Duffy. Cavanagh. Cioè Barnes…

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Dan Cavanagh
Einaudi

Finora di maltese conoscevo soltanto il falcone, quello del romanzo di Dashell Hammett e del film di John Huston con Humphrey Bogart e Mary Astor. E la scrittrice anglomaltese Trezza Azzopardi. Qui, invece, c’è un gangster maltese, Big Eddy Martoff, azzimato nell’eloquio come un milord ed efferato nell’azione come un fratello di Jack lo Squartatore che ha conservato qualche tenue freno inibitorio. Siamo a Londra, anni presumibilmente ’70. A Soho, per la precisione. Tra librerie porno, cinema a luci rosse, centri massaggi, peep show, locali di strip-tease e bordelli (oddio, c’è anche qualche libera professionista). La moglie di un importatore di maschere di King Kong, cappelli da pagliaccio, articoli da carnevale e simili è stata aggredita da due scagnozzi mentre era in casa, legata a una sedia, sbregata alla schiena con un taglierino (tredici punti), mentre il gatto, be’ il gatto…
Passiamo oltre. Dopo lo sfregio, arriva il ricatto telefonico. Una voce suadente dall’accento italiano (dice di chiamarsi Salvatore, come un vecchio gangster morto qualche anno addietro) chiede soldi. Pochi all’inizio, da mettere in una busta e lasciar cadere in un cestino dei rifiuti. Poi le pretese salgono e sulla vicenda si trova a indagare Duffy, detective privato bisex ed ex poliziotto a West Central. Lo hanno cacciato dalla polizia quattro anni prima, incastrandolo con un giovane nero dall’età dubbia: una bella trappola per impedire che completasse un’indagine.
E il resto? Il resto ve lo leggete, non spendo una parola di più. Se non per dire che Duffy è strepitoso. Scritto benissimo e benissimo tradotto (da Norman Gobetti). Un esercizio, se volete. Un esercizio di hard boiled, con il detective falso cinico e la città corrotta attorno a lui. Il precedente di riferimento, alla larga, mi sembra Il grande sonno, splendido romanzo di Raymond Chandler con librerie equivoche, pornografia paleolitica e le figlie viziose di un vecchio generale paralitico (e splendido film di Howard Hawks, sceneggiatura e dialoghi erano di Faulkner, con Bogart e Bacall che civettavano alla grande). Quel che lì era allusione quasi tra le righe, in ossequio a un residuo di puritanesimo e di dissolvenza, qui si fa esplicito.
E il virtuosismo di Dan Kavanagh, l’autore di Duffy, ha modo di rifulgere. Sesso e squallore: senza reticenze, senza una parola o un’esibizione di troppo e, soprattutto, senza una sola riga di goffaggine o di artificiosità, il rischio maggiore di chi affronta un materiale simile.
Dan Kavanagh viene presentato nel risvolto come «nato nella contea di Sligo nel 1946. Dopo un’adolescenza di assenze ingiustificate a scuola, sesso libero e piccoli furti, a diciassette anni se n’è andato di casa per imbarcarsi come mozzo su una petroliera liberiana. Montato su un’altra nave a Montevideo, ha girato per tutte le Americhe svolgendo i lavori più disparati: lo stuntman nei rodei, il cameriere su pattini a rotelle in un locale gay di San Francisco. Al momento è impegnato a Londra in attività lavorative che preferisce non specificare, e vive a North Islington».
Troppo bello per essere vero, e infatti Dan Kavanagh è Julian Barnes, tra i miei inglesi prediletti, qui al suo primo o secondo libro (Metroland uscì anch’esso nel 1980). Kavanagh era il cognome della moglie, l’agente letterario Pat, con questo pseudonimo Barnes ha scritto altri tre libri.

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Bartleby
Bartleby scrive da sempre, non solo per Spettakolo! e non solo di libri (e film, politica, ideologia, tecnologia e altro): quindi potrebbe essere lo scrivano di cui parlava Herman Melville in quel racconto omonimo, dove Bartleby -richiesto di prestazioni a lui non gradite- semplicemente rispondeva preferisco (preferirei, avrei preferenza) di no . Ma con noi è sempre disponibile...