Sanremo, ho perfino visto vincere Cutugno

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E con questo sono 38, tutti di fila. Il Festival di Sanremo è sempre stato un appuntamento fisso nella mia vita, nel bene e e nel male. Ho vissuto da cronista tutte le edizioni dal 1979 in poi edizioni sempre in prima linea, cercando di cogliere i momenti importanti e giocandoci un po’ su, come nel pomeriggio in cui con alcuni colleghi ci inventammo il Premio della Critica, mentre Claudio Villa urlava contro Gianni Ravera.
L’ho vissuto prima da quella scatola bianca con le gambe da avvitare, una rotella e dei pulsanti che chiamavano televisione. La portò a casa mio padre una sera tirandola fuori da uno uno scatolone di cartone. Cominciò a montarla in camera da letto e a orientare l’antenna finchè per miracolo comparvero delle immagini e dei suoni. Era il 1958.
C’erano pochi appuntamenti imperdibili alla tv nei suoi primi anni. Il mago Zurlì, il programma per ragazzi di Febo Conti, Chissà chi lo sa. Mi iscrissi al suo “Circolo dei castori” e mandai un disegno alla Rai, emozionato nel sentirmi citato e ringraziato da Conti in diretta poco tempo dopo. E poi ovviamente il quiz di Mike Bongiorno, “Lascia o raddoppia”, ovviamente. L’Italia si fermava e si faceva tra domande e risposte, un po’ di cultura comune.
A scuola, le elementari private e miste delle signorine Colella dove andavano i bambini che volevano anticipare di un anno l’inizio degli studi, la musica era di casa.
A fine lezioni, in attesa che i genitori venissero a recuperare i figli, si giocava tutti al Musichiere, copiando il programma di Mario Riva di cui ormai sapevamo a memoria la sigla “Domenica è sempre domenica”.
Il Musichiere era un gioco semplice semplice. Due sedie per i concorrenti, una campanella a fine corridoio, una maestra metteva sul giradischi uno dei nuovi 45 giri e il primo che indovinava la canzone scattava dalla sedia e correva verso la campanella. Era importante quindi imparare le canzoni del momento, ascoltarle, magari cantarle. E avevamo 5 anni!
A me piaceva Modugno, che vedevo in tv. Alle giostre avevo perfino inciso, senza musica ma perfettamente intonato, “Piove”, con i suoi “mille violini suonati dal vento”. Alla fine mi avevano dato un piccolo disco blu di plastica e cartone che devo ancora avere da qualche parte. Ma la mia canzone preferita era “Tintarella di luna” di una certa Mina. Insomma ero un bambino con gusti proiettati nel futuro.
Di Sanremo visto in tv ho ricordi vaghi e confusi. Ricordo Rascel cantare “Romantica”, non Modugno con “Nel blu dipinto di blu”. Però ricordo bene quando Mimmo sollevò Gigliola Cinquetti che aveva vinto con “Non ho l’età”. Ricordo Mike Bongiorno chiamare “gallinacci” gli Yardbirds di Jeff Beck abbinati a un tipo basso e peloso di nome Lucio Dalla, e Bobby Solo in playback. Ricordo Lionel Hampton che risuonava al vibrafono tutte le canzoni nell’edizione con Louis Armstrong chenon capiva perchè doveva lasciare il palco dopo solo una canzone.
Non ero un entusiasta di Sanremo. Non mi mancò neanche un po’ quando sparì dalla tv negli anni Settanta, emarginato come le cose obsolete di una vecchia sottocultura. Ben altra cosa era il rock esploso alla fine degli anni Sessanta e che a Sanremo aveva portato solo una breve traccia quando i New Trolls decisero di aprire la loro canzone portando in scena chitarre e amplificatori e improvvisando sonorità hendrixiane.
Al Festival fui catapultato a 25 anni, giovane cronista rock, nel 1979, dopo aver già affrontato due o tre Festivalbar, e una interessante serie di concerti rock.
Difficile immaginare la manifestazione di allora con gli occhi di oggi. Non c’era diretta tv, i pochi giornalisti come me avevano accesso a tutte le zone del teatro, retropalco e camerini compresi, la sala stampa era il mezzanino con dieci tavoli e alcune macchine per scrivere Olivetti, i servizi si inviavano per telescrivente, un operatore che copiava i fogli dattiloscritti e li inviava cone le grosse macchine in dotazione. Vinse Mino Vergnaghi. I giornali pubblicarono notizia e servizi due giorni dopo.
La sua casa discografica fallì di lì a poco e lui tornò l’anno successivo girando per l’androne dell’Ariston con al seguito le telecamere di Rai2 chiedendo al pubblico che entrava se qualcuno ricordava il nome di chi aveva vinto l’anno prima e se conoscevano Mino Vergnaghi. Nessuno se ne ricordava. Mino ricomparve in scena molti anni dopo come corista e coordinatore musicale di Zucchero.
Nel 1980 si impose un altro nome nuovo mentre Gianni Ravera faceva i salti mortali per restituire al Festival un po’ di interesse mediatico. Il giorno dopo, nel mezzanino, un collega, Totò Torri, mi si avvicinò con fare supplichevole mentre stavo scrivendo il mio pezzo. «Non è che vorresti fare due parole col ragazzo che ha vinto?». Guardai l’orologio e sospirai: «Vabbè dai, facciamo due battute». E mogio mogio mi si sedette di fronte Toto Cutugno.
Toto aveva già scritto per Celentano, aveva mandato suoi brani all’estero ed era considerato dagli americani «un grande autore in minore», la tonalità melanconica, come gli sentìi spiegare una notte all’Hotel Royal a Eleonora Vallone, allora valletta con aspirazioni vocali.
Gianni Ravera era un ex cantante che proprio a Sanremo aveva deciso di ritirarsi e far carriera come organizzatore, deluso da come aveva sentito trattare dietro le quinte il suo idolo Rabagliati. Dopo il più cupo degli anni del Festival quando il Comune aveva deciso di fare in proprio e la vittoria era stata assegnata a Gilda, amica del sindaco e del potente assessore al turismo Napoleone Cavaliere, Sanremo era passato in mano alla “Troika”: Salvetti, Ravera, Radaelli. Erano i tre “grandi” organizzatori di eventi musicali legati all’industria discografica, Festivalbar, Gondola d’oro e Cantagiro. La Gondola d’oro in realtà si chiamava Mostra internazionale di musica leggera, scimmiottando la intestazione della storica Mostra del cinema della Biennale di Venezia, a cui aveva preso in prestito la sala grande del Palazzo al Lido.
L’idea era riportare in auge il Festival con nuove iniezioni di fiducia musicale. Poi Ravera se ne sobbarcò l’onere da solo, costruendo piano piano il suo nuovo giocattolo. Al Festival cominciarono ad arrivare giovani di talento e ospiti importanti. Tina Turner, che mi ritrovai a fianco mentre provava i passi nel retropalco, alla ricerca di un rilancio dopo aver perso tutto con il divorzio da Ike Turner, Peter Gabriel che tentava di “scioccare la scimmia” lanciandosi con una liana che l’aveva fatto rimbalzare contro la scenografia, i Van Halen che intervistai sui divanetti del sottoscala semiignorati dai giornalisti mondani e sanremesi, lasciando quindi spazio di chiacchiera con David Lee Roth al sottoscritto. Anni dopo arrivarono i giovani Queen all’apice del successo, che letteralmente “fecero i tavoli” come a un matrimonio, sedendosi un po’ qua un po’ là a raccontarsi ai giornalisti seduti a tavoli da quattro in una saletta dell’Hotel Royal, con Freddie Mercury particolarmente seccato dall’idea di doversi presentare per la prima volta al pubblico italiano in playback.
Nel 1982 Sanremo ebbe finalmente ciò che desiderava di più dalla morte di Tenco: un nuovo scandalo. Fu Claudio Villa a innescare la miccia. Il reuccio aveva a tal punto insistito per una sua partecipazione con Ravera che questi gli aveva fatto la proposta impossibile: partecipare alla gara a eliminazione dei giovani. E Villa, al grido di «chi vuoi che elimini Claudio Villa?», aveva inopinatamente accettato ed era stato bocciato. Così il suo amico fotografo Pepe era salito su una sedia nella sala stampa del mezzanino dov’era anche l’ufficio dell’organizzazione e aveva anticipato l’arrivo di Villa infuriato. E Claudio si era presentato poco dopo urlando allo scandalo, denunciando l’inesistenza di vere giurie e gridando che voleva «vedere in faccia chi aveva votato contro Claudio Villa».
Mentre Ravera cercava di calmare il reuccio che stava disfacendogli l’ufficio urlando, con un paio di colleghi, Cristina Berretta e Santo Strati, pensammo di sondare i colleghi accreditati per stilare una classifica delle preferenze dei giornalisti. L’idea era che ogni giornalista avrebbe dovuto segnare su una scheda le tre canzoni migliori e nel totale delle citazioni avremmo visto chi raccoglieva più consensi.
Vinse Mia Martini con il bel brano “E non finisce mica il cielo”. Non ebbe alcun premio, perché la cosa era del tutto improvvisata. In seguito le fu data una maglietta dorata a una trasmissione di Baudo, poi un trofeo da Sorrisi e Canzoni, però lei si lamentò con me che la targa d’argento che dall’anno dopo fu data a tutti, lei non l’aveva mai avuta. Le promisi di rimediare. Non riuscii con lei, ne feci recapitare in diretta da Baudo una a sua sorella Loredana, infuriata per esser stata squalificata con una canzone non inedita, che alla fine si commosse e se ne andò via felice. Dissero che avevo salvato il Festival. Furono 80 euro di targa e incisione ben spesi, da me. Ma ci fu chi polemizzò lo stesso.
Polemizzò all’epoca anche Ravera che per le schede del premio della critica non voleva darci l’uso del ciclostile, contrarissimo a questo sondaggio parallelo. Poi alla fine ficcò mezza testa nella stanzetta dove stavamo facendo lo spoglio, chiedendo: «Villa quanti voti ha avuto?». Facemmo presto i conti: solo quattro. Ravera sorrise. «Bene», esclamò, e se ne andò stropicciandosi le mani. Il premio della critica l’anno dopo diventò una istituzione del Festival.
Il reuccio che si era rivolto alla magistratura per verificare l’esistenza delle giurie esterne, fu poi tacitato con un invito come ospite al festival successivo con una canzone firmata da Renato Zero. Ravera non volle correre rischi e così, nell’anno di «Vacanze romane» e «L’italiano», trionfò Tiziana Rivale, giovanissima interprete torinese, che aveva fatto tutte le selezioni domenicali con larga esposizione ed era quindi nella simpatia del pubblico.
«Le avete volute le giurie popolari…» commentò Ravera quando gli chiesi un giudizio sul voto.
Tiziana vinse e perse nello stesso momento. La sua casa discografica aveva stampato solo le 900 copie standard della sua canzone e quando sarebbe stato il momento di muovere le macchine e invadere i negozi con la canzone vincente tutte le aziende stampatrici erano all’opera per soddisfare le richieste dell’album di Franco Battiato destinato al milione di copie. La Rivale, già Tiziana Ciao, restò al palo. iL volo lo presero invece gli ultimi arrivati, Zucchero e soprattutto il Vasco Rossi di “Vita spericolata” a cui il lungimirante Salvetti fece vincere in estate il Festivalbar con “Bollicine”.
Prima di Tiziana avevano trovato la vittoria Riccardo Fogli con una canzone «innovativa, senza ritornello», e Alice, già Carla Bissi, rigenerata da Battiato che le aveva scritto “Il vento caldo dell’estate” per il Festivalbar e “Per Elisa” per Sanremo. Fu determinante il voto quasi unanime della giuria della sua Forlì, giuria di cui l’inviato di un noto magazine non riuscì però mai a trovare traccia. Ravera amava difendere gli artisti in cui credeva. Fece così anche con Adelmo Fornaciari, in arte Zucchero, a cui fece scrivere un sacco di canzoni affidate ad altri e lo portò pure al Festival come cantante, con questo ragazzino con la giacca di pelle, la cravattina texana e una coppoletta di lana in testa non si perdeva una conferenza stampa seduto a metà della gradinata del cinema Ritz, la sala sotterranea dell’Ariston, sperando che qualche giornalista si occupasse anche di lui. «Che ci vuoi fare?» mi rispose sconsolato quando gli feci notare che in classifica Stefano Siani con una sua canzone era vicino alla vittoria mentre lui l’autore, con “Donne” era relegato al penultimo posto. Zucchero racconta spesso come, finito quel Festival, tentò di raccogliere gli allori della notorietà organizzandosi un tour. Al primo concerto si presentò una sola persona alla pomeridiana. Lui suonò lo stesso confidando nel serale. La sera si ripresentò di nuovo una sola persona, la stessa del pomeriggio che aveva comprato due biglietti. Anni e vari dischi dopo, a Bari, alla prima edizione di “Azzurro” di Salvetti, lo ritrovai felice per aver finalmente potuto incontrare il suo idolo Joe Cocker e aver inciso «Il disco che voglio io. Magari non venderà nulla, smetterò di cantare, ma almeno mi sono divertito». Passò il milione di copie.
Intanto a Sanremo l’afflusso di giornalisti aveva complicato un po’ le cose. La sala stampa era stata spostata dal mezzanino al sottostante Cinema Ritz, dal lunghissimo interminabile scalone d’accesso.
Per gli inviati erano disponibili due cabine con telefoni a gettoni, un po’ di tavoloni di legno messi a cavalcioni delle ultime file e per i pochi giornali, il mio, Corriere, Stampa, Secolo XIX, con una linea telefonica dedicata, era stata lasciata a disposizione la balconata laterale. Avevo l’abitudine di scendere in Liguria un giorno o due prima della massa, quindi era mia cura andare dal leggendario capo ufficio stampa di Ravera, Enzo Zanca, ottima e paziente persona, a rompergli le scatole. Per esempio facendogli notare che era necessario mettere a disposizione qualche fax, e poiché cominciavano a diffondersi i primi computer, le prese di corrente sui tavoli diventavano una necessità. E lui a imprecare, riorganizzare, correre, finché al giorno del via ogni cosa era recuperata e installata a dovere.
Potrei raccontare tutti i passaggi tecnologici della mia professione attraverso Sanremo e la sua sala stampa. I pezzi dettati al telefono a dimafonisti che impazzivano a trascrivere i nomi degli artisti stranieri, in una interminabile sequenza di spelling. I primi modem da cornetta che chiamavano “accoppiatori”, con i due buchi circondati da morbida gomma nera dove inserire la cornetta telefonica per lo scambio di dati col computer centrale, maledicendo i designer che avevano fatto sostituire i vecchi modelli con altri dalla cornetta liscia che non si “accoppiava”, poi i portatili dotati di sistema editoriale, sempre più sofisticati, fino al sistema di redazione a distanza, collegato in wifi. Visti e usati tutti, sperimentati per primo, corretti e riveduti per uso successivi al Festival che sarà pure una ciofeca, ma che ti costringe a un lavoro in tempi stretti e intensità senza pari.
Di Sanremo Festival ho poco da aggiungere alla decine di migliaia di parole sprecate nei miei articoli in quasi otto lustri. Restano le emozioni e le sensazioni private. Le notti al bar dell’Hotel Londra a parlare di musica con Mara Maionchi e Alberto Salerno, litigando amorevolmente (memorabile Mara a lamentarsi «era meglio quando c’era Ravera che faceva le pastette, venivano fuori risultati migliori»), o con Piero Cassano piuttosto bevuto a suonare Procol Harum sul pianoforte del Des Etrangers, albergo ormai sparito, o ai vari show case notturni nei locali, dove di notte scorreva musica vera, magari con Lou Marini, leggendario sax e trombone dei Blues Brothers, che, scoperto un locale vicino al teatro che aveva esposte le statue di Belushi e Aykroyd e che ospitava concerti jazz, una sera si era presentato col suo trombone e si era unito alla mischia. Ricordo le notti a parlare con Bill Wyman e Steve Cropper, la chitarra dei Blues Brothers e autore di “The dock of the bay”, portando buon whisky per allungare la conversazione, o l’estemporanea partecipazione dei Pitura Freska, disincantati reggaetari veneziani, che per nulla intimoriti dalla kermesse, giocavano coi giornalisti e la sera Marco Furio Forieri caricava uno stereo a batteria d’auto su una carriola coi colori giamaicani, il careggaetòn, e se andava in giro per le strade a far ballare i passanti e i fumati fan.
Sanremo ha avuto grandi ospiti – come Springsteen e McCartney le cui prove Fegiz riuscì a seguire nascosto dietro a una tenda – e grandi canzoni, è stato anche per tanti anni specchio dei tempi. Però a me torna sempre in mente “Tu fai schifo sempre” dei Pandemonium, forse la prima edizione che dovetti seguire, oltre alla mirabile “Terra dei cachi” di Elio e C. e il “Clarinetto” di Arbore, con la versione rossa di una cravatta maculata che ho anch’io in blu – e chissenefrega, direte voi. A me frega, dico io – e quell’assurda annata al Palafiori di Valle Armea con Aragozzini organizzatore per il quarantennale, l’impresario veneto Sanavio che girava con il catalogo degli artisti stranieri da abbinare a chicchessia, Ray Charles che diceva di Cutugno che era un grande autore dopo aver cantato quasi un’altra canzone e pretendendo un’ottantina di milioni per inciderla poi, Mino Reitano che urlava «Italia» sventolando il tricolore commosso perché la tribuna stampa aveva esposto uno striscione per lui e pensava che fosse vero e non una presa per i fondelli, e alla fine la polizia che impedì ai giornalisti di arrivare in direzione per avere i risultati in tempo per l’ultima edizione perchè c’era Maradona. Maradona per me era un idolo, ma mi misi urlare «Chi se ne frega di Maradona, dobbiamo lavorare!». Mi passò a un metro ma vidi solo qualche capello riccio, laggiù, sepolto da un codazzo di chiunque. Vidi anche le lacrime di Dee Dee Bridgewater splendida interprete della canzone vincente, “Uomini soli” dei Pooh. Che sarebbero stati forse esclusi se non avessi fatto notare, anche un po’ indispettito, che «perduti nel Corriere della Sera» era un verso fuorilegge in quanto faceva pubblicità a un marchio. Fu panico. La sera cantarono «perduti nei giornali della sera».
Mi piace tentare di essere controcorrente, non per scelta ma per costituzione naturale. Non amo gli scandali, e questo non va tanto bene in certo giornalismo moderno, pare. Quando tutti si scagliarono contro gli Avion Travel perchè l’introduzione strumentale di “Dormi e sogna” riprendeva un tema già edito di una loro colonna sonora, uscìi dalla serrata conferenza stampa dicendo testualmente a Fausto Mesolella: «Certo che dovreste vergognarvi: venire a Sanremo a copiare da voi stessi, qui dove tutti copiano da altri». Il giorno dopo mi disse di esserci rimasto un po’ male all’inizio, ma che ripensandoci, alla sera, con Peppe Vessicchio ci avevano riso tutta la notte.
Ricordo Elisa di notte al Royal a suonare idee al pianoforte e i Solis a prendere appunti che «non si sa mai», ricordo la cena con Caterina Caselli a spiegarle come funzionava il meccanismo delle giurie e il peso delle “giurie di qualità” e lei che dall’anno dopo praticamente non perse più un festival, e che quando i Negramaro vennero silurati alla prima votazione, il giorno dopo aveva invitato con loro tutta la stampa che conta a pranzo per spiegare come bocciati o no i ragazzi di Giuliano Sangiorgi avevano un futuro nel loro coniglio verde, e diavolo se aveva ragione!
Ricordo il primo festival di Fazio, il “Festival di tutti” l’avevo chiamato perchè davvero aveva portato sul palco tutti dalla casalinga a Gorbaciov, consegnando la manifestazione al pubblico tutto. Mi guadagnai anche una reprimenda sulle pagine del Secolo XIX perché alla conferenza stampa di Gorbaciov avevo osato chiedergli perché era crollato il comunismo. Ma che domande…
Ma come, hai davanti l’uomo che ha messo fine a un secolo di storia rivoluzionaria, alla guerra fredda, alla paura dell’Olocausto nucleare, alla Grande Illusione, e cosa gli vuoi chiedere? Se preferisce i nasturzi o i papaveri?
Per inciso lui sorrise e rispose: «Grazie della domanda, anche perchè ci ho appena scritto su un libro…», eccetera.
Cose che capitano a Sanremo, perché Sanremo è, per fortuna o purtroppo, Sanremo…

 

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Giò Alajmo
Giò Alajmo ha la stessa età del rock'n'roll. Per 40 anni (1975/2015) è stato il giornalista musicale del principale quotidiano del Nordest, oltre a collaborare saltuariamente con Radio Rai, Ciao 2001, radio private e riviste di settore. Musicalmente onnivoro, è stato tra gli ideatori del Premio della Critica al Festival di Sanremo e ha scritto libri, piccole opere teatrali, e qualche migliaio di interviste e recensioni di dischi e concerti.