Riascoltiamo “Blackstar” a un mese dall’uscita. Il testamento artistico e umano di Bowie

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Blackstar
di David Bowie
Sony Music

È possibile giudicare l’ultimo disco di David Bowie senza rapportarlo alla sua morte, avvenuta appena due giorni dopo la pubblicazione? Operazione legittima? Tema sicuramente divisivo in questo momento. È probabile che col tempo, ma ne dovrà passare davvero parecchio, ci si accontenterà semplicemente di apprezzare Blackstar per la sua intrinseca bellezza. E comunque è passato quasi un mese dalla scomparsa del musicista e siamo ancora tutti un po’ increduli davanti a questa fine inattesa, a questo congedo affidato a parole, musica e immagini, a questa ulteriore ed estrema prova di complicità di poesia e vita da parte di un personaggio enorme e poliedrico, capace di assorbire e rielaborare con velocità fulminea un vasto molteplice di spunti e influenze, musicali e non.

La figura di David Bowie si staglia nell’universo rock come una delle più grandi, ma anche una delle più enigmatiche. Impossibile etichettarlo. Un edificio gigantesco in cui è possibile entrare attraverso innumerevoli porte, senza che nulla tuttavia, una volta dentro, garantisca che l’itinerario intrapreso sia quello giusto, tale e tanta la varietà, spesso contraddittoria, delle sfaccettature a cui il Duca Bianco ci ha abituato nel corso di cinquant’anni di carriera.

Il riascolto di Blackstar un mese dopo la sua uscita conferma questa idea e lo stesso Bowie sembra darcene ragione quasi in forma di confessione che sa di epilogo nella splendida I can’t give everything away: “Saying no but meaning yes. This is all I ever meant. That’s the message that I sent”.

Com’è noto, il disco è stato pubblicato l’8 gennaio scorso, esattamente un mese fa, giorno del sessantanovesimo compleanno del musicista londinese. In verità, già nel 2014 erano usciti due singoli,’Tis a pity she was a whore e Sue (or in a season of crime), quest’ultimo anche video, e ora ricompresi e riarrangiati in Blackstar. Inoltre negli ultimi mesi del 2015 erano stati pubblicati altri due singoli, con relativi video, Blackstar e Lazarus, nella prospettiva dell’uscita imminente dell’album.

La maggior parte dei musicisti è di provenienza jazz e ciò si avverte in parecchi arrangiamenti, anche se il profilo musicale complessivo sfugge a una collocazione precisa, ondeggiando tra generi disparati, com’è nella tradizione bowiana, anzi, stavolta forse più del solito.

DB_BLACKSTAR ALBUM COVERMa veniamo all’ascolto dei singoli brani. Il disco inizia con la title-track, Blackstar, una suite di dieci minuti in cui si passa dalle iniziali linee di canto arabeggianti e misteriose a una sezione più sostenuta ritmicamente, entro la quale, infine, viene gradualmente reintegrata la melodia originaria, in uno spazio sonoro che ricorda certe atmosfere dei King Crimson prima maniera. Il testo è ostico e pieno di simboli a sfondo esoterico e ben gli si attaglia l’inquietante clip firmata dal regista svedese Johan Renck.

Dopo le sonorità allucinate, ma elegantemente funky di ’Tis a pity she was a whore, dove domina il sax di Donny McCaslin, si passa ad un altro momento di grande impatto: Lazarus, dall’incedere solenne, ben sottolineato ancora dal sax di McCaslin e dalla Fender suonata da Bowie in persona. Ritornano le suggestioni mistiche del primo brano, testimoniate sia dalle prime profetiche parole del testo (Look up here, I’m in heaven. I’ve got scars that can’t be seen), sia, si capisce, dal titolo stesso. A questo proposito, è interessante riportare una recente dichiarazione di Brian Eno, legato a Bowie da un sodalizio lungo quarant’anni, il quale ricorda che, una settimana prima della morte dell’amico, aveva da questi ricevuto una mail di commiato firmata Dawn, ossia alba, aurora, insomma qualcosa che contiene l’idea di un nuovo inizio, di una resurrezione, appunto. Anche di questo pezzo è stato girato un video, sempre diretto da Renck, dove, tra l’altro, si vede un Bowie disteso su un letto di ospedale, viso bendato e due bottoni in corrispondenza degli occhi.

La nuova versione di Sue (or in a season of crime) è un vero e proprio stravolgimento di quella uscita nel 2014 (anche qui un video, dalle tinte noir), fortemente rimarcata dalle sonorità jazz dell’orchestra diretta da Maria Schneider, coautrice della musica. Quella recente è preferibile per maggiore concisione e per una struttura che meglio aderisce all’intreccio erotico-delittuoso evocato dal testo, grazie anche alle ossessiva timbrica dell’apparato elettronico.

Con Girl loves me torna il clima cupo di Lazarus. Il testo, criptico e ricco di invenzioni linguistiche, è cantato da Bowie quasi come un rap, scandito dalle cadenze marziali del basso e soprattutto arricchito dagli echi inquieti e spettrali degli arrangiamenti per archi.

Dai toni apparentemente più distesi si presenta Dollars days, non priva tuttavia di momenti struggenti, grazie ancora una volta alle preziose sonorità disegnate dal sax di McCaslin, vero protagonista strumentale dell’album.

E infine la perla che chiude il disco e l’intera parabola artistica del musicista britannico. Introdotta dal suono dell’armonica affidata allo stesso Bowie, I can’t give everything away è una ballata il cui tema ricorda alla lontana Unforgettable di Nat King Cole, ma nello stesso tempo è un saggio di vocalità bowiana al quadrato. Colpisce la formidabile padronanza del mezzo espressivo, sia nell’intensa parte strofica sia nello straziante inciso del ritornello che riporta le parole del titolo. Oltre al solito sax, emergono nel finale le sonorità cristalline della chitarra elettrica, in un clima ancora una volta saturo di suggestioni crimsoniane.

Tony Visconti, storico produttore di David Bowie, assicura che nelle ultime settimane l’artista, pur consapevole della sua condizione terminale, ma senza avere un’idea chiara del poco tempo che gli restava, fosse intenzionato a registrare alcuni nuovi brani già incisi in versioni demo. Chissà se ne sapremo e ne sentiremo qualcosa. In questo momento la cosa interessa poco e preferiamo pensare a Blackstar come a un grande testamento artistico e umano. Solo quando avremo elaborato il lutto, sarà fisiologico assecondare questa curiosità, che, allo stato attuale, presenta invece un carattere fine a se stesso, se non addirittura morboso.

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Roberto Berlinghieri
Mi occupo di musica, cinema e filosofia.