Sanremo. I Pooh, 50 anni e poi un lungo addio

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I Pooh, ospiti d’onore stasera del Festival di Sanremo, chiudono dopo 50 anni la loro carriera. L’ 11 marzo Raiuno dedicherà loro uno spettacolo in diretta tv, poi gli annunciati concerti estivi a Milano Roma e Messina (a gran richiesta) avranno una coda l’8 marzo all’Arena di Verona e quindi in una serie di concerti nei palasport con sorprese e ospiti, nella formazione a cinque, con Stefano D’Orazio che torna alla batteria e Riccardo Fogli che si riprende dopo oltre 40 anni il ruolo di bassista, chitarrista, cantante al fianco del suo successore Red Canzian. A San Siro sarà anche registrato il disco dvd dell’evento che chiude una carriera prima che il tempo deteriori successo e rapporti. “Verona – spiega Red Canzian – sarà l’occasione di riunire amici e ospiti e condividere la nostra musica con tanti amici,per la musica è bella se fatta insieme come ha ricordato lo straordinario pianista Ezio Bosso”.

Ci conosciamo da una vita, dagli albori del rock. A esser sinceri non erano nelle mie corde. Anche se il lamento di Piccola Katy, ascoltato dal mangiadischi arancione in spiaggia triturando i 45 giri con la sabbia, mi faceva venire i lucciconi – non chiedetemi perché – la loro musica non aveva nulla a che fare con quella che mi piaceva alla fine degli anni Sessanta. In qualche modo preferivo i Rokes e l’Equipe 84 – anche qui non chiedetemi perché – ma i Vanilla Fudge visti dal vivo a Venezia spazzarono via ogni dubbio. La strada giusta era rock! La cosa curiosa è che i Pooh suonavano e ascoltavano le stesse cose, Who, Rolling Stones, Jethro Tull, tanto che nel 1971 me li ritrovai davanti sul palco dei Led Zeppelin al Vigorelli di Milano e fecero la loro figura, tra i pochi – con New Trolls e Mia Martini – che i ventimila rockers lungocrinuti duri e puri che aspettavano Page e Plant accettarono di ascoltare e apprezzarono pure, con Valerio Negrini (o era già D’Orazio?) lanciato in un assolo di batteria in cui usava anche la testa sbattendola contro un tom.
La fuga romantica di Riccardo Fogli con Patty Pravo e l’ingresso di Red Canzian cambiarono molte carte in tavola. Red lo conoscevo per la sua militanza nei veneti Capsicum Red e la foto su Topolino in cui si diceva che era “l’unico inglese” del gruppo. Avevo anche ascoltato in radio l’anteprima dell’ambizioso progetto di tradurre la Patetica di Beethoven in chiave rock, seguendo la corrente aperta dai Procol Harum e seguita da Vanilla Fudge, Nice, Emerson Lake and Palmer, Deep Purple, Jethro Tull, New Trolls e Orme. L’ingresso di Red coincise con la loro svolta “prog” di “Parsifal”, la grafica del logo ispirata agli Yes, l’attenzione a brani strumentali e più complessi della tradizionale forma canzone. Non mi facevano impazzire ma apprezzavo lo sforzo. In qualche modo stavano seguendo la corrente, ma negli anni Settanta la credibilità dei musicisti italiani era ridotta al lumicino se non eri un cantautore impegnato o un gruppo altamente sperimentale. Loro, i Pooh, avevano idee “confuse ma molto chiare”. Il loro passaggio dal beat al rock al prog cercava di sperimentare nuove strade musicali ma al tempo stesso non tagliava alcun ponte con il pubblico più popolare. Il risultato era piuttosto curioso. Da una parte la voce italiana melodica e carica di Roby, armonizzata coralmente come Beatles e Beach Boys avevano insegnato, dall’altra la chitarra rock di Dodi e il basso di Red, che sapevano ben integrarsi e sostuituirsi nelle parti vocali, e infine un batterista non funambolico ma di effetto, perfettamente complementare, come Stefano D’Orazio, che aggiungeva al tutto un pizzico di ironia e di scena. Valerio Negrini, passato dalla batteria ai testi, era un fotografo per immagini testuali, un uomo della provincia, che raccontava le sue storie con parole semplici, che potevano far inorridire i cultori della poesia per canzoni, ma che sapevano arrivare lontano, a un pubblico a cui piaceva il pane e il vino più che le complicate esercitazioni dialettiche, e che riuscivano a trovare con parole semplici anche temi importanti e controversi.
Col tempo i Pooh sono diventati una perfetta macchina da guerra musicale, con una sede in cui gestire tutta l’attività in prima persona, gli incarichi chiaramente suddivisi, l’acquisizione e il controllo di tutto l’archivio discografico, e ogni strumento suonato conservato e catalogato che può tornare utile. Con gli anni hanno sempre più offerto l’immagine di un gruppo, forse l’unico, che opera sempre come collettivo, che magari in privato si scatena in diatribe feroci per poi trovare una soluzione comunicata all’esterno sempre in maniera collegiale, con il sorriso. va loro riconosciuta una professionalità straordinaria, il rispetto per il pubblico, per gli addetti ai lavori, per il loro “mestiere”, come può avere solo chi sa quale fortuna sia aver percorso questa strada con successo. E che non dimentica di essere utile, usando il successo per dar vita a iniziative benefiche.
“Uomini soli” a Sanremo mi stupì. Era un vero gioiello, intimista, semiacustica, ben calibrata nella musica e nelle immagini create dal testo. Era l’anno del Palafiori e il primo di Aragozzini che aveva riportato gli stranieri in gara. Ai Pooh era toccata Dee Dee Bridgewater, una straordinaria voce jazz portata in Italia da una piccola etichetta padovana. Dee Dee fece una seconda interpretazione di straordinaria intensità. Poi si mise ad ascoltare commossa la versione Pooh e alla fine scoppiò in lacrime mentre Maradona creava scompiglio dietro le quinte. In qualche modo li avevo salvati alla vigilia, ricordando alle prove che il verso “perduti nel Corriere della Sera” era pubblicitario e contro il regolamento del Festival. Cambiarono subito in “perduti nei giornali della sera” prima che qualcuno facesse ricorso!
Cominciai a portarli ad esempio di professionalità mista a passione, la stessa con cui Robi poteva tenerti un’ora al telefono raccontandoti la sua vita, le sue donne, i tanti figli, o che portava Dodi in un piccolo paese del veronese spettatore di un Festival per soli chitarristi, per osservare, imparare, applaudire, magari trovare un nuovo amico a sei corde come Tommy Emmanuel, o Red a trasformarsi da sciupafemmine incallito in marito e padre integerrimo, tra bonsai, quadri e diete vegetariane, e Stefano, capace di uscire dal suo archivio di dati, numeri, cifre che condensavano tutta l’attività Pooh, dopo tanti di quegli scherzi, di quelle battute che quando annunciò di averne abbastanza ci volle un po’ per capire che faceva sul serio. E che per gli altri tre erano “cozze amare”. Ma solo per un po’. Anzi. Per un Pooh. Una lucidatina agli ingranaggi e la macchina si è rimessa in moto. E ancora con qualche novità. Come sempre. Fino al prossimo 31 dicembre.

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Giò Alajmo
Giò Alajmo ha la stessa età del rock'n'roll. Per 40 anni (1975/2015) è stato il giornalista musicale del principale quotidiano del Nordest, oltre a collaborare saltuariamente con Radio Rai, Ciao 2001, radio private e riviste di settore. Musicalmente onnivoro, è stato tra gli ideatori del Premio della Critica al Festival di Sanremo e ha scritto libri, piccole opere teatrali, e qualche migliaio di interviste e recensioni di dischi e concerti.