Il labirinto del silenzio. Ovvero, la Germania muta

Il nazismo quando nessuno osava parlare del nazismo dopo il nazismo

52
0

Il labirinto del silenzio
di Giulio Ricciarelli
con Alexander Fehling, Andre´ Szymanski, Friederike Becht, Johannes Krisch, Hansi Jochmann.
Voto 7/8

Il labirinto del silenzio è un film molto tedesco (Ricciarelli è tedesco) e molto anomalo per tema:  per paradosso, dopo anni in cui il tema dell’acquiescenza  (e del silenzio sul nazismo) dopo il nazismo non veniva neppure sfiorato, ecco che arrivano due film: questo e  il suo  “gemellino” all’ultimo festival di Locarno: Lo stato contro Fritz Bauer. Là si raccontava la storia del procuratore Bauer che si batteva contro l’omertà della Germania di Adenauer verso i nazisti riciclati, qui si racconta di un giovane legale che combatte la sua battaglia anticonformista proprio sotto l’ala del procuratore Bauer. Ma quello era un film su un padre della patria, per dire. Questo è un film su un uomo perbene. Johan Radmann, avvocato di  famiglia borghese di sani principi democratici, che decide -contro il parere della maggioranza dei colleghi- di intervenire là dove nessuno osa (pena l’ostracismo e la fine della carriera) quando l’ex internato in un lager riconosce un nazista che si è riciclato nella nuova Germania democratica. E con l’aiuto di un giornalista combattivo si mette sulla pista che porterà a giudizio i criminali di guerra e rivelerà quello che oggi tutti sappiamo ma che allora nessuno ammetteva. Il bello è che il giovane procuratore non è mosso da ideologia o politica: vuole, borghesemente, applicare una legge che a nessuno fa comodo perché in quella Germania e in quegli anni il nazismo si è riciclato in profondità nell’economia della nuova repubblica, e perseguirlo rischia di ribaltare la struttura del nuovo stato e di far entrare in collisione gli interessi della realpolitik internazionale: è sul territorio tedesco, separato in due, che si combatte di fatto la Guerra Fredda contro il comunismo. Ma Radhman va avanti, appunto, nel labirinto del silenzio, anche là dove la sua battaglia rischia di diventare la sua personale sconfitta esistenziale. La bellezza del film è nel suo strano rapporto tra ricostruzione estetica (una specie di macchina del tempo che ci porta negli anni Cinquanta in maniera diversa dalle ricostruzioni a cui siamo abituati) e ordine interno. Un film che appassiona nel momento in cui raffredda le emozioni. Mai retorico, mai moralista, mai melodrammatico. Con l’effetto di sconvolgere con il puro ordine logico del suo avanzamento. È come se il bisogno di pulizia permeasse la storia che il film racconta e sia la struttura stessa del film. Da Oscar?

YouTube / Good Films – via Iframely

CONDIVIDI
Marco Bacci
Marco Bacci scrive di cinema, tecnologia e libri. Ogni tanto scrive romanzi. È un ex di molti lavori