L’ultima parola. Allarme rosso a Hollywood

Dalton Trumbo, che aveva tutto e perse tutto perché era un “comunista con piscina”

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L’ultima parola. La vera storia di Dalton Trumbo
di Jay Roach
con Bryan Cranston, Diane Lane, Helen Mirren, John Goodman, Elle Fanning
Voto 7

“Il Congresso non promulgherà leggi per il riconoscimento ufficiale di una religione, o che ne proibiscano la libera professione, o che limitino la libertà di parola o di stampa; o il diritto delle persone a riunirsi pacificamente in assemblea e di fare petizioni al governo per la riparazione dei torti”. Così recita il primo emendamento della Costituzione degli Stati Uniti d’America. È interessante rispolverare la storia sul grande schermo, fa capire da dove veniamo, non sempre fa comprendere dove andiamo, ma questa è un’altra storia. L’agganciarsi ai principi costitutivi può comunque aiutare a schiarire gli orizzonti. Anche perché, come dice il titolo, questa è una storia vera, tratta dal libro di Bruce Cook, uscito per Rizzoli in contemporanea al film.
Dalton Trumbo (Bryan Cranston, credibilissimo) era uno degli sceneggiatori più pagati al mondo, autore di testi classici come Kitty Foyle-Ragazza innamorata e Missione segreta, scritti immerso in una vasca da bagno, con un leggìo davanti e molte sigarette. Ma era comunista alla fine degli anni 40, in pieno maccartismo. Anzi, di più, era uno swimmingpool soviet, un comunista maledettamente ricco (“con piscina”) grazie al contratto con Warner Bros., schierato con i sindacati e attivo politicamente per il riconoscimento dei diritti civili e della parità di retribuzione. Chiamato a testimoniare di fronte al Comitato per le Attività Antiamericane (l’alleanza con l’Unione Sovietica della guerra di pochi anni prima era evidentemente un errore da cancellare), Trumbo rifiuta di ripondere alla domanda “Lei è, o è mai stato membro del partito comunista?”, appellandosi appunto al primo emendamento. Dietro di lui, in L’ultima parola i numerosi filmati d’epoca sono una bellezza, ci sono Humphrey Bogart e Lauren Bacall, John Huston, Gene Kelly. In tutto sono dieci gli artisti che, interrogati, si rifiutano di rispondere e di tradire compagni e amici, gli Hollywood Ten. Dalton finisce in carcere per undici mesi e quando esce non ha più un lavoro. Per tredici anni i più importanti produttori di Hollywood si rifiutano di farlo lavorare per timore di essere associati alle sue idee politiche. John Wayne, sì proprio lui, potente capo dell’Alleanza Cinematografica per la Tutela degli Ideali Americani, e Hedda Hopper (Helen Mirren) editorialista del gossip, sono figure primarie nella rovina di Trumbo che deve vendere casa e fatica a mantenere la famiglia, la moglie (Diane Lane) e due figlie. È bello il ritratto di quest’uomo che è un prodigio di volontà e di tenacia. Sì, perché dopo tante sceneggiature firmate sotto falso nome (lavora per i fratelli King, produttori di B-movie, vincendo anche un Oscar con La più grande corrida con lo pseudonimo di Robert Rich), vince l’Oscar per Vacanze romane senza poter “firmarlo”, compare invece come autore della sceneggiatura di Spartacus e Exodus, per volontà di Kirk Douglas e Otto Preminger. Il periodo delle liste nere si chiude, Joseph McCarthy venne messo a tacere dal Senato con una mozione di censura nel 1954.
PS: Vale la pena di vedere questo film. Curiosamente mi ha fatto pensare a certi manifesti elettorali con l’inquietante scritta “Basta con la sinistra!”. La storia serve sempre…

YouTube / Eagle Pictures – via Iframely

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Mariatilde Zilio
Nata a Bergamo, laureata in Filosofia, giornalista. Vive a Milano dove lavora (ad Amica, Rcs). Su Spettakolo.it non troverete mai un suo pezzo su Woody Allen: è di parte perché lo adora, anche nelle sue cose peggiori.