Io non credo alle premonizioni o altro, credo al sentimento, che è un potere assai più esteso.

Pure, navigavo in un sonno angoscioso, il martellare del cuore mi dava la sensazione di rimbalzo sulla superficie del letto. Mi sveglio, e qualcosa è cambiato.

Il mondo si crede in lutto, e reagisce al cambiamento con spavento. Mentre io trovo in fondo infantile credersi così facilmente in un lutto generale, mondiale, in cui tutti temono qualcosa.

Vi sono eventi di cui veniamo a conoscenza che dovrebbero intaccare sì la tranquillità ma muoverci in direzione dell’aiuto, nostro e altrui, perché è la stessa cosa.

Vi sono cose per le quali è necessario mettere in atto la propria sensibilità.

Ad esempio il fatto che molte creature muoiano in modo triste in tutte le parti del mondo. Soltanto ieri, per quello che si sa, cinque bambini in un naufragio, così vicino a noi, da portarci a pensare che quell’acqua salata sia la stessa che lambisce anche i nostri corpi, ed è quella che ha annullato cinque nuove esistenze.

E chissà quante centinaia di migliaia di piccoli martiri sotterriamo in parti sconosciute della terra, ogni minuto di ogni ora di ogni giorno.

Li mettiamo via, e avanti, si continua.

Invece potremmo pensarci, ma non lo facciamo. Per difesa, forse.

Di più.

Per una forma automatica di egoismo, che non è esattamente un male, un difetto, è piuttosto la più acuta forma di autodifesa.

La ragione principale per cui diveniamo immuni al dolore altrui si chiama paura, e non ci fa sempre onore.

La paura è qualcosa che riceviamo come dote naturale, il nostro cervello ha un’area precisa in cui, a seconda di come siamo fatti, immagazzina ed elabora ciò da cui dovremmo guardarci poiché ci minaccerebbe, dunque ci porti ad essere più o meno reattivi a ogni possibile minaccia, e ciò nel corso dell’evoluzione ci ha salvati. Come specie, intendiamoci. Sinora, intendiamoci.

Ma la specie e sopra di essa la natura se ne fregano di un singolo individuo.

La natura è un immane meccanismo superiore a ogni considerazione: non fa differenze tra un cavallo e un bambino, tra una tavola di legno e un bambino, un’alga, un pesce, una barca, un transatlantico, un gommone, un individuo. Essa si comporta secondo leggi che noi da millenni cerchiamo di conoscere e dominare; ma noi siamo sempre sotto mentre essa, la natura, sta sopra a tutto. Indifferente, sorda, mantenuta nel suo essere cosa viva e al di là di noi da regole che le preesistevano. Figuriamoci che importanza possa avere una singola esistenza.

Per questo, cosa volete che conti la nostra capacità di spaventarci? Niente elevato alla massima potenza, cioè il niente.

Tuttavia noi col tempo abbiamo debordato parecchio da quelli che sono i limiti naturali e giusti, difensivi, della paura, e l’abbiamo estesa a tutto.

Sembrerebbe che più si divenga tecnici, più si abbia paura.

Tutto ci fa paura, tutto ci minaccia, ci deruba.

Tutto ci offende.

Vediamo di riconoscerlo: la tecnica ci ha resi più deboli, ci ha illusi, deresponsabilizzati, ci ha portati a credere di poterci sentire ovunque al sicuro. Ci ha riportato indietro, ci ha reso nuovamente, assurdamente, irrazionalmente primitivi.

Da postazioni che immaginiamo sicure, guardiamo inebetiti, intrattetuti dallo spettacolo del male, dunque nascostamente divertiti di non esserne protagonisti ma comodi fruitori, il dolore degli altri che viene annunciato con indifferenza fessa o talvolta con finta aria dolente da conduttori televisivi il cui mestiere sembra quello, assai solido, di sbandierare disgrazie ingigantendone dimensioni e portata.

Ciò che conta è che il dolore, ancora una volta, non abbia toccato precisamente noi.

Qualcuno muore, non noi.

Qualcuno perde tutto, si ammala, sparisce, sbaglia.

Ma non noi.

Noi siamo salvi, risparmiati, possiamo dunque proseguire nel lavoro inutile di vivere a caso, senza direzione, evitando qua e là i tranelli, le buche. Il dolore.

Tuttavia, e questa è legge universale, non si può evitare, e in una qualunque forma, ma il dolore toccherà anche noi.

E farebbe assai bene a tutti noi, a tutta la nostra contemporaneità, accorgersene e accettarlo.

Si diverrebbe più empatici, più collaborativi, più belli e giusti, come avremmo diritto a essere.

Perché la paura abbruttisce, rinsecchisce, contrae, esclude, impedisce, chiude.

Al contrario dell’accoglienza, che apre, quindi libera e mette in circolo.

L’accoglienza è l’orgasmo dello spirito.

È dilagare nel mondo e permettere al mondo di entrarti nel sangue, per entrare a tua volta nel sangue del mondo. L’accoglienza apre. Allarga gli orizzonti, libera il respiro, allarga e riempie i polmoni.

Per questo, amici, i muri che abbiamo in testa, e che oggi tornano a manifestarsi anche nelle nostre nazioni e nelle nuove concezioni delle frontiere, oltre a fare schifo e pena, sono il risultato di un’atrofizzazione che nessuno di noi in verità vorrebbe mai.

Non scapperemo dal futuro alzando muri, e questo lo dice la storia, e tutti lo sappiamo assai bene, finché non fingiamo di dimenticarlo per “ragioni contingenti”.

Schifo: abbiamo il coraggio di dire che fa schifo e ci abbruttisce voltare lo sguardo da un’altra parte rispetto alla difficoltà altrui.

Dall’altra parte, dove? In quale salvezza? Non esiste alcun al di qua di qualunque frontiera. Non esiste alcuna certezza.

L’unica certezza è che dall’altra parte di qualunque frontiera sbarrata, lasceremo il miglior pezzo di noi.

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gianCarlo Onorato
Musicista e scrittore fuori dagli schemi, ex leader di Underground Life. Ha pubblicato i dischi: Il velluto interiore (1996), Io sono l’angelo (1998), Falene (2004), Sangue bianco (2010, Premio Giacosa 2012); ExLive con Cristiano Godano (2014); ed i libri: Filosofia dell’Aria (1988), L’Officina dei Gemiti (1992), L'ubbidiente giovinezza (1999), Il più dolce delitto (2007), ex - semi di musica vivifica (2013). Centinaia di concerti alle spalle e un nuovo disco e un nuovo romanzo nel prossimo futuro.