Un’eredità di avorio e ambra. De Waal

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Un'ereditàUn’eredità di avorio e ambra
Edmund De Waal
Bollati Boringhieri

Una vetrinetta di netsuke giapponesi: 264 sculture minuscole, d’avorio o di legno. Scimmie e draghi, piovre e castagne, monaci e calderai, volpi e lupi. Nate nel XV secolo, applicazione virtuosistica del “piccolo è bello”, fino al ‘900 servivano per fermare la cintura del kimono e appenderci la borsa del tabacco o delle medicine, le chiavi o altro. Dalla seconda metà dell’800, però, i netsuke diventano altro e vanno altrove: si trasformano in oggetto da collezione per il nascente “giapponismo”, e dopo le prime incette a buon mercato le quotazioni si impennano. La vetrinetta con i 264 netsuke è il pezzo forte delle collezioni parigine di Charles Ephrussi, storico dell’arte e collezonista, intellettuale raffinato e mecenate generoso che sovvenziona gli ingrati e antisemiti per grettezza e vigliaccheria – sono gli anni dell’affaire Dreyfus – Renoir e Degas, protegge il poeta Jules Laforgue, è amico di Proust e gli ispira lo Swann della Recherche. Donati al cugino viennese Viktor in occasione delle sue nozze, i netsuke vivono la fine degli Asburgo e sfuggono ai nazisti, li nasconde in un materasso una domestica fedele dopo che gli Ephrussi viennesi sono scampati per un soffio all’annientamento. Da Vienna andranno in Giappone dalla pecora nera della famiglia Ephrussi, il mondano Iggie che è sfuggito al destino di banchiere diventando gay e disegnatore di moda, per farsi infine buon soldato americano e, suprema ironia della sorte, abilissimo uomo d’affari, ciò che il padre non è riuscito a essere. Da Tokyo, arriveranno alla destinazione finale di Londra, lasciati in eredità al pronipote Edmund de Waal, ceramista, storico dell’arte e professore universitario, e in questo avvincente romanzo-memoir sapiente e avvincente narratore. Un secolo di storia, nelle peregrinazioni parallele, nelle ascese repentine e nelle brusche cadute e dei netsuke e dei loro padroni. Nati a Odessa mercanti di grano, gli Ephrussi (come i Rothschild, i Camondo, i Reinach) emigrano a Vienna e a Parigi. Diventano banchieri, intellettuali, avvocati, artisti. Si integrano nell’impero di Francesco Giuseppe e nella Terza repubblica francese, patrocinano artisti e finiscono nei libri: la Russia che li ha persi li ricorda con Babel; Vienna che li ha costretti a scappare li fissa nella memoria grazie a un altro esule di genio, Joseph Roth; la Francia, lo abbiano detto, li consegna all’immortalità artistica con Proust.
Un’eredità d’avorio e ambra è però molto più della straordinaria saga familiare che pure è (e che, per fortuna, contempla il lieto fine in terra inglese). Molto più della deliziosa rievocazione di un secolo d’arte. Molto più di un viaggio che tocca mezzo mondo. È la celebrazione della modernità e della prima globalizzazione, che gli Ephrussi rappresentano: capaci di compiere in un paio di generazioni un mutamento (“dall’aratro nei campi agli aerei nel cielo”, cantava tanti anni fa Luigi Tenco) che altri non sono capaci di compiere in secoli; più avanti della loro epoca, capaci di brillare in più lingue e di essere versatili, di finanziare imperi e di tenersi in corrispondenza con Rilke; apolidi loro malgrado, benché sempre desiderosi di essere cittadini leali e sudditi fedeli. Nell’invidia e nell’odio che suscitano, tra i molto poveri e tra i molto ricchi della prima metà del Novecento, entrambi convinti che basti appartenere a un luogo per vedersi piovere addosso la manna, che “sangue e suolo” valga più del bisogno e del talento, gli Ephrussi e gli altri esponenti della grande borghesia ebraica, fra le più colte e civili che quella classe abbia espresso, sono la cartina del tornasole dell’anima più buia e feroce del secolo breve. E i minuscoli, affascinanti netsuke, sempre in viaggio e sempre un po’ fuori luogo, sono il loro correlativo oggettivo.

PS. Il memoir di de Waal ha le sue belle porte girevoli che immettono in un altro romanzo splendido, Le variazioni Reinach di Filippo Tuena. Leggere per credere

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Bartleby
Bartleby scrive da sempre, non solo per Spettakolo! e non solo di libri (e film, politica, ideologia, tecnologia e altro): quindi potrebbe essere lo scrivano di cui parlava Herman Melville in quel racconto omonimo, dove Bartleby -richiesto di prestazioni a lui non gradite- semplicemente rispondeva preferisco (preferirei, avrei preferenza) di no . Ma con noi è sempre disponibile...