Sanremo. Francesco Gabbani: «Si può cambiare prospettiva»

Intervista a Francesco Gabbani che racconta come è nata e cosa c'è dietro la sua canzone sanremese. Lo vedremo in gara al festival tra le Nuove Proposte con il brano Amen.

253
0

Francesco Gabbani sarà in gara a Sanremo Giovani con il brano Amen, tutt’altro che una preghiera laica, ma una critica attenta e sarcastica a come troppo spesso siamo oggi. Durante la settimana del festival uscirà il suo album Eternamente ora.

Amen, stile pungente e un velo di sarcasmo. A chi è rivolta?
A nessuno in particolare se non a tutte le persone che riescono a coglierci una riflessione. La canzone offre la possibilità di prendere le cose in un altro modo. Davanti ai problemi non bisogna aspettare un miracolo che arrivi e risolva tutto, bisogna iniziare a pensare che il miracolo siamo noi stessi. Quando le cose non cambiano, siamo noi che dovremmo iniziare a cambiare atteggiamento nei confronti delle cose. Ovviamente il tono della canzone è sarcastico e propone di fare il contrario di quello che il testo dice. Amen però può anche essere presa per ballare, divertirsi. Ha questo duplice valore.

C’è qualcosa nell’Italia che vivi che ti ha fatto scaturire il pensiero contenuto in Amen?
Qualcosa in particolare no. In generale, non tanto nell’Italia in sé, ma il sistema in cui viviamo oggi. Da una parte dà una libertà comunicativa straordinaria, potenzialmente tutti possono esprimere il loro parere. C’è però una frenesia di contenuti, le cose vengono presentate in modo molto veloce, è tutto molto superficiale. Raramente lo scenario comunicativo lascia spazio agli approfondimenti, sappiamo tutto di tutto ma non in maniera approfondita. Questa cosa porta probabilmente a un ribaltamento di valori nel quale non si capisce più nulla. Persone che si atteggiano per quello che non sono, notizie che nascono in un modo e ci arrivano stravolte. È l’analisi di ciò che mi ha portato ad Amen. Il brano non è stato pensato per Sanremo, è nato come esigenza di scrittura in maniera spontanea. Può essere anche visto come una piccola sfida, con questo titolo, che poteva essere preso come religioso in ambito sanremese, rischiava di essere accantonato. Invece no, è stata una bella sorpresa.

Come stai vivendo questa esperienza sanremese?
Bene. La partecipazione arriva dopo un percorso personale che mi ha portato ad essere molto più sereno, e ad approcciarmi alla musica in maniera  più viscerale e istintiva, senza cercare per forza il risultato. Quindi la vivo come una grande opportunità, una festa, un’esperienza da vivere con sorriso e semplicità. Certo mi auguro succeda qualcosa di positivo ma non la vivo come una competizione o con molta tensione. Tutti mi chiedono se ho paura, sì è normale. Il palco dell’Ariston è il palco della tremarella, ma non sto cercando di controllare questa cosa, la vivrò in maniera molto spontanea nel bene e nel male. Credo che la spontaneità sia la chiave di lettura sempre più giusta, l’importante è essere se stessi e se arrivi alle persone, tanto meglio.

Hai definito Eternamente ora l’album della rinascita. Cosa non andava prima?
Non sono un novellino, a 20 anni avevo già un contratto discografico con una band, quindi un po’ ne ho viste. Quando ho iniziato il mio percorso da solista, ho trascorso un periodo in cui cercavo nel fare musica dei risultati che mi potessero posizionare dal punto di vista della vendibilità di ciò che facevo. Ritorna qui il discorso di Amen, quando ti affidi a ciò che succede e non sei tu a cambiare atteggiamento. L’album arriva dopo un percorso in cui ho riscoperto il piacere di fare musica, viverla in maniera primordiale come esigenza espressiva per me. Non nego che se voglio vivere di musica, questa debba poi essere confezionata in un determinato modo. Per fortuna, avendo istintività pop, anche in questo stato primordiale non sono catalogabile come alternativo e le melodie che scrivo sono fruibili da tutti.

Come sarà Eternamente ora?
È un disco che presenta una freschezza melodica ed ha molteplici significati. Se si ha voglia di addentrarsi si possono scorgerli e arrivare a riflessioni sulle varie sfaccettature esistenziali sull’essere umano.

Nella strofa finale di Amen  l’uomo che sogna rimette tutto a posto e fa molte cose buone. Che valore ha per te il sogno?
Potenzialmente siamo noi a decidere quello che è il nostro mondo, cambiando atteggiamenti e approcci. Credo che i sogni abbiano una grande importanza nella vita, intesi come voglia ed entusiasmo. È la scintilla che ti permette di vivere con positività e di pensare di dare un senso alla tua esistenza, sono un grande sostenitore dei sogni. Però bisogna avere la dovuta consapevolezza di affrontarli in maniera realistica e non illudersi, le delusioni sono direttamente proporzionali alle illusioni che uno si crea.

YouTube / GabbaniVEVO – via Iframely

 

CONDIVIDI
Matilde Ferrero
Vent'anni e un corso di studi a Milano. Soffro di Londonite da quando ho passato tre mesi nella capitale britannica e poi ho dovuto lasciarla. Una volta ho incontrato Paul McCartney, ma non l’ho riconosciuto.