“Signori & signore, Maurizio Arcieri”. 29-1-2015.

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Cristina, ricordi com’era nata? Apri di colpo la porta agli Psycho Studios di Claudio Dentes in via Frascati a Milano senza bussare, io sto uscendo e per poco non facciamo un frontale. ‘Ciao, sono Cristina, c’è Maurizio?’. ‘Ciao, lo so che sei Cristina, si vede’, perché che tu sia la Cristina dei Chrisma (per me sempre senza K) è evidente anche a un topo cieco.

Maurizio Arcieri è arrivato in studio da una mezzora con Stefano, che ha co-arrangiato e co-prodotto ‘Non ho denaro’, il vostro ultimo album che non esce da mesi, e non si capisce cosa ne vogliano fare i vostri discografici. Io e lui -Stefano- stiamo lavorando da altrettanti mesi a provini inutili, che nessuno vuole perché nessuno ci vuole. Così, nel vuoto del novembre 1988, ci chiedono se abbiamo voglia di suonare in un happening chiamato ‘Vox Populi’ al Notorius, pieno centro dalle parti di La Foppa. Mettiamo su in quattro e quattr’otto un’improbabile band di vintage rock’n’roll per l’occasione, voce-chitarra-basso-batteria, improbabile perché due di noi (non io e Stefano) il r’n’r non sanno nemmeno dove stia di casa. E’ un one-off, una band che vivrà una notte sola e solo per quattro-pezzi-quattro, poi chi s’è visto s’è visto e tanti saluti, si torna al vuoto. Idea. “Chiediamo a Maurizio se viene a fare un’ospitata. Potremmo suonare un pezzo con lui”. E Maurizio viene eccome, persino alle prove. “Cazzo, datemi una chitarra che suono ‘Shakin’ All Over’ di Johnny Kidd, mi fa impazzire. E’ l’unico pezzo che so suonare”, poi imbraccia la Fender e la suona davvero. Tu ci raggiungi dopo in studio, e appena mi sbatti contro sulla porta ti dico: “Cristina, sono Glezos, il ragazzo di Eletttro”. E tu: “Occcazzo, Elektron maschio!!!”, e giù abbracci e baci. Perché voi Eletttro, la vostra sorellina punk che avete adottato nel 1978, la chiamavate così anche nel vostro pezzo –‘Gott Gott Elektron’.

Non era facile seguirvi agli inizi, né era comodo dichiararsi vostro fan. Ai tempi del sexy sound dei primi due singoli (‘Amore’ e il quasi hit ‘U’, 1976-77) a fare notizia era la tua abbacinante avvenenza e poco altro. Ricordi il passaggio alla finale del Festivalbar all’Arena di Verona? Il dibattito infuriava su ‘Novella 2000’: c’era o non c’era biancheria intima sotto il conturbante abito dell’ipersexy moglie del biondo dei New Dada? “Conservatore!!!”, gridava qualcuno in platea quella sera a Maurizio. Mi piegavo in due dal ridere, ma la questione tornava fuori ogni volta: l’ex bello del beat che tenta di riciclarsi mandando al proscenio l’avvenentissima moglie. Tutto qui?

Tutt’altro. Il punk si era abbattuto su di noi, e voi l’avevate sposato con lo spirito che Caroline Coon aveva ascritto agli Ultravox nella sua famosa definizione, “fanno parte della New Wave perché lo vogliono”. Lo volevate anche voi. Dal tardo 1977 in poi c’erano stati i rapporti di vicinanza con bands emergenti –Trancefusion e altri contatti-, radio e fanzines (ci eravamo conosciuti in radio in una trasmissione realizzata dal team di ‘Pogo’, una delle primissime punk fanzines italiane). Poi qualche scaramuccia col pubblico di locali d’essai (Out Off, Milano) e supposte scene-madri a buonissimo mercato come il famoso finger-job dal vivo, “ma guarda che non è vero che mi sono tagliato un dito, mica sono scemo”, rideva Maurizio nel suo modo più che contagioso. Semplicemente, stampa e pubblico non parevano concedervi alcuna chance. Poi qualcosa era cambiato. “Mi ci vedi alla mia età a scimmiottare i Pistols?”, mi diceva Maurizio: sound e temi della virata new wave da mitteleuropa di ‘Chinese Restaurant’ avevano sistemato i binari e tutto poi era venuto da sè, da ‘Hybernation’ fino all’ Habemus Krisma di ‘Cathode Mamma’. I vostri Molti Baci avevano preso in contropiede i poppettari e l’industria discografica, privandovi di fatto di un più che probabile Numero Uno in classifica (“Cazzo, avevamo scoperto di essere primi ma non risultava da nessuna parte e la casa discografica ce l’aveva nascosto”, ci hai detto in più di un’occasione). Vi avevamo seguiti da vicino, soprattutto lei, Eletttro. Che avete accolto nella vostra vita e nella votra casa con il calore e l’empatia che si riserva solo a chi va in assonanza sul serio: lei ragazzina, voi fratelli maggiori. Il successo da Top 10 non aveva avuto bis, ma chi se ne frega: la parabola inaugurata con ‘Iceberg’ riservava i suoi botti, dal quasi capolavoro di ‘Skyline’ a ‘Signorina’, il cui utilizzo come sigla di un brutto programma di Red Ronnie non detrae tuttora dallo status di uno dei brani più suggestivi mai apparsi in Italia. Poi la tv, le sperimentazioni, i brani registrati e mai usciti (ricordi la cover di ‘Je t’aime…moi non plus’ nello studio di Baldan?), il revival dei 5 Minuti e del Maurizio-anni-60, e il ritorno sul luogo del delitto.

Flash di immagini, serate e nottate, sempre con voi due insieme. Era bizzarro incontrare Maurizio o te separatamente, e le volte in cui è successo tutto sembrava campato per aria. La sua vivacità intellettuale, le sue fissazioni transitorie e la sua smania di uscire da ogni tipo di schema erano spesso fraintese per voglia di eccentricità a tutti i costi. Al di là della dolcezza, dello humour e della simpatia istintiva, di Maurizio a colpirmi erano i silenzi, soprattutto quelli non dettati da una giornata storta. Che gli facevano dire all’improvviso cose come “Ieri ho passato tutto il giorno immerso in una tristezza senza speranza. Poi stamattina mi sono svegliato, ho guardato fuori dalla finestra e il mondo mi sembrava appena creato”.

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Cristina, in questi giorni penso spesso a quella serata al Notorius, il giorno dopo quell’incontro sulla porta allo Psycho. Anche se non volessi, queste righe scriverebbero da sole di quella notte. Saliamo sul palco, attacchiamo con ‘Maybellene’ di Chuck Berry, tutti sono survoltati e noi siamo basiti alla reazione del pubblico. Suoniamo i quattro-pezzi-quattro, poi arriva il momento. Maurizio si prepara tra le quinte. Prima di noi si è esibito Ricky Gianco, col quale abbiamo collaborato qualche anno prima. Prendo il microfono: “Questa sera abbiamo l’onore di chiudere il nostro primo e ultimo live con un grande ospite, l’unica vera rockstar che l’Italia abbia partorito…”. In platea, Ricky Gianco crede che mi stia riferendo a lui, e con un sorriso di autocompiacimento si alza e sale sul palco proprio mentre annuncio: “Signori & signore, Maurizio Arcieri”. Gianco resta di sale, Maurizio entra in scena e ci lanciamo in ‘Sick & Tired’ di Fats Domino, resa celebre in Italia dai suoi New Dada come ‘Non dirne più’. Tutti saltano dappertutto, Maurizio ride e poi ride ancora, ha guardato fuori dalla finestra e il mondo è fresco di creazione. Sicuramente lo è per noi, che presi alla sprovvista dalla domanda “Come si chiama la vostra band?” rispondiamo improvvisando:Ufo Piemontesi. Ieri notte uno di noi ha sognato che i marziani atterravano sotto casa sua parlando in dialetto piemontese”. Non immaginiamo nemmeno lontanamente che abbiamo iniziato un viaggio che ci porterà ai dischi, alla tv, agli stadi e a 524 volte dal vivo, dalle bettole allo Stadio Olimpico a Roma.

Quella sera non c’eri, Cristina. Eri rimasta a casa con l’influenza, e dopo il Notorius eravamo andati in un pub. Maurizio ti aveva telefonato in piena notte, era su di giri, rideva e ci aveva contagiati tutti, e ti avevamo gridato al telefono che mancavi solo tu. I pensieri mi battono nello stomaco, e adesso davvero mi sembra tutto campato per aria.