Faust a Bologna. Longanesi

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Faust a bFaust a Bologna
Leo Longanesi
Edizioni Henry Beyle

«È a Bologna che ho vissuto dal 1910 al 1930, e quella resta la mia città, anche se non vi abito più. A Roma, a Milano, a Napoli ho trascorso anni, ma a Bologna, come s’usa dire, ci ho lasciato il cuore. Posso dire di conoscerne ogni porta, ogni finestra, in ogni vicolo; ricordo il colore di certe vecchie case, quel rosso stinto, quell’arancione caldo, quel bianco gessoso… Ricordo i muri coronati di vetri rotti, puntuti, verde bottiglia; e quello del Collegio degli Spagnoli, coperto di glicine, posso girare il mondo ma non lo ritrovo. Cara Bologna…».
Un articolo garbato e nostalgico sulla Bologna che fu. Leo Longanesi (1905-1957) lo scrisse nel 1955 per Il Borghese, lo ripubblica ora la Edizioni Henry Beyle in quei librettini smilzi e preziosi (il mio è l’esemplare 191 di 375 copie numerate) che regalano il piacere sottile di adoperare il tagliacarte.
Articolo garbato e nostalgico, dicevo. Con belle accensioni elegiache, una mitologia postuma dei “begli anni in cui ce le davamo di santa ragione ma ci rispettavamo e com’era vivace la notte” (ho riassunto il suo compendio un po’ mistificatorio del fascismo), l’eterno tema del “meglio ieri”, qualche giudizio azzardato («Se ancor oggi i fratelli Carracci godono il favore dei bolognesi, ciò è dovuto più alla pesante carne che essi lanciarono in aria tra grosse nubi, che non alla qualità dell’arte loro»).
Insolito personaggio Leo Longanesi. Uomo di straordinario e multiforme talento: scrittore, commediografo, giornalista (fondò e diresse una decina di testate: Omnibus tra il 1937 e il 1939 fu il modello nobile di tutti i successivi settimanali di informazione; Il Borghese un giornale di destra con firme eccellenti), grafico, pittore e disegnatore, pubblicitario (sue le campagne per la benzina Supercortemaggiore e, nel 1955, per la Vespa), coniatore di slogan (da “Mussolini ha sempre ragione”, ambiguo quanto basta per essere allo stesso tempo lecchino d’oro e sberleffo satirico, a “Taci! Il nemico ti ascolta”), editore (la Longanesi & c.).
Fascista, Leo Longanesi. E frondista. Nel 1927, sulla sua rivista L’Italiano, prendeva posizione contro le velleità di un’arte fascista: «Questa rivista non ha mai stampato le parole stirpe, era, cesarea, augustea… Dio ci scampi e liberi dagli archi di trionfo e dai fasci coi festoni… Uno stile non s’inventa dalla sera alla mattina. Lo stile fascista non deve esistere. Il nostro stile è quello italiano che è sempre esistito. Oggi occorre metterlo in luce». E ancora: «I regimi totalitari non consentono la battuta di spirito ma essi hanno il merito, involontario, di suscitarla. Nelle grandi pause liberali, lo spirito, il gusto del comico, l’ironia languono. La satira è tanto più efficace quanto più è rivolta contro regimi intolleranti» E a ribadire: «Fanfare, bandiere, parate. Uno stupido è uno stupido, due stupidi sono due stupidi, ma diecimila stupidi sono una forza storica».
Il che non gli impediva di allestire la “sala Mussolini” nella fastosa mostra del 1932 per il “decennale della rivoluzione fascista”. Né di presiedere nel 1935 alla propaganda di regime per la guerra d’Etiopia. Come non gli avrebbe impedito, nel luglio 1943, caduto Mussolini, di scrivere con Pannunzio e Benedetti il primo editoriale (per Il Messaggero) antifascista e inneggiante alla ritrovata libertà.
Voltacasacca moralista Leo Longanesi, pronto a dare del trasformista agli altri ma lui no. E prontissimo, dopo aver dubitato del fascismo che serviva, a dubitare della democrazia. Cortegiano riottoso ma pur sempre cortegiano. Come Malaparte. Come il sodale Montanelli. Come il discendente rustego Feltri. Un buon esempio di anarco-conservatore, di eterno enfant terrible che va alla messa purché gli sia consentito di sparlare del curato, di satirista con il consenso del satireggiato. E insieme uomo colto e vivace, sicuro nel gusto, capace di individuare le firme di talento anche fuori dal suo cerchio (Moravia, Parise, Soldati, Brancati, Flaiano, tra i tanti). Se poi lo si paragona agli imbarazzanti epigoni del fu-fascismo come Gasparri e La Russa, un genio leonardesco.

PS. Faust a Bologna è una citazione di Dino Campana, peraltro poco amato e ostracizzato dagli antenati dello Strapaese – Giovanni Papini – in cui Longanesi militava.

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Bartleby
Bartleby scrive da sempre, non solo per Spettakolo! e non solo di libri (e film, politica, ideologia, tecnologia e altro): quindi potrebbe essere lo scrivano di cui parlava Herman Melville in quel racconto omonimo, dove Bartleby -richiesto di prestazioni a lui non gradite- semplicemente rispondeva preferisco (preferirei, avrei preferenza) di no . Ma con noi è sempre disponibile...