David Bowie Blackstar, ovvero come fare musica seria in un mondo fatto di pose

774
1

E’ l’otto gennaio del 2016 e, oltre che essere la data di uscita del ventiseiesimo disco di David Bowie è, soprattutto, il giorno del compleanno dell’unico re del rock and roll Elvis A. Presley.

tumblr_lxghrjxu6x1qad7ugo1_r2_1280Come sapete tutti, David Bowie scrisse Golden Years, uno dei suoi brani più fortunati, esce nel 1975 e si narra che fosse stata offerta a Elvis ma da lui rifiutata.

A parte gli scherzi, condividere la data di nascita con il Re non è una da cosa da poco, senza voler indagare le eventuali assonanze astrologiche ( ehi, a proposito, io sono nato il 5 gennaio…) David Bowie, esercitando una grande understatement tutto britannico, ha dichiarato:

“Elvis was a major hero of mine. I was probably stupid enough to believe that having the same birthday as him actually meant something.”

Che dire? Che il vero rocker, il vero artista, lo si riconosce dalla sua capacità di credere alle favole.

Tutti noi abbiamo creduto alla “great rock and roll swindle” e ci crediamo ancora.

bowie-elvis_bannerQuesto perchè quando una figura come quella di David Bowie si muove artisticamente in modo pubblico, conviene fermarsi e ascoltare.

E’ esattamente quello che sto facendo da una decina di giorni a questa parte.

Inutile che vi faccia la lezioncina a base di Wikipedia su chi ha scelto David come musicisti, inutile che vi dica che oltre alla sua voce, il suono più presente e importante del disco è quello del sax, vecchia conoscenza di Bowie.

Vi dico solo che la musica fatta a questo livello, con questa capacità annulla le distanze spazio temporali e ci fa apparire l’autore come dentro una bolla metafisica, una sorta di laboratorio alchemico ove David si muove ispirato di continuo dalla necessità di cantare le sue canzoni.

Dentro ci sono ossessioni non sempre luminose ma spesso illuminate da una luce dolente, dolorosa, un alternarsi di sapori aciduli che sfociano in una canzone dagli accordi meravigliosamente jazzati e ricchi proprio come il brano che da’ il nome al disco, composto da almeno 3 movimenti specifici che sarebbero bastati a un musicista di caratura normale per imbastire almeno un disco.

original

I suoni alternano pulsioni poliritmiche molto compresse che sono figlie del trip hop raddoppiato nella time signature ma che serve come contrasto con i momenti ove il narratore ci racconta la sua storia.

Il combo di musicisti che fanno parte del gruppo del sassofonista di estrazione jazz Donny McCaslin sono coordinati dalle suggestioni molto precise del long time collaborator di Bowie Tony Visconti con l’istruzione precisa di “evitare il rock and roll”.

E’ un gruppo di musicisti che demolisce l’ìdea di musicista jazz come quella che è portata avanti nel nostro paesello, laddove il jazzista è il musicista “serio” che suona solo quello stile lì. Qui abbiamo una sezione ritmica intelligente, potente, capace e attorno un tastierista molto illuminato e un grande chitarrista.

Le canzoni sono caratterizzate da una presenza della voce e di tutto quello che è capace di costruirci un performer leggendario come Bowie.

I testi sono molto inglesi, tanto che Visconti si è sentito in dovere di specificare che soprattuto i londoners capiranno ogni parola, a volte possono sembrare bizzarri ma sono sempre nella giusta posizione  dentro il panorama, con digressioni prese da “Clockwork Orange”, il romanzo di Anthony Burgess dal quale è tratto “Arancia Meccanica”, lo splendido film di Stanley Kubrick oppure nel caso di Girl Loves Me fanno riferimento al Polari, una forma di slang usata dagli inglesi del ventesimo secolo.

Insomma, non si puo’ riassumere tutto quello che succede nella testa di un artista poliedrico e trasformista come Bowie.

Alcune certezze pero’ ci sono.

Sappiamo che Bowie farà quello che per lui è significativo, non dando alla gente quello che si aspetta, così, l’idea di album che abbiamo, una successione coesa di canzoni che, se non parlano  di un unico argomento, almeno non si allontanano troppo da un colore.

In questo caso, sembra che l’idea erratica del disco Bowie l’abbia voluta mantenere viva e per questo il disco necessita più ascolti, proprio come facevano da piccoli, quando non esisteva la pornografica offerta di Itunes o peggio ancora Spotify, ove c’è oggettivamente troppo.

Al tempo dei nostri 16 anni, potendo acquistare un ellepi’ alla settimana se andava bene, quando ti capitava l’opera ostica non la allontanavi al secondo ascolto ma la tornavi ad affrontare volendo in qualche modo fartela piacere.

La voce di David è quello che conta, quella sua autorità indiscutibile e quella personalità assoluta.

A me fa piacere sapere che l’antipatico e sopravvalutato James Murphy idolo dei nostri hipsters pallidi e poco originali, abbia visto il suo ruolo ridimensionato a suonare le percussioni in due brani, dopo aver rovinato gli Arcade Fire ci voleva David a fagli fare una doccia di modestia.

“Dollar Days” apre con due accordi che non possono non ricordarci “Where Are We Now”, splendidi chords-voicing riutilizzati ad arte da uno scienziato del sentimento capace di emozionare al primo ascolto.

Le melodie sopraffine e angolari sono appannaggio di pochi.

La chiusura del cd è un brano che sembra sottendere a qualcosa che arriverà presto.

Tra il penultimo brano e questo, se ci fate caso, c’è una programmazione di roland 808 che cita Sexual Healing accelerata e che serve da assolvenza per l’ultimo brano.

Girl Loves Me è una Helter Skelter del 2016, Beatlesiana fino al midollo.

Insomma, un grande disco.

CONDIVIDI
Antonio
Bassista, cantante, scrittore. Trenta anni di rock’n’roll on the road! Dai Rocking Chairs a Luciano Ligabue, tante note e tante storie di r'n'r!
  • al75

    L’ho già ascoltato almeno 20 volte…sempre + bello…