Il pianista Paul Bley, nato a Montreal nel 1932, è deceduto il 3 gennaio scorso, in casa, con tutta la famiglia vicina, come riporta una dichiarazione della figlia Vanessa rilasciata ieri.
Aveva debuttato nella musica a 13 anni con la Buzzy Bley Band; a 17, quando il grande Oscar Peterson si trasferì negli USA, ne assunse la coppia ritmica e iniziò a girare in trio e a riscuotere i primi successi. Passò per il perfezionamento alla prestigiosa Juilliard School di New York, città dove, non ancora ventenne, era già in cartellone nei locali principali, tra cui il mitico Birdland.
PAUL_BLEY_ECM-Records-1920x1080Da allora ha suonato con tutti i maggiori musicisti jazz e si è esibito da solista in diverse formazioni, anche se soprattutto in trio e in solo. Con Chet Baker, Bill Evans, Jimmy Giuffre affinò la sua intensa vena lirica; con Ornette Coleman, Don Cherry, George Russell, approfondì la sua innata voglia di sperimentazione (fu anche il primo a dare concerti con il sintetizzatore nel ‘69, ma lo lasciò quasi subito); con Lester Young, Sonny Rollins (nell’album Sonny Meets Hawk! c’è un suo formidabile assolo che Pat Metheny dichiarò essere “il migliore di tutta la storia del jazz”), Charles Mingus, ebbe un confronto diretto con i giganti; con Charlie Haden e Paul Motian formò un trio in cui illustrò il suo stile essenziale, introverso, ricchissimo e di una melodiosità immediata.
Tra gli altri ha il merito di aver lanciato due jazziste eccezionali, Carla Bley e Annette Peacock, che furono anche sue compagne di vita prima dell’attuale moglie, la 43nne regista Carol Goss, e di aver fondato l’etichetta discografica Improvising Artists, per la quale ha inciso album preziosi con il contrabbassista Jimmy Giuffre (Quiet Song), con il tenorista John Gilmore (partner del sommo Sun Ra, per cui suonò anche Bley, Turning Point) e in solitaria (Alone Again, uno degli oltre 20 incisi in carriera).
Il pianista canadese sapeva coniugare nella sua musica un’estrema libertà, che volava insieme al flusso dei suoi pensieri e dei suoi desideri, con una continua pulsione creativa e una sottile vena nostalgica. Il suo era un discorso totale e diretto, eppure pieno di meandri e di stratificazioni, ricco di straordinarie derive armoniche e di continui cambi di umore. Intense ballate e astrazioni immobili, piccoli ritornelli dai ritmi inattesi e distensioni emozionali di inimitabile duttilità, lieve ironia appena sorridente e atemporalità dalla logica inafferrabile quanto ferrea.
Infine, Bley è sempre stato profondo nelle sue dichiarazioni e nelle sue analisi, lo dimostra in particolare l’autobiografia del 2009 Stopping Time: Paul Bley and the Transformation of Jazz, che ricordava le sue tre massime di riferimento sull’arte: “scrivere musica è sorpassato, meglio registrarla immediatamente”, “le prove sono controproducenti, ripetersi è una spirale che porta verso il basso” e “la pratica rende perfetti, ma l’imperfezione è meglio”.

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Raffaello Carabini
Che dire? Basta citare la cura di oltre 250 cd compilation di new age, jazz, world e quant’altro? Bastano una ventina d’anni di direzione artistica dell’Etnofestival di San Marino? Bastano i dieci come direttore responsabile di Jazz Magazine, Acid Jazz, New Age Music & New Sounds, Etnica & World Music? Oppure, e magari meglio, è sufficiente informare che sono simpatico, tollerante, intelligente... Con quella punta di modestia, che non guasta mai.