DINO BETTI VAN DER NOOT
Notes Are But Wind
(Stradivarius/Milano Dischi)
Voto: 8

Era dai tempi dell’ottimo Big Band!, registrato dal vivo ad Amburgo da Stefano Bollani con la NDR Bigband dell’emittente radiofonica locale, che non si ascoltava un album orchestrale di così elevata qualità artistica e compositiva proposto da un jazzista italiano. Non che se ne incidano in quantità industriale ormai, visti i costi, ma forse solamente il precedente The Stuff Dreams Are Made On dello stesso Dino Betti vale il Bollani (peraltro ospite e autore per l’orchestra dell’eccellente Geir Lysne) e questo ottimo lavoro, che si rifà a una famosa frase scespiriana (da La commedia degli errori), poi chiosata da Jonathan Swift, quello de I viaggi di Gulliver: “le parole non sono che vento”, sono vane come promesse di navigante e si disperdono nell’aria come neve all’equatore. Così vorrebbe fosse per le sue note il compositore milanese: Notes Are But Wind allinea venti musicisti di pregio (ben 13 ai fiati, poi vibrafono, violino, tastiere, basso elettrico, arpa celtica e due batterie) per cinque brani, due dei quali già noti, e un’ora di musica.

DBvdN_NABW_2015_Digipack_OK.inddNon si fa che citare Gil Evans oppure Stan Kenton quando si parla di DbvdN, come ama firmarsi il decano dei bandleader italiani, ma le affinità sono talmente remote da apparire casuali. Quanto i due americani sono “effimeri” e votati all’impressione mutevole del momento, sono coloristici e tesi al consenso che scatta immediato, sono maestri della “globalità dell’attimo” e della costruzione fatta sulla sabbia dell’immediatezza, tanto il Nostro è votato all’espressionismo. Alla macerazione e alla costruzione sofferta, alla scelta di agire quando si vorrebbe solamente essere, alla navigazione in acque all’apparenza di specchio che nascondono infiniti abissi, alla discesa nelle pieghe (e spesso piaghe) dell’umana fragilità. Una ricerca che, con il massimo della raffinatezza e della perspicacia, sviluppa percorsi che si insinuano nella carne viva dei nostri visceri e dei nostri pensieri.

Ascoltate ad esempio le rivisitazioni delle due composizioni pescate (entrambe, in un repertorio vastissimo, ed è segnale di congruità assoluta e di fermissima mira) dall’albo They Cannot Know del 1987. “Memories From A Silent Nebula” dimentica il vecchio rock-jazz originario per arrotolarsi in un autoscontri che parte quasi solenne dal frammento del “Magnificat” gregoriano per sciogliersi poi inquieta e aerea, tra momenti aspri e tratti circensi, sonorità sospese (il vibrafono suonato con l’archetto) e pulsioni in crescendo alla ricerca di quel nirvana scespiriano dove “una volta estinta la morte, allora non ci sarà più morte”. “Midwinter Sunshine” è una ballad che non conosce la malinconia, anzi vorrebbe essere “ludica”, ma nell’incrocio dei piani ritmici, nell’intreccio degli assolo (il newager Vincenzo Zitello offre un tocco “laterale” che insaporisce), nei voluti impasti sonori, progredisce come un anarchico banchetto di emozioni un po’ torbide un po’ frustrate.

DbvdN sembra un bambino che vive nell’ansia continua di dover comprendere una realtà che gli adulti hanno deciso di nascondergli. E il suo mezzo di conoscenza è una musica per vari versi emozionante e per vari altri dilaniante, per lunghi momenti perspicace e per altri volatile. L’iniziale title track è puro spettacolo di magmi in movimento, di masse cromatiche e di timbriche antiche che cozzano fiere come le corna nel duello-danza dei cervi in amore, di sangue pulsante sulle corde del violino di Emanuele Parrini cui risponde il soffio ventoso del dizi (il flauto traverso cinese, che deve il tipico suono ronzante a una membrana in carta di riso posta tra la fessura di insufflazione e il primo dei fori per le dita) di Sandro Cerino. “In The Deep Bosom Of The Ocean” è una marcetta pseudosolenne e dolente, che evoca la tragedia dei profughi nel Mediterraneo. Si sviluppa, quasi triste fanfara di gitani esodati, in saliscendi di pathos cui i vari contendenti dei temi ad libitum ne frantumano la ritmica per poi ricompattarla in continui saliscendi vitalistici.

Chiude “The Rest Is Music”, dedicata all’amico Giogio Gaslini, in cui il violino pensoso conduce l’ascoltatore tra colori orchestrali in continua mutazione, assolo lirici quanto inafferrabili, atmosfere old America un poco dolenti, fino al sottofinale del “liberi tutti” e al finale allungato nello struggimento. Il compositore si confronta idealmente con l’arduo scoglio che regge il faro della ricerca gasliniana di una musica “totale”, cui ineludibile corollario è quello di sapere moltissimo. Di conoscere persino l’essenza del sapere. Ovvero la certezza di non sapere nulla.

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Raffaello Carabini
Che dire? Basta citare la cura di oltre 250 cd compilation di new age, jazz, world e quant’altro? Bastano una ventina d’anni di direzione artistica dell’Etnofestival di San Marino? Bastano i dieci come direttore responsabile di Jazz Magazine, Acid Jazz, New Age Music & New Sounds, Etnica & World Music? Oppure, e magari meglio, è sufficiente informare che sono simpatico, tollerante, intelligente... Con quella punta di modestia, che non guasta mai.