Fabrizio De André, in direzione ostinata e contraria

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L’11 gennaio 1999, moriva Fabrizio De André, il più grande di tutti. In questi giorni si sprecano le iniziative, piccole e grandi, per onorarne la memoria. Io voglio ricordarlo usando le sue parole…

● «Ho sempre avuto pochissime idee… in compenso fisse».

● «Dall’ingenuità possono nascere dei piccoli miracoli, o anche delle grandi stronzate».

● «La solitudine non consiste nello stare soli, ma piuttosto nel non sapersi tenere compagnia. Chi non sa tenersi compagnia, difficilmente la sa tenere ad altri».

● «Benedetto Croce diceva che fino ai 18 anni tutti scrivono poesie. Dai 18 anni in poi continuano a scriverle due categorie di persone: i poeti e i cretini. E quindi io precauzionalmente preferirei considerarmi uno scrittore di canzoni».

● «Perché scrivo? Per paura. Per paura che si perda il ricordo della vita delle persone di cui scrivo. Per paura che si perda il ricordo di me. O anche solo per essere protetto da una storia, per scivolare in una storia e non essere più riconoscibile, controllabile, ricattabile».

● «Non chiedete a uno scrittore di canzoni che cosa ha pensato, che cosa ha sentito prima dell’opera: è proprio per non volervelo dire che si è messo a scrivere. La risposta è nell’opera».

● «Le vere domande e le vere risposte non sono fatte di parole: sono fatte di azioni, di gesti, di atti, di opere in cui possono anche essere comprese le parole. Eppure ogni cosa fatta in qualche modo la si paga in ansia, in insuccesso e, se tutto va bene, in nostalgia».

● «Ho sempre avuto due chiodi fissi: l’ansia di giustizia e la convinzione presuntuosa di poter cambiare il mondo. Oggi quest’ultima è caduta».

● «Per tutti il dolore degli altri è dolore a metà».

● «Il cancro e l’AIDS sono bestie educate: mangiano una ben misera razione di carne rispetto a quella che hai mangiato tu e non ti lasciano solo come tu tenti di fare con loro».

● «In alcune etnie cosiddette primitive, il canto ha ancora oggi il compito fondamentale di liberare dalla sofferenza, di alleviare il dolore, di esorcizzare il male».

● «La vita in Sardegna è forse la migliore che un uomo possa augurarsi: 24.000 chilometri di foreste, di campagne, di coste immerse in un mare miracoloso dovrebbero coincidere con quello che io consiglierei al buon Dio di regalarci come paradiso.

● «La virtù mi interessa poco, perché non va migliorata. Invece il vizio lo si può migliorare».

● «Io ogni sera desidererei rivolgermi al pubblico e dire loro che tutto quello che avete ascoltato fino ad ora è assolutamente falso, come sono assolutamente veri i sentimenti e gli ideali che mi hanno portato a scrivere queste canzoni. Ma con gli ideali e con i sentimenti si costruiscono delle realtà sognate. La realtà, quella vera, è quella che ci aspetta fuori. E per modificarla, se vogliamo modificarla, c’è bisogno di gesti concreti e reali».

● «Basta spostarsi di latitudine e vediamo come i valori diventano disvalori e viceversa. Non parliamo, poi, dello spostarci nel tempo. C’erano morali nel medioevo che oggi non sono assolutamente riconosciute. Oggi ci lamentiamo, vedo che c’è un gran tormento sulla perdita dei valori. Bisogna aspettare di storicizzarli. Non è che i giovani d’oggi non abbiano più valori: hanno sicuramente dei valori che noi non siamo ancora riusciti a capir bene, perché siamo troppo affezionati ai nostri».

● «Se credessi in Dio, crederei che la vita ci prometta un celestiale dessert dopo un orribile pasto».

● «Durante il rapimento mi aiutò la fede negli uomini, proprio dove latitava la fede in Dio. Ho sempre detto che Dio è un’invenzione dell’uomo, qualcosa di utilitaristico, una toppa sulla nostra fragilità… Ma, tuttavia, col sequestro qualcosa si è smosso. Non che abbia cambiato idea ma è certo che bestemmiare oggi come minimo mi imbarazza».

● «Quello che io penso sia utile è di avere il governo il più vicino possibile a me e lo stato, se proprio non se ne può fare a meno, il più lontano possibile dai coglioni».

● «Se i cosiddetti “migliori” di noi avessero il coraggio di sottovalutarsi almeno un po’ vivremmo in un mondo infinitamente migliore».

● «Ho sempre dato molto poco peso alla virtù e non ho mai capito bene perché si debba trovare tanta colpa nell’errore. Anche perché non sono ancora riuscito a capire, dopo 50 anni di vita, cosa sia esattamente la virtù e a cosa corrisponda l’errore».

● «È una reazione frequente tra i drogati quella di compiacersi del fatto di drogarsi. Io mi compiacevo di bere, anche perché grazie all’alcool la fantasia viaggiava sbrigliatissima».

● «Il denaro mi attrae, certo. Sono io che non sono mai riuscito ad attrarre lui».

● «Questo nostro mondo è diviso in vincitori e vinti, dove i primi sono tre e i secondi tre miliardi. Come si può essere ottimisti?».

● «È molto più difficile essere capiti facendo del bene che del male».

● «Quando la morte mi chiamerà
nessuno al mondo si accorgerà
che un uomo è morto senza parlare
senza sapere la verità
che un uomo è morto senza pregare
fuggendo il peso della pietà».

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Massimo Poggini
Massimo Poggini è un giornalista musicale di lungo corso: nella seconda metà degli anni ’70 scriveva su Ciao 2001. Poi, dopo aver collaborato con diversi quotidiani e periodici, ha lavorato per 28 anni a Max, intervistando tutti i più importanti musicisti italiani e numerose star internazionali. Ha scritto i best seller Vasco Rossi, una vita spericolata e Liga. La biografia; oltre a I nostri anni senza fiato (biografia ufficiale dei Pooh), Questa sera rock’n’roll (con Maurizio Solieri), Notti piene di stelle (con Fausto Leali) e Testa di basso (con Saturnino). Ultimo libro uscito: "Lorenzo. Il cielo sopra gli stadi".