla e dirle “Mangiamolo così, non sprechiamolo per fare il ripieno”. Ma quella era la sua degna fine: nessuna deroga.

La pasta veniva preparata il giorno prima e lasciata riposare una notte sul balcone della cucina “Tanto fa più freddo che in frigo…” e da lì assorbiva la nebbia del quartiere di periferia dove sono cresciuta.

Il giorno dopo, di sera, dopo una giornata di lavoro in fabbrica, mio padre tirava fuori da una scatola fatta da lui, e ricoperta della stessa tappezzeria della sala, la sua indimenticabile Imperia a manovella, una gigantesca asse di legno… e il rito aveva inizio.

O meglio aveva inizio la rissa. Perché, per mia madre, la pasta era sempre troppo secca o troppo umida, troppo spessa o troppo sottile. E per mio padre, la quantità di ripieno che veniva messo negli stampini da raviolo era sempre troppa, o troppo poca. Ma tant’è, non si sa per quale strana alchimia, il risultato era sempre eccellente. Mio marito, anni dopo, avrebbe sostenuto che se i miei non avessero litigato facendo i ravioli, il risultato non sarebbe stato lo stesso. E che l’animazione della preparazione, insieme alla nebbia, era un ingrediente insostituibile.

Conservato in freezer fino al giorno di Natale, il risultato di tanti sforzi attendeva con pazienza il suo momento di arrivare nei nostri piatti, galleggiando in un brodo saporito.

Ma altre storie si consumavano nelle case dei vicini, al quartiere Gratosoglio, nella periferia di Milano.

Al piano terra abitava una famiglia di origine pugliese. Loro festeggiavano la vigilia di Natale, noi no. Loro mangiavano pesce. Noi no. Noi cucinavamo la casoela, loro no. E quindi cosa c’era di più bello se non scambiarsi i piatti da un pianerottolo all’altro in una condivisione che era già il preludio della cucina fusion?

La Signora Lucia arrivava quindi con un piattone di tiella riso patate e cozze e se ne andava soddisfatta con un piatto di trippa. Oppure, in cambio di un risotto con salsiccia e fagioli, noi ci mangiavamo le orecchiette con le cime di rapa. Per non parlare delle cartellate con il vino cotto, un dolce pugliese deliziosamente appiccicoso, che veniva scambiato con le frittelle di mele e uvette di mio padre.

Erano momenti di grande condivisione che si sono perduti inesorabilmente, con il passare degli anni e una crescente diffidenza nei confronti di chi ci abita di fronte.

E la cosa più bella, di questi scambi, era il cuore che ci si metteva, insieme all’orgoglio di far assaggiare alla famiglia del nord un piatto “terrone” e alla famiglia del sud un piatto “polentone”.

E adesso, alla fine di questa riflessione, dopo aver fatto riposare il mio impasto nel supertecnologico abbattitore di temperatura (la nebbia ormai è solo un ricordo…), me ne andrò a comporre i miei raviolini di Natale. Oggi ho chiesto a mio marito, negatissimo in cucina, di lavorare un po’ anche lui la pasta all’uovo. Mi ha guardato con stupore, l’ha fatto un po’ maldestramente, ma forse solo adesso, leggendo questo articolo, capirà perché glie l’ho chiesto. Semplicemente per evocare un ricordo…

ravioli
Raviolini
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Ivana Masiero
Da sempre amante e cultrice della buona cucina, grazie a una continua formazione e a una ricerca personale, ha intrapreso da alcuni anni la professione di cuoca a domicilio, dando vita a ricette che uniscono tradizione e innovazione (www.cuocacasa.com). Viaggiatrice appassionata, non manca mai, nel corso dei suoi soggiorni in Italia e all’estero, di ricercare ingredienti locali e, dove possibile, cucinarli sul posto. A volte infilandosi nella cucina di un ristorante ad Hong Kong, altre acquistando i prodotti al mercato e inventando cene sfiziose ovunque si trovi. A Milano, ha frequentato il corso di alta cucina presso l'Istituto di Cultura Enogastronomica Altopalato e i corsi dello chef Sergio Mei, presso l’Hotel Four Seasons. E’ consulente per l’ideazione dei menù del ristorante italo-baiano "Marinata" di Salvador de Bahia (Brasile), oltre che vincitrice di numerosi concorsi legati a Gambero Rosso Channel.