Irama a Sanremo: ora vi racconto la mia storia

Irama deriva da una parola malese che significa ritmo, è questo il nome d'arte che ha scelto Filippo Maria Fanti, in gara al festival di Sanremo, nella categoria Nuove Proposte.

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La musica di Irama si pone all’incrocio di diversi stili, come si può capire ascoltando Cosa resterà, brano che porterà sul palco dell’Ariston. Non ama parlare di sé, ma nemmeno troppo delle sue canzoni, crede infinitamente in quello che fa e il 12 febbraio uscirà il suo album d’esordio Irama , «senza un titolo specifico o definito, perché voglio far entrare nel mio mondo chi mi ascolta, voglio raccontare le mie storie lasciando spazio alle interpretazioni con il desiderio che ognuno faccia proprie le mie parole».

Quando ti sei avvicinato alla musica?
La prima canzone l’ho scritta intorno ai sette anni, poi ricordo di averla stracciata perché non mi piaceva. Sono cresciuto a pane e cantautori, Guccini e De Andrè sono sempre stati i miei “pallini”. Con l’arrivo dell’adolescenza mi sono avvicinato all’hip-hop, trovandomi per le strade a fare free style. Poi ho incontrato Giulio Nenna (produttore artistico e “fratellone” per Irama, ndr) che fa musica più mediterranea, diversa rispetto a quella della realtà da cui provenivo. Ho cercato la mia identità unendo questi mondi. Nella mia musica piace immaginarne tre: ritornelli molto pop, con strofe che si bilanciano su altri due. Da un lato le metriche crude del rap, che arrivano come pugni nello stomaco, e dall’altro la ricercatezza nelle metafore, tipiche dei cantautori, di cui sono follemente innamorato.

Con il brano Cosa resterà dici di aver raccontato la tua verità, ascoltandolo conosciamo Irama?
Sicuramente sì. Non mi vergono a cantare una canzone ma spesso mi vergogno a farne sentire le parole, è una cosa molto intima perchè è l’unico momento in cui mi metto completamente a nudo. Lì dentro c’è sicuramente Irama, ma sono dell’idea che le canzoni vadano interpretate. Quando ne ascolto una non mi interessa nulla di cosa mi dice l’altro, mi interessa interpretarla, come una poesia. Poi se c’è un messaggio, per esempio sociale, devi riconoscerlo. Per quanto riguarda Cosa resterà non mi interessa troppo andare a parlare della canzone, lascio spazio all’interpretazione di ognuno.

L’hai scritto in un momento per te difficile, a cosa era legato e come l’hai superato?
Non amo molto parlarne, era legato alla mia vita. L’ho superato con la determinatezza. L’inizio del pezzo dice: “Volevo nascere senza pensieri/ senza le crisi di panico quando penso troppo”. Penso decisamente troppo, a volte sto male, perché quando esageri inizi ad avere problemi, stacchi il cervello invece di ricercare la razionalità. Sono troppo astratto, alcuni amici mi riprendono, ma sono fatto così, crisi di panico incluse. Devi superarla con la ragione, capendo cosa ti gira intorno e dove vuoi arrivare. Quello è fondamentale. Non scrivo per sfogarmi, sicuramente mi sfogo quando lo faccio, ma la musica è un bisogno e un obiettivo. Mi alzo al mattino e devo scrivere.

Quando hai inziato a fare musica pensavi mai a Sanremo?
No, non ho mai fantasticato su Sanremo. Lo facevo in generale su quando avrei calcato un palco e adesso mi trovo su uno dei palchi più belli che ci siano. E’ un onore incredibile. Tutti mi dicono “il palco è molto più piccolo di quello che pensi” e invece quando ci sali diventa grandissimo.

Mi hanno colpito i manichini presenti nel video di Cosa resterà. Sulle loro fronti ci sono quattro nomi: fidanzata, nonno, amico e mamma. Hai voluto enfatizzare un significato?
Sono elementi fondamentali, io nel video sono da solo nello spazio e cerco di costruirmi una famiglia, dei punti di riferimento. Perché come dice la canzone non siamo fatti per restare soli, anche se alla fine poi lo siamo. Dipende da come la pensi.

Tu sei solo?
Non sono fatto per loro ma nemmeno per restare solo. Ti rispondo così perché è la verità. Spesso mi trovo a stare poco bene da questo punto di vista, da un lato vorrei rimanerci, dall’altro non sono fatto per quello. E’ un casino, eh? (sorride).

Hai di fronte esempi e stereotipi dati da artisti già arrivati. Come non vorresti diventare?
C’è un pezzo nell’album che inizia con “non voglio vivere di ricordi, come vecchie rockstar che fanno a gara a chi beve di più”. Non voglio diventare quel fenomeno da baraccone che trovi a settant’anni, decrepito, vestito come un ragazzino. Voglio essere vero, avere un’evoluzione con step e cambiamenti dal punto di vista artistico. Solo il cambiamento rende attitudine, se rimani sempre uguale muori, diventi un fallito.

Hai già trovato ostacoli che non ti han fatto rimanere vero?
La tv non è “del tutto vera”. Sanremo è stato bello perché mi sono presentato portando la mia canzone, la mia persona, senza filtri,e sono stato accettato – per ora, fammi toccare ferro. (Ride). Sono stato completamente me stesso senza che mi dicessero nulla, vediamo dove si arriva.

Alla tua immagine solo legate le piume. Che significato hanno?
Sono un elemento che mi appartiene sia sopra che sotto al palco, le porto sempre. Non fanno parte della mia cultura, ma sono un’identità. Irama ha le piume.

Ti piacciono?
Non è discorso di piacere, mi sentirei male se non le portassi. Se uscissi di casa senza, sarei come uno che esce senza i pantaloni, le piume mi fanno sentire me stesso.

Sei a metà tra vari mondi: rap, pop, cantautoriale. Che musica ascolti?
Ascolto tutto ciò che è bello per me. Bisogna assorbire il più possibile ed essere aperti, può essere jazz rap o pop.

YouTube / Warner Music Italy – via Iframely

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Matilde Ferrero
Vent'anni e un corso di studi a Milano. Soffro di Londonite da quando ho passato tre mesi nella capitale britannica e poi ho dovuto lasciarla. Una volta ho incontrato Paul McCartney, ma non l’ho riconosciuto.