Vinicio Capossela. La ricerca dell’Irpinia perduta

“Chi sono? A chi appartengo? Cosa vado cercando?” È questo il tormentone che spinge e accompagna Vinicio Capossela nel suo viaggio cinematografico intitolato "Nel paese dei coppoloni", visibile nelle sale i giorni 19 e 20 prossimi.

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Capossela si chiama Vinicio perché “mio papà si è ribellato contro la tradizione di famiglia: voleva mi chiamassi come il protagonista di Quo vadis? e come il suo fisarmonicista preferito, di cui possedeva vari dischi. Mio nonno la prese malissimo: che cazz’e nomme è, nun c’è neanche nel calendario di Cristo, commentò. E poi scoprii, grazie al figlio che mi contattò, che Vinicio era solo il nome d’arte del musicista che mio padre amava… una delusione”.
Lo racconta, con un sorriso che appena gli increspa le labbra in mezzo al pelo che gli copre un po’ tutti i muscoli facciali dell’espressione, alla presentazione del suo film-documentario Nel paese dei coppoloni, visibile nelle sale i giorni 19 e 20 prossimi. “È un viaggio personale in un’Italia interna, un serbatoio vitale che i flussi economici saccheggiano e le persone abbandonano, ma che mi dà sempre la sensazione di ritrovarmi a casa. Per me è un luogo mitico, cui cerco di dare respiro, dove incontro chi resta, il loro raccontare, il loro essere un bene immateriale.”
Vinicio_Capossela_1200x627Siamo nell’Alta Irpinia, in “quelle terre dell’osso, in cui ogni paese ci dice di tutti i paesi del mondo” e dove Capossela ci fa conoscere personaggi dalle facce scolpite, le parole aggrovigliate nel dialetto e le idee chiarissime: il violinista Matalena cocciuto come un mulo e la voce stridula come un uccello; la Banda della Posta, suonatori di matrimoni rimasti a far la guardia all’ufficio locale delle PT ormai dismesso; il crooner Cic’Bennet, che avrebbe oscurato Lanza e Del Monaco se sua madre non si fosse ammalata; il barbiere Sicuranza detto “il veloce”, perché un suo taglio dura almeno due ore, con il sottofondo di una narrazione mitica in una lingua pressoché senza vocali.
Siamo tra case abbandonate, e non solo per il terremoto del 1980, e pale eoliche, tra ferrovie abbandonate e boschi incontaminati infestati dal “pumminale” (il lupo mannaro, protagonista del nuovo, omonimo singolo di Capossela, una ballata che si fa andata e ritorno con la danza in un clima oscuro e notturno, sottolineato da un lungo clip affidato al regista mito dell’underground Lech Kowalski) e altri animali totemici, tra trebbiatrici volanti che sono macchine per il suono e trivelle petrolifere, alle falde del piccolo Olimpo, i cui dei parlano solo quando l’uomo è lontano e dove i siensi vincono le paure e possono condurle a ragione.
Il film, che si completa in una sorta di trilogia metamediale (ogni operazione vale per se stessa, ma soprattutto oltre se stessa nella tensione verso l’altra) con il libro Il paese dei coppoloni uscito nel maggio scorso e con il disco Canzoni della Cupa, atteso per marzo ma già abbondantemente presentato – “La notte è bella”, “Lo sposalizio di Malosenza”, la stessa “Il pumminale” e altre – nella colonna sonora, ha una regia dimessa e televisiva, priva di modulazione, quasi volesse farsi assente di fronte alla pratica proustiana di Vinicio, teso a proteggere una manciata di reliquie da un imminente sfacelo.
La trama è zoppicante e instabile, eppure intensa e partecipe, perché il protagonista sa benissimo che l’oblio incombe e il suo impegno è votato al fallimento della mera testimonianza. Perché è vero che “i canti, transumando, non cambiano i moti dell’anima che li hanno originati, ma solo lingua e pelle”, però le nuove lingua e pelle sono le troppe parole e voci contemporanee, riversate in un universale indicativo presente che appiattisce e svuota tutto ciò sfiora, sintomo dell’inesorabile progredire di quello che il critico della cultura Sandy Kollick chiama lo “svuotamento dell’esperienza umana”.

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Raffaello Carabini
Che dire? Basta citare la cura di oltre 250 cd compilation di new age, jazz, world e quant’altro? Bastano una ventina d’anni di direzione artistica dell’Etnofestival di San Marino? Bastano i dieci come direttore responsabile di Jazz Magazine, Acid Jazz, New Age Music & New Sounds, Etnica & World Music? Oppure, e magari meglio, è sufficiente informare che sono simpatico, tollerante, intelligente... Con quella punta di modestia, che non guasta mai.