L’amicizia è la vera patria. Roth e Zweig

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L'amiciziaL’amicizia è la vera patria
Josef Roth e Stefan Zweig
Castelvecchi

Joseph Roth e Stefan Zweig, due grandi scrittori davanti all’abisso. I foschi anni ’30 del ‘900, incastonati tra due guerre mondiali, con il nazismo da poco al potere. Roth vede, Zweig fa finta di non vedere. Due generazioni, due diversi atteggiamenti: il senzapatria e senza speranze (Roth), l’umanista convinto che la ragione prevarrà (Zweig). Due amici, due visioni. Ebrei e austroungarici entrambi, più anziano e autorevole Zweig (1881-1942) che in quegli anni è tra gli scrittori in lingua tedesca di maggior successo planetario, più giovane e votato all’autodistruzione Roth (1894-1939) che passa da un albergo all’altro, da un bistrot all’altro, devastato dai debiti e da un alcolismo sempre più aggressivo e plateale. La corrispondenza fra i due, cominciata nel 1927 e proseguita sino alla vigilia della morte di Roth, è stata pubblicata in tedesco nel 2011: 268 lettere di cui 45 di Zweig. Castelvecchi ne offre, in questo smilzo libretto, una scelta che copre il 1933-38.
Roth, fin dal 1933, fa una scelta di campo netta e, se non azzecca tutto, fiuta da subito l’aria che tira: «La mia opinione è questa: a) dura quattro anni. b) Hitler finisce in un disastro o nella monarchia. c) Non c’è la minima relazione con il Terzo Reich, da parte nostra. d) Tra cinque mesi non ci sarà più un editore, un libraio o un autore del nostro tipo. e) Da quello che si sente, ogni speranza va abbandonata, definitivamente, con rassegnazione e convinzione. Tra noi e lui è guerra». Apocalittico, disilluso, sferzante nei confronti di una “linke” che considera corresponsabile del disastro, con gli anni Roth si imbozzolerà in una privata mitologia catto-monarchica, abiurando l’ebraismo e riponendo ogni fiducia in un Dio “che non concede la grazia” e nella restaurazione degli Asburgo.
Più lineare, ma altrettanto flebile, la reazione di Zweig. Come molti esponenti dell’élite ebraica, considera l’integrazione un processo irreversibile e il nazismo come una perturbazione passeggera. Si sveglia tardi, Zweig, che non è mai stato connivente ma, piuttosto, appartato e distratto, convinto com’era che gli ideali progressivi (razionalismo, pacifismo, umanesimo) fossero una conquista definitiva. Il risveglio è amaro: entrambi hanno problemi a pubblicare i loro libri, gli editori che non vogliono chiudere accettano accomodamenti vergognosi con l’hitlerismo; l’opposizione intellettuale poi è debole e divisa, rancori sospetti e invidie sono all’ordine del giorno. Roth sogna impossibili ribellioni e irride gli appelli che Zweig vuole lanciare assieme a Toscanini e alla crème intellettuale occidentale: «La nonviolenza del Mahatma Gandhi mi è antipatica quanto la violenza di Hitler mi è odiosa». Zweig, amico quasi paterno (c’è una foto commovente che li ritrae assieme nel 1936, e Zweig fissa Roth con uno sguardo carico di affetto), discreto ma generoso sovvenzionatore del grande autore della Marcia di Radetzky, lo implora di restare in vita, almeno quello: «Non inventi sofismi per cui l’acquavite sarebbe qualcosa di nobile e saggio che l’aiuterebbe a creare… Lei ha un solo dovere, scrivere libri e bere il meno possibile». Nessuno dei due resisterà a lungo: fulminato dal delirium tremens a Parigi nel 1939 Roth, suicida in Brasile nel 1942 Zweig. Il nazismo ha sulla coscienza anche loro.

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Bartleby
Bartleby scrive da sempre, non solo per Spettakolo! e non solo di libri (e film, politica, ideologia, tecnologia e altro): quindi potrebbe essere lo scrivano di cui parlava Herman Melville in quel racconto omonimo, dove Bartleby -richiesto di prestazioni a lui non gradite- semplicemente rispondeva preferisco (preferirei, avrei preferenza) di no . Ma con noi è sempre disponibile...