«Ma dici a me?» Autoritratti, autoscatti e selfies (Parte 1)

Perché il selfie non è arte e l'autoritratto sì, e quando

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Selfie, autoscatto, autoritratto. Sembrerebbero diverse facce della stessa medaglia, eppure sono cose profondamente diverse. Selfie, per esempio – una definizione che già suona stupida come la maggior parte delle mode che importiamo da oltreoceano – onomatopeicamente ben rappresenta la mania di scattare a se stessi migliaia di immagini tutte uguali, sempre con le medesime smorfiette e negli stessi momenti, misura perfetta della vuota vanità che colpisce a ogni latitudine.
Qualche tempo fa, ai generali romani che sfilavano in trionfo, un personaggio alle spalle – che doveva risultare fastidioso quanto e più di una zanzara alle tre di notte – sussurrava loro all’orecchio: «Respice post te. Hominem te memento». In poche parole, «Ricordati che devi morire». Potrebbe essere un’interessante opzione da inserire negli smartphone ogni qualvolta vengano utilizzati per scattare un selfie.
Ma qual è il senso dei selfies? Un modo per confermare a noi stessi e al mondo che esistiamo? Una forma estrema di vanità? Un vizio dei tempi che stiamo vivendo?
Ma ne siamo poi così sicuri? In fondo i graffiti che vediamo incisi sui monumenti non sono figli dello stesso sentimento? Ne esistono di risalenti all’antica Roma, sui muri dei lupanari e altrove. Anche allora, un modo per dire che Tizio o Caio, sono stati qui e si sono divertiti, oppure per vantare le dimensioni del proprio arnese, in una sorta di selfie semantico.
Un vizio proseguito con la tradizione del Grand Tour nel XVII secolo da parte dei rampolli dell’aristocrazia europea. E le celeberrime impronte di mani sulle pareti della Cueva des Manos in Argentina, vecchie di oltre 10 mila anni, o quelle nelle grotte francesi di Peche Marle e Gargas di 25 mila anni fa, non sono forse anch’esse un modo per dire: «Siamo uomini, queste sono le nostre mani e siamo vissuti qui, siamo esistiti». Troppo azzardato?

A sinistra, Cueva de las manos, Argentina. A destra, grotte di Gargas, Francia
A sinistra, Cueva de las manos, Argentina. A destra, grotte di Gargas, Francia

Anche l’autoscatto – termine mutuato dai tempi eroici della fotografia analogica – allora avrebbe lo stesso significato, le medesime finalità autocelebrative? Secondo me sì e no. Sì perché è comunque un modo di tramandare la propria immagine, in una specie di vittoria sulla morte che tutti sappiamo essere ineluttabile. No, perché implicava dei tempi e un pensiero estremamente dilatati. Come diremmo oggi, un atteggiamento più “slow” e ponderato. L’illusione di dare al mondo un’immagine di se stessi vera e profonda. Non uno qualunque fra i tanti attimi che, uno dietro l’altro, formano lo scorrere del tempo, ma il “momento” che rappresenta l’anima più profonda.
Va da sé che questa operazione richiede umiltà, preparazione e un’introspezione interiore che è l’esatta antitesi della fuggevolezza e la vacuità del selfie.
Se quindi pittura e fotografia sono oggettivamente arte, anche nell’esercizio dell’autoscatto o l’autoritratto, ecco perché il selfie – per quanto simile nella scelta del soggetto – non può rientrare in un ambito artistico.
Per quanto tempo si possa trascorrere osservando, interpretando e immedesimandosi nei sentimenti, le speranze e le aspirazioni più profonde che un autoscatto o un autoritratto tentano di comunicare, allo stesso modo sarebbe tempo buttato cercare di ragionare analogamente davanti a un selfie, che non ha altro scopo che perpetuare una futile vanità. Quindi, se è vero che autoscatto e autoritratto sono un mezzo per trasmettere al prossimo la nostra essenza più intima, cosa c’è di più bello e misterioso della ricerca di ciò che ci hanno voluto comunicare i grandi fotografi e i grandi pittori del passato e del presente?
Allora quando è nato il bisogno di trasmettere al prossimo e lasciare in eredità ai posteri la propria immagine interiore da parte degli uomini? Della mia personale interpretazione sulle impronte di mani della Cueva des Manos, ne ho già accennato. Ma dall’inizio della storia, chi furono quelli che concepirono quell’operazione psicologica che, se ci pensiamo bene, non è altro che un’estensione dell’atto di specchiarsi? Quali sono le testimonianze più antiche di autoritratto così come lo intendiamo nella nostra accezione moderna?
Nel passato remoto, dipinti e sculture non venivano considerate come pure opere d’arte, ma come manifestazioni atte a rappresentare tutt’altro: la grandezza di re o nazioni, il potere della chiesa, o la necessità di spiegare agli analfabeti storie, leggende e miti. Spesso neppure gli artisti consideravano se stessi come tali, quindi, per arrivare al concetto di autoritratto, è dovuta prima maturare la concezione di se stessi come artisti in grado di andare oltre la pura rappresentazione di un soggetto, per scavare nelle profondità dell’animo umano. In primis il proprio.
E quando è accaduto? Già nel medioevo, Giotto raffigurò se stesso in alcuni affreschi realizzati al Castello Nuovo di Napoli, e a Firenze nella cappella del palazzo del Podestà. Ma non sono ciò che intendo io. E per questo non parlerò delle varie rappresentazioni che hanno fatto di loro stessi Mantegna, Piero della Francesca, Botticelli, Signorelli, eccetera.

Da sinistra, Mantegna, Botticelli, Filippino Lippi, Signorelli
Da sinistra, Mantegna, Botticelli, Filippino Lippi, Signorelli

In effetti, per arrivare alla forma moderna dell’autoritratto, si è dovuto attendere – oltre alla presa di coscienza degli artisti di essere tali – il perfezionamento di un’invenzione semplice quanto indispensabile: lo specchio. D’altronde lo stesso Jacques Lacan (psichiatra e filosofo francese) pensa che lo specchio sia il mezzo attraverso il quale il bambino inizia a formare il suo io.
Quindi, se gli specchi intesi come li intendiamo noi oggi, furono perfezionati a Venezia intorno ai primi anni del 1500, ecco che possiamo identificare i primi veri autoritratti con il Rinascimento.
Ed è proprio dal Rinascimento che vorrei partire per compilare la mia personalissima lista degli autoritratti e degli autoscatti che più mi hanno colpito e allo stesso tempo intrigato.
Come al solito non sarà esaustiva, ma arbitraria. L’ordine sarà semplicemente di tipo cronologico; prima la pittura e, a seguire, la fotografia.
Per dovere di cronaca però, devo menzionare quello che viene giudicato il primo autoritratto autonomo nella storia dell’arte (1455) a opera di Jean Fouquet – se si esclude Jan van Eyck e il Ritratto di uomo con turbante (1433) forse l’autoritratto dell’artista – anche se trovo Fouquet molto meno espressivo di quanto non lo siano stati Mantegna, Signorelli e compagnia bella poco prima e poco dopo, ma tant’è.
Detto questo, posso dedicarmi finalmente a quelli che preferisco in assoluto.

A sinistra, Van Eyck, Ritratto di uomo con turbante (possibile autoritratto), a destra, Jean Fouquet
A sinistra, Van Eyck, Ritratto di uomo con turbante (possibile autoritratto), a destra, Jean Fouquet

Di Pietro Perugino (1448-1523), esiste un autoritratto, peraltro inserito nell’affresco del collegio del Cambio a Perugia – quindi non propriamente riconducibile a questa carrellata – ma così naturale da non poter essere ignorato. Pare quasi che Perugino – maestro di Raffaello – si diverta ad assumere quell’aria un po’ severa e antipatica. Non si fa nemmeno scrupolo nel rappresentarsi bello paffuto, col doppio mento e lo sguardo accigliato. Il medesimo che ritroviamo nel ritratto che gli fa Lorenzo di Credi – allievo del Verrocchio – al quale il Perugino ricambia la gentilezza dipingendolo nel 1488, in un gioco di cortesie reciproche.

Da sinistra, autoritratto di Perugino, ritratto di Lorenzo di Credi di Perugino, ritratto di Perugino di Lorenzo Credi
Da sinistra, autoritratto di Perugino, ritratto di Lorenzo di Credi di Perugino, ritratto di Perugino di Lorenzo Credi

Di Leonardo Da Vinci (1452-1519) conosciamo un unico e famosissimo autoritratto, anzi, l’autoritratto per antonomasia, realizzato intorno al 1513, quindi pochi anni prima della morte. Inflazionato, d’accordo, era pure sulle banconote da cinquantamila lire – in corso dal 1967 al 1974 – ma di una grande forza. Raffigura un uomo accigliato, ma al contempo traspare un’ironia che ha sempre contraddistinto il genio italiano che, infatti, amava comporre sonetti e barzellette. Pochi tratti, un leggero chiaroscuro e quel senso di non finito che lo rendono ancora più potente.
Non voglio considerare le patacche che ogni tanto vengono attribuite a Leonardo, come per esempio un presunto autoritratto in cui un ridicolissimo Leonardo viene rappresentato con le sembianze da giovane e la stessa barba bianca degli anni precedenti la sua morte.

Da sinistra, Leonardo da Vinci, autoritratto, attribuito a Leonardo da Vinci, autoritratto
Da sinistra, Leonardo da Vinci, autoritratto, attribuito a Leonardo da Vinci, autoritratto

Certamente un artista che ha lasciato dietro di sé un cospicuo numero di autoritratti – una cinquantina – è Albrecht Dürer (1471-1528). Una serie di opere che ci restituiscono l’artista tedesco a partire dall’età di tredici anni.
Definirlo narcisista forse è ingiusto, più corretto sarebbe definirlo un artista pienamente conscio delle proprie capacità, famoso, conteso, indiscusso rappresentante del rinascimento tedesco. È questa la prospettiva con cui dobbiamo guardare ai suoi autoritratti, quella di un uomo sicuro – ma guardate quanto è sicuro anche in quello in cui aveva solo tredici anni – delle proprie capacità e della propria posizione all’interno della società, che ama quindi esibire il frutto delle sue fatiche attraverso pose, abbigliamento e ostentazione della ricchezza accumulata. Un dandy ante litteram.
A proposito del suo Autoritratto con pelliccia, ebbe cura di inserire accanto al suo viso questa frase: “Io Albrecht Dürer di Norimberga, all’età di ventotto anni, con colori eterni ho creato me stesso a mia immagine”. “Creato”, non dipinto. Come se fosse un Cristo o un Dio, che emula anche nella postura. L’esatto opposto di quanto ho sempre pensato io, e cioè che per essere davvero bravo devi odiare te stesso almeno un po’. Solo allora sarà possibile pretendere più di quanto si pretenderebbe da chiunque altro. Ma l’arte è bella proprio per questo: segue strade diverse e imprevedibili e ciò che ha valore per qualcuno, per altri è completamente inutile.

Albrecht Dürer, autoritratti
Albrecht Dürer, autoritratti

Un autoritratto particolare perché non raffigura solo l’artista, ma anche la di lui moglie Anna, è quello di Hans Burgkmair il vecchio (1473-1531). Non solo, se guardate bene nello specchio che regge la donna, vedrete raffigurati non i visi della coppia, ma due teschi.
Dipinto nel 1529 – due anni prima della morte – colpisce lo sguardo attonito e angosciato del pittore, che sembra paventare fortemente la fine che probabilmente sente molto vicina. Comunica un senso di angoscia, di ineluttabilità, un vero memento mori.

Hans Burgkmair il vecchio, autoritratto con la moglie
Hans Burgkmair il vecchio, autoritratto con la moglie

E per restare nel misterioso, parliamo dell’autoritratto – nei panni di San Bartolomeo scuoiato – che Michelangelo (1475-1564) si divertì a nascondere nel Giudizio Universale (1536-41). La pelle scuoiata viene tenuta dallo stesso San Bartolomeo, che ha le sembianze di Pietro Aretino, verso il quale Michelangelo nutrì risentimenti personali per via di una vicenda nella quale l’Aretino accusò l’artista di omosessualità, o del Vizio Fiorentino, come veniva chiamata all’epoca. Ma più interessante è l’autoritratto “classico” di Michelangelo. Per intenderci, quello che si trovava sulla bellissima banconota da diecimila lire in corso dal 1962 al 1977, che restituisce l’immagine di un uomo suo malgrado virile, famoso e realizzato, uno che non le mandava a dire nemmeno ai papi, ai quali non si faceva scrupolo di chiedere quanto gli fosse dovuto per il suo lavoro. Se poi volessimo vedere le sue sembianze dal vero, non resta che andare al Castello Sforzesco di Milano dove, oltre alla Pietà Rondanini, è conservata la sua maschera funeraria.

Da sinistra, Michelangelo, autoritratto come San Bartolomeo, autoritratto
Da sinistra, Michelangelo, autoritratto come San Bartolomeo, autoritratto

Tiziano (1480/85-1576), mi incuriosisce per un semplice motivo: come mai non esiste alcun autoritratto da giovane o almeno da uomo maturo, ma solo da vecchio? La risposta forse sta anche nella sua lunghissima vita. E anche nel mistero della sua vera data di nascita. Alcuni documenti registrano la sua morte all’età di centotré anni, anche se più probabilmente ne aveva invece una novantina, che è comunque una gran bella età, soprattutto per l’epoca.
I due autoritratti qui sotto sono databili intorno 1550-62 l’uno e 1567 l’altro. Quindi quando l’artista aveva più o meno già oltre settanta e oltre ottant’anni. In queste due opere colpisce il fatto che lo sguardo non sia mai rivolto verso l’osservatore, quasi non meritasse la sua attenzione. Forse il Pittore ufficiale della Serenissima, nonché, secondo alcuni, il più ricco artista della storia, non vuole rivelare il suo io profondo, ma piuttosto la sua ricchezza, la fama, il successo. Infatti sembra più propenso a mostrare le collane d’oro e corallo, le pellicce e l’espressione seria da uomo arrivato e venerato. Fatto sta che non risulta l’idea di un uomo molto simpatico, ma di qualcuno che preferisce tenere le distanze, da buon montanaro.

Tiziano, autoritratti
Tiziano, autoritratti

Raffaello (1483-1520) invece, pare avesse una certa fissa per le donne e il sesso, tanto che si racconta che la sua dipartita fu causata proprio da una notte di stravizi. Eppure nell’Autoritratto con un amico (1518-20), Raffaello non teme che la complicità rappresentata possa dare adito a pettegolezzi. Lui è quello in piedi che tiene morbidamente la mano sulla spalla dell’amico che indica con il dito qualcosa al di fuori del quadro. Magari proprio noi che li stiamo osservando, in un gioco di sguardi reciproci. Anche nell’altro autoritratto attribuitogli, il pittore non si fa problemi ad apparire dolce e languido, lo sguardo rivolto direttamente negli occhi dell’osservatore e un’aria quasi malinconica. Ha solo ventidue anni, ma ha già dipinto numerosi capolavori come lo Sposalizio della Vergine, la Madonna del Cardellino e la Crocifissione Gavari. Quindi non facciamoci trarre in inganno, l’uomo con cui stiamo incrociando lo sguardo, era già uno dei pittori più richiesti e affermati dell’Umbria.

Da sinistra, Raffaello, autoritratto, autoritratto con un amico
Da sinistra, Raffaello, autoritratto, autoritratto con un amico

Del Parmigianino (1503-1540) ecco un autoritratto che, più che cercare di esplorare la personalità intima dell’autore, sembra essere un esercizio di stile tipico dei pittori fiamminghi di un centinaio di anni prima. Non c’è dubbio che realizzare la deformazione prospettica di uno specchio convesso non sia cosa da tutti, e l’espressione di pacata e accondiscendente soddisfazione sul viso del Parmigianino, sembra proprio esprimere la tranquillità della propria maestria, con tanto di vezzoso anellino al mignolo. Ricordiamoci però che fu realizzato nel 1524, quindi a 21 anni, un’età nella quale è giusto essere fieri delle proprie capacità.

Parmigianino, autoritratto
Parmigianino, autoritratto

El Greco (1541-1614) è un pittore che ho scoperto da poco – mea culpa – ma che mi affascina in modo magnetico. Nato a Creta, si trasferì successivamente a Venezia, poi a Roma e, infine, a Toledo, dove morirà mantenendo quel miscuglio di Italia e Spagna nel suo nome d’arte.
I suoi colori non sono stesi in quel modo raffinato tipico del rinascimento, ma spesso le pennellate sono evidenti, i colori squillanti e dissonanti come un disco jazz suonato a tutto volume. Non in tutte, ma in alcune opere sembra quasi di intravedere qualcosa di impressionista, specialmente negli autoritratti.
Non deve trarre in inganno quell’aria a volte mesta o rassegnata perché non era certo un tipo accomodante e nutriva inoltre una certa ambizione per fama e denaro. E, come Michelangelo, non era certo uno che le mandava a dire. Per esempio, di Michelangelo e la cappella Sistina disse: «Era un brav’uomo, ma non sapeva dipingere».

El Greco, autoritratti
El Greco, autoritratti

Caravaggio (1571-1610) è uno che mi piace parecchio. Non solamente per la sua pittura, violenta, notturna, splatter, dai punti di vista inattesi. Ma proprio come uomo. Una vita turbolenta, facile ad accendersi, divorata da fughe e sensi di colpa. Uno che, come Alfred Hitchcock, amava apparire all’interno delle sue opere, per ben undici volte. A partire dal Bacchino malato, Giuditta e Oloferne, Davide con la testa di Golia, quasi a presagire la sua fine violenta. Anche se non risultano autoritratti nel senso che intendo in questo pezzo, voglio però riportare i quadri in cui Caravaggio si è raffigurato. Proprio perché appaiono ancora più potenti di quanto non potrà mai essere l’autoritratto ufficiale – quasi in un anelito di autodistruzione fisica – che raccontano, forse, molto più di quanto l’artista stesso volesse comunicare.

Caravaggio, autoritratti nelle vesti di Bacchino malato, Oloferne, Golia
Caravaggio, autoritratti nelle vesti di Bacchino malato, Oloferne, Golia

Visto che Artemisia Gentileschi (1593-1653), una delle poche pittrici rinascimentali a godere di una discreta fama e che rifece una sua personale versione del Giuditta e Oloferne di Caravaggio, 14 anni dopo l’originale – se possibile, altrettanto sanguinosa – mi sembra giusto accostarla a quello che senz’altro fu l’ispiratore della sua arte. Anche per lei la vita non è stata facile: fece scalpore all’epoca lo uno stupro subito dal pittore Agostino Tassi – che lei portò in tribunale –  che la trasformò, in anni recenti, in un’icona del femminismo internazionale.
Troppo facile quindi interpretare psicologicamente la violenza presente nella sua versione di Giuditta e Oloferne come una rivalsa verso la violenza subita. Ma a noi interessano i suoi numerosi autoritratti, sempre in veste di santa o musa delle arti. In effetti non saprei cosa pensare. Ho come il dubbio che malgrado il gran numero di autoritratti, compresi quelli in cui utilizza il suo volto come modello per altre tipologie di dipinti, ci sia qualcosa che mi sfugge. Come se la sua fosse una maschera dietro la quale celare la vera personalità. Non l’autoritratto per svelare il proprio animo profondo, ma invece un modo raffinato per nasconderlo ancora meglio.

Da sinistra, Caravaggio, Giuditta e Oloferne, Artemisia Gentileschi, Giuditta e Oloferne
Da sinistra, Caravaggio, Giuditta e Oloferne, Artemisia Gentileschi, Giuditta e Oloferne
Artemisia Gentileschi, autoritratti
Artemisia Gentileschi, autoritratti

Di Gian Lorenzo Bernini (1598-1680), non fosse altro che per essercelo visto sulle banconote da cinquantamila lire in corso tra il 1992 e il 1999, non posso fare a meno di citare il suo autoritratto a 25 anni (1623), che non è quello della banconota – tratta sempre da un suo autoritratto ma del 1630-1635 – ma quello in cui ci guarda dritto negli occhi, quasi stupito della nostra presenza, le labbra leggermente socchiuse dalla sorpresa – che però era il tratto distintivo dei suoi quadri – o forse l’imbarazzo. Eppure a quell’epoca aveva già realizzato i gruppi scultorei di Apollo e Dafne (1622-25), il David (1623-24) e anche il Ratto di Proserpina (1621-22) che lo resero immediatamente famoso. E anche ritratti di personaggi estremamente importanti come ad esempio il Cardinale Scipione Borghese, nonché soggiornato in Francia per qualche tempo.
Qual è allora lo scopo di Bernini nel rappresentarsi in questo modo? Sappiamo che aveva un carattere deciso ed era un innovatore. Si diceva anche che fosse molto devoto e ogni mattina assistesse alla messa. Ma non dimentichiamo che lavorò per almeno tre papi e che fu nominato Architetto della fabbrica di San Pietro, quindi era anche nel suo interesse esternare fede e devozione.
Però mi piace immaginarlo come nel suo autoritratto, un giovane pieno di speranze, forse spaventato da tanta fama e gloria, tanto da chiedersi: «Sarà davvero questo ciò che voglio?»

Gian Lorenzo Bernini, autoritratti
Gian Lorenzo Bernini, autoritratti

A riprova che la calvizie forse era un problema anche quattrocento anni fa, ecco Pieter Paul Rubens (1577-1640), che nei suoi autoritratti indossa quasi sempre  magnifici cappelloni. Infatti, successivamente agli autoritratti del 1615 e 1620 nei quali esibisce – forse con un poco di imbarazzo – la sua bella pelata, in quelli successivi non manca mai di vestire in modo raffinato, con tanto di spade, gorgiere e l’immancabile cappello. Colpisce l’espressione del volto, sempre la stessa, le labbra carnose leggermente protese, lo sguardo sornione sempre rivolto all’osservatore, anche quando nel quadro compaiono la moglie o il figlio. Un uomo diverso da quello che ci si aspetterebbe di vedere, rispetto all’idea che – almeno io – mi ero fatto di un artista tanto abile nel rappresentare la voluttà delle carni femminili.

Pieter Paul Rubens, autoritratti
Pieter Paul Rubens, autoritratti

Rembrandt (1606-1669), sarebbe il soggetto ideale per questa analisi sugli autoritratti, perché probabilmente è il pittore che realizzò il maggior numero di immagini di se stesso. Secondo Julian Bell – autore dell’introduzione a 500 Autoritratti, Phaidon, 2004 – sono oltre 200, più di ogni altro pittore. Un’ossessione? Un capriccio? Un’estrema forma di vanità? Se così fosse, il pittore non si rappresenterebbe – da vecchio – afflitto da tutti i segni del tempo, corrucciato, spesso attonito. Questa ripetitività sempre diversa, anche se può sembrare un’ossimoro, mi fa pensare quasi a una performance, un’operazione alla quale verrebbe voglia di dedicare un’intero libro. L’epopea di un uomo che raccolse fin da giovane enormi successi e che, contemporaneamente, subì dissesti economici e tragedie personali.
Un diario lungo una vita, costituito sempre dal medesimo soggetto, eppure sempre diverso. Espressioni che passano dall’attonito, con gli occhi spalancati e le labbra socchiuse, a quelle di sana allegria, il viso piegato all’indietro, a quelle interroganti, quasi a domandare, a noi che osserviamo, quale sarà il futuro, e infine quelle della maturità e la vecchiaia, un misto di compostezza, rassegnazione e, a volte, di ironica accondiscendenza. Sembra quasi di conoscerlo, di riconoscerci nella parabola della nostra esistenza – almeno per chi non è più un ragazzino – nel passare del tempo di cui ci accorgiamo quando ci guardiamo allo specchio. E forse era proprio questo il suo intento.

Rembrandt, autoritratti
Rembrandt, autoritratti

Si potrebbe dire che con Rubens e Rembrandt termina anche quella fase eroica dell’autoritratto inteso come sperimentazione e ricerca interiore, per aprirsi, nel settecento, la stagione delle vanità, la gigioneria, la rappresentazione dell’artista più che dell’uomo. L’età dei parrucconi, i tre moschettieri, la grandeur dei re di Francia, degli effetti facili. Naturalmente non per tutti gli artisti. È possibile ancora scendere nel profondo di alcuni di essi, prima che, con l’impressionismo, l’autoritratto torni a scavare nel più profondo, quasi a precorrere la ricerca psicanalitica della fine dell’ottocento.

Ma tutto questo nella prossima puntata.