La canzone è un delirio lucido e controllato.

Qualcosa che sfugge alla definizione, ma di certo non è la normalità.

È piuttosto qualcosa che posso permettermi di formulare senza il timore di essere tacciato di svitamento, di disgregazione della personalità, di follia.

Appartiene alla sfera del sogno, inteso come espressione di una volontà e di una manifestazione interiore assai vivida, ma non necessariamente condivisibile.

Ma se io cerco di raccontare a qualcuno un sogno fatto, ammesso che possa descrivere a parole la giostra di sensazioni avute in sogno, difficilmente riuscirò a risuscitare negli altri ciò che io ho goduto o patito.

Essendo soliti tenere per noi il miele dei sogni più dolci, custodendoli nello scrigno della nostra libido, quando tentiamo invece di liberarci dall’angoscia di un incubo descrivendolo a qualcuno, abbiamo subito la conferma che chi ci ascolta sopporti piuttosto che partecipare.

A meno che la persona alla quale si manifesta il disagio subito nel sonno non sia in stretto legame affettivo con noi, dunque fortemente interessata alle nostre sorti personali, in grado di condividere grazie all’empatia avviata dalla relazione una certa dose di ansia rispetto a quella da noi evocata.

In tutti gli altri casi, avremo in chi ascolta il nostro incubo un astante piuttosto distaccato, che forse in fondo prova persino una punta di commiserazione per la nostra scarsa forza psicologica.

Si diventa in qualche modo più deboli ai suoi occhi, sebbene la ripresa immediata della vita dimostri la nostra piena sanità.

Le cose vanno in modo decisamente diverso se io metto un incubo in canzone.

Se la canzone è riuscita e ben scoccata, sa giungere a destinazione meglio di qualunque altro discorso.

La sintesi per immagini, ma più di tutto il livello ancestrale giocato dalla musica, fa sì che l’ascoltatore entri immediatamente in un codice, che è mio tanto quanto suo, dunque saprà subito empaticamente cogliere la portata almeno complessiva di ciò che io narro.

Tale è il miracolo della canzone, che attiene all’esistenza di un codice non detto né scritto, che chiamiamo musica, che tiene in stretto collegamento le coscienze di tutti.

Ciò vale per le condivisioni quanto per le aberrazioni, vale cioè sia quando il cantato evoca immagini che siamo portati naturalmente a condividere, sia quando, più raramente, evoca negatività o tristezza.

La prevalenza della prima condizione, cioè quella in cui si evocano cose belle, magari con immagini facilitate o banali, spiega il forte consenso e il successo di canzoni melense e terribilmente banali, consumate a tonnellate da chi è meno forte in fatto di giudizio critico.

Nei casi migliori invece il potere della canzone supera persino le barriere linguistiche, prescindendo dalle divisioni culturali che si cristallizzano nelle lingue, e saltando in disinvoltura il significato delle parole. Il senso ci raggiunge comunque anche se non capiamo.

Per anni abbiamo cantato canzoni di cui ignoravamo il significato, trasportati da quella corrente misteriosa che ci sollevava dal basso portandoci su. Non è vero?

È il codice del delirio.

Lo riconosciamo tutti tacitamente, tutti vi nuotiamo con grande godimento.

Se io in pubblico comincio a raccontare un evento erotico – e lo faccio per immagini, in modo frammentario e criptico – e se per di più lo faccio con forte trasporto calandomi, con l’intonazione della voce, la lucidità dello sguardo, con movimenti e ammiccamenti, nella sensualità della mia narrazione, chiamando cioè in causa il corpo che è al centro della narrazione stessa, chi mi ascolta proverà nel migliore dei casi un certo imbarazzo. Una parte di sé sarà portato a evadere, per pura ritrosia rispetto all’intimità a cui è chiamato a partecipare. E ciò è normale avvenga anche nel profondo di chi non ha particolari chiusure morali, o non è facilmente scandalizzabile.

Non pochi, o quasi tutti, saranno spinti a credermi un esaltato, uno scompensato, un erotomane, un esibizionista, uno che non è esattamente “a posto”.

Ma se lo stesso delirio io lo presento sotto forma di canzone, organizzato per vie liriche e armoniche, dando alla voce un senso melodico, se ne faccio insomma, per quanto atipica e originale, una canzone, gli stessi che di norma proverebbero imbarazzo, se dotati di apertura e sensibilità sufficienti, non penseranno di me che sono uno spostato, ma un artista.

La lieve differenza tra folle e artista sta in questa capacità del secondo, l’artista, di far cadere gli altri nel proprio delirio, evitando di essere tacciato per ciò che in realtà egli è, cioè un folle.

Diffidate perciò di coloro che fingono follia, ma sono in verità dei mercanti interessati alle vostre tasche, e abbandonatevi, concedetevi ai folli che vi chiedono solo di partecipare alla loro festa interiore.

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gianCarlo Onorato
Musicista e scrittore fuori dagli schemi, ex leader di Underground Life. Ha pubblicato i dischi: Il velluto interiore (1996), Io sono l’angelo (1998), Falene (2004), Sangue bianco (2010, Premio Giacosa 2012); ExLive con Cristiano Godano (2014); ed i libri: Filosofia dell’Aria (1988), L’Officina dei Gemiti (1992), L'ubbidiente giovinezza (1999), Il più dolce delitto (2007), ex - semi di musica vivifica (2013). Centinaia di concerti alle spalle e un nuovo disco e un nuovo romanzo nel prossimo futuro.