Cremonini racconta l’incontro con gli Stadio

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Foto: Riccardo Medana

C’è anche Cesare Cremonini a commentare con un lungo racconto sulla sua pagina Facebook la vittoria degli “Stadio”, band bolognese che l’ex Lunapop ha omaggiato sul proprio profilo, raccontando aneddoti di una lunga e strana amicizia.

“Incontrai per la prima volta gli Stadio in vacanza tra le onde di una crociera estiva. (Che inizio travolgente eh?). 

Partita da Venezia con una bella giornata di sole, quella nave grande grande, la più grande che avessi mai visto, ci portò fino in Egitto attraverso lo spettacolo del Mar Mediterraneo. La classica vacanza estiva di famiglia, noiosa e divertente insieme per me che avevo in pratica già fatto amicizia con la musica suonata, (studiavo classica), e quella ascoltata, (il rock pomposo dei Queen i cui riferimenti pianistici mi avevano già rapito). Cominciavo in quegli anni ad ossessionarmi con l’idea che cantare fosse il mestiere migliore fra quelli possibili, il mio grande sogno. 

Avevo 11 anni. 

Noi e…”gli Stadio”, perché così li chiamava mio padre, eravamo tra le centinaia di turisti di quel lungo viaggio, e il caso volle che i miei genitori legassero durante la crociera con Giovanni, (l’ombroso batterista del gruppo), con Gaetano, (la faccia forse più nota della band bolognese), e con le rispettive famiglie. Persone gentili e per bene.

La sera si cenava volentieri allo stesso tavolo, e durante le lunghe giornate organizzate in escursioni e visite guidate io e il figlio di Giovanni, che aveva all’incirca la mia età, passavamo molto tempo insieme, giocando per passare il tempo, rincorrendoci come amichetti di scuola durante la ricreazione tra le colonne dei templi e dei monumenti da visitare. 

Una sera a tavola presi coraggio e rivolsi la parola a Gaetano, che era seduto di fianco a me, interrompendo il chiacchiericcio leggero e vacanziero che era solito farsi strada nelle conversazioni da crociera, ponendogli la domanda delle domande: “Come si fa a diventare un cantante?”. 
Gaetano mi guardò con dolcezza da sotto le lenti dei suoi occhiali, e mi rispose con una serietà che ancora riesco a ricordare, per quanto fu spontanea ma sincera, vista la mia giovanissima età. 
“Cesare”, mi disse, “bisogna studiare, e studiare, e studiare, e studiare. E poi bisogna…avere un po’ di fortuna!”. 

Non mi sembrò una risposta particolarmente affascinante in effetti. Studiare era l’ossessione non mia, bensì di mia madre. Il Gaetano non mi aveva fatto un bell’assist insomma, ma presi quella risposta per quella che era, e me la misi in tasca. Mio padre mi lanciò un’ occhiata come a dire “te lo dice sempre la mamma…”, il cameriere versò del vino, e la cosa finì lì. Non affrontai più l’argomento, e non volli più rompergli le scatole con le mie domande, ma fui felice comunque di aver avuto il coraggio di avere un dialogo con lui, che era un cantante vero, di quelli della TV, che aveva una band vera, che tornato da quel giro in nave con noi avrebbe messo le mani su un suo disco, in un vero studio di registrazione, prima di partire per un tour in giro per l’Italia. Tutte cose per cui avrei venduto l’anima al diavolo, ma avevo solo 11 anni.

Finita la vacanza, com’è naturale, i rapporti si allentarono e ognuno di noi tornò alle sue faccende private: Gaetano ai suoi dischi e mio padre alle sue visite da medico. Io e il figlio di Giovanni nelle nostre rispettive scuole, tra i nostri amici, con le nostre mamme preoccupate e severe a tenerci buoni. 

Passarono sette anni pieni di significato. Nel frattempo avevo iniziato a scrivere canzoni anche io, le prime furono Vorrei, Un Giorno migliore, Zapping, Qualcosa di grande, e avevo formato una mia band, incontrato in un mattino magico Walter Mameli, il mio attuale Producer, che aveva iniziato a credere (quasi) sul serio nei miei sogni, avevamo formato i Lùnapop, e nella primavera del 1999 ci eravamo arruolati come soldati pronti per la nostra battaglia, al Festival di San Marino, una competizione musicale/televisiva che in quegli anni aveva raggiunto una discreta popolarità. 

Noi Lùnapop eravamo tra i finalisti della sezione “nuove proposte”, e gli Stadio erano presenti come ospiti in promozione della serata finale, insieme a Carmen Consoli, e altri Big di quella stagione.

Incontrai Gaetano nel backstage poco prima della mia esibizione. Ci riconoscemmo subito, nonostante nel frattempo io fossi cresciuto di venti centimetri, e il mio ciuffo in testa si fosse colorato di biondo platino! (Il suo cominciava ad imbiancare un pochino….). 

Fu felicissimo di vedermi nei panni di “cantante alle prime armi” dopo quel frammento di dialogo avuto in crociera quando ero ancora un bambinetto. Ci abbracciammo, quasi fossimo ancora là. 

Quella sera noi vincemmo la gara con “Qualcosa di Grande”, e il resto della storia, comunque, la conoscete già. 

Con il premio in mano, ubriaco di gioia, andai orgogliosamente a bussare nel camerino di Gaetano per mostrarglielo. Fu un momento speciale..

Considerai quel banale incontro, ma io sono fatto così, una specie di piccolo segno del destino, e ancora oggi quando ci incontriamo a Bologna o in giro per l’Italia, Gaetano è sempre generoso di complimenti e simpatia nei miei confronti. E io ricambio con enorme piacere. 

Sono veramente felice per la loro vittoria al Festival, se la meritano, e sono orgoglioso della mia città, della sua gente, e della sua musica. 

Gaetano, un forte abbraccio! E avevi ragione, studiare, studiare, studiare, e quel pizzico di fortuna!”

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Marco Fornaro
Ho 18 anni e ospiti della mia play-list sono perlopiù Bob Dylan, De Gregori, i Pink Floyd e tanti altri artisti che mi convincono di essere nato nell'anno sbagliato. Amante di (quasi) tutti i generi possibili, scrivo anche di sport. In due libri a trenta mani ho pubblicato Che Storia la Bari e La Bari siete voi, giusto per render chiara la passione per il biancorosso. Sogni nel cassetto: viver di romanzi e stappare una bottiglia di GreyGoose sui colli bolognesi con Cesare Cremonini.