Saturnino in volo e il Carnevale di Venezia

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Saturnino sarà domenica 7 febbraio l’Aquila del Carnevale di Venezia. E’ tradizione che la grande festa storica veneziana appenda qualcuno per aria e gli faccia fare il volo dal campanile lungo piazza San Marco, vale per la Colombina ad apertura di manifestazione, per l’Asino a Mestre (evitato quest’anno a causa delle luminarie di Natale ancora installate) e per l’Aquila che vola nell’ultima domenica. L’aquila di quest’anno – racconta Tommaso Borzomì sul Gazzettino – sarà la famosa “testa di basso” che accompagna Jovanotti nelle sue avventure da quando il deejay ha provato a mettersi a cantare de rappare per professione. Non è chiaro come il suo volo sarà effettuato ma la curiosità è che per una volta non sarà una donna ma un bassista a planare dall’alto sulle teste in maschera.

Con il Carnevale Venezia ha un rapporto ambiguo. I suoi abitanti non lo amano, ma le folle accorrono mescolandosi tra maschere vagabonde nelle calli e feste private nei palazzi. saturnino_mediagallery-fullscreenLa sua storia è indiscussa e parte da lontano, quando, secoli addietro, la pratica e lungimirante repubblica serenissima concedeva che una volta all’anno (per circa un mese) fosse lecito dar di matto con giochi, maschere, scherzi e feste in cui nobili e popolani, ebrei e gentili potessero mascherarsi e incrociarsi liberamente. Anche e soprattutto in senso erotico. Venezia che espelleva gli amministratori corrotti lasciando le sentenze di condanna incise nel marmo a imperituro disdoro, aveva inventato il quartiere ebraico nella zona del Getto che i locali chiamavano “ghetto” alla tedesca. Ma anche i “casini”, intesi come sale da gioco oppure bordelli, o le due cose insieme, dove i nobili mascherati si rifugiavano per lunghe serate a base di carte vino e orge. Era una città dalle mille sorprese, come quella di poter passare dal ponte o dalla calle “delle Tette” dove d’imperio alle meretrici era fatto obbligo di esporre il seno ai passanti per ricondurre sulla retta via quei troppi giovani attirati da giovani del loro stesso sesso mentre Casanova si occupava di riequilibrare la media.

Abolito negli anni post ’68, il Carnevale a Venezia ha ripreso lentamente piede nella seconda metà degli anni Settanta, prima grazie a studenti desiderosi di far festa, poi in via più organizzata, restituendo vita ai teatri (grazie alla Biennale e al regista Maurizio Scaparro), e portando in piazza rappresentazioni teatrali e musica. Trent’anni fa me ne occupai anch’io collaborando all’organizzazione della parte esterna alla piazza San Marco. Si volevano creare tra Mestre e i vari grandi campi veneziani, dei punti di disimpegno con spettacoli e concerti, per evitare che tutta la massa convergesse unicamente e tutta insieme su piazza San Marco. Il budget era scarso. Cercai di mettere insieme un cast che fosse la fotografia di un mondo musicale giovanile “diverso”. Riunii così in vari spazi un giovane cantautore esordiente che avevo visto a teatro poco prima davanti a trecento persone, Luca Carboni, poi scelsi il Banco del Mutuo Soccorso con uno strano spettacolo sui trampoli assieme all’Assemblea Teatro di Torino, e un misto di pop, jazz, percussioni e napoletanità con Tullio De Piscopo, Matia Bazar e Tony Esposito, mentre alla storica voce delle Orme, Aldo Tagliapietra, chiesi di realizzare un piccolo festival vetrina del rock veneto a cui parteciparono Tolo Martion, Stefano Zabeo, Walter Apa, Death in Venice e altri, mentre in altri spazi aperti la festa era guidata da deejay come Claudio Cecchetto, Piero Fidelfatti, Claudio Stella, Donato Papadia, Roberto Lazzaro, Matteo baggio e dal cantante deejay e speaker radiofonico Glenn White, anche noto come Kano. Antonio e Marcello, reduci da “Quelli della notte”, aprivano una fila di comici di vario spessore, Gigi e Andrea, Ezio Greggio, Teo Teocoli, Zuzzurro e Gaspare, Carlo Pistarino e Beppe Grillo. L’anno dopo allargai il tiro mostrando che si poteva far ballare e divertire in piazza i giovani anche con il jazz tutto fiati della Keptorchestra e la rivisitazione delle danze folk tradizionali dei Calicanto, mentre Vittorio Salvetti si era fatto convincere a portare una particolare edizione carnevalizia del Festivalbar in campo San Polo. Purtroppo il tempo poco clemente del primo anno si trasformò in neve e ghiaccio. Ho ancora il rimorso di aver convinto la povera Alice, surgelata a causa di un palco riscaldato in maniera poco efficiente, a esibirsi a Mestre fra… i pinguini. Erano anni creativi. Ovviamente qualcuno l’anno dopo scrisse che il freddo era colpa mia. Neanche fossi Elsa di Frozen…

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Giò Alajmo
Giò Alajmo ha la stessa età del rock'n'roll. Per 40 anni (1975/2015) è stato il giornalista musicale del principale quotidiano del Nordest, oltre a collaborare saltuariamente con Radio Rai, Ciao 2001, radio private e riviste di settore. Musicalmente onnivoro, è stato tra gli ideatori del Premio della Critica al Festival di Sanremo e ha scritto libri, piccole opere teatrali, e qualche migliaio di interviste e recensioni di dischi e concerti.