Serafino, quello che inventò il “mestiere” di tifoso

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Oggi vi parlo di sport. Il motivo? O meglio, di un bizzarro personaggio che era legato a doppio filo al mondo del calcio e del tennis. Si chiamava Serafino. O bella, chi era costui? Gli under 50 probabilmente non lo hanno mai sentito nominare, ma i loro genitori e i fratelli maggiori forse lo ricordano: era uno strano personaggio che negli anni ’70 si inventò il mestiere di tifoso. Proprio così: lo pagavano per essere presente alle partite della Nazionale di calcio, e anche agli incontri di tennis validi per la Coppa Davis. Alla fine della sua breve vita fu addirittura ingaggiato dal presidente del Palermo per tifare rosanero.

Serafino l’avevo conosciuto all’alba degli anni ’70 sugli spalti dello stadio di Chiavari. Assieme a un gruppetto di altri 14-15enni seguivo regolarmente l’Entella, che allora giocava in serie C (da due anni, invece, gioca in serie B; e con la vittoria odierna per 3 a 2 sulla Pro Vercelli è messa decisamente bene in classifica). Decidemmo di dotarci di uno striscione, ma avendo poca stoffa a disposizione riuscimmo a scriverci soltanto “Entella Club Cavi”. Quindi la gente pensava che venissimo da Cavi di Lavanga, in realtà abitavamo tutti a Chiavari. Sulle gradinate c’era sempre anche quel ragazzone che aveva una decina d’anni più di noi. Dati distintivi: una voce potente da tenore e una stazza davvero notevole, anche se ancora non era grasso come sarebbe diventato da lì a poco, raggiungendo i 200 chili. Questo ne avrebbe causato la morte a soli 34 anni: soffriva di una malattia piuttosto rara, la cosiddetta Sindrome di Pickwick, una sorta di apnea spontanea per la quale essere mostruosamente sovrappeso costituisce un elevato fattore di rischio.

Serafino in realtà si chiamava Giuseppe Serafini, era nato a Prato nel 1946. Non ho idea di come fosse arrivato a Chiavari, so soltanto che aveva tentato –senza successo- di guadagnarsi da vivere come tenore. Invece gli era riuscito il colpo di inventare il mestiere di “tifoso di bandiera”: secondo alcuni, quella sua figura pacioccona e caciarona rappresentava un certo stereotipo di italianità, magari quella più becera ma tutto sommato simpatica. I

Diventò una piccola celebrità, oggi i reality se lo contenderebbero a peso d’oro. Il prestigioso settimanale Newsweek gli dedicò un’intera pagina e nell’album Panini del 1974-75 c’era una caricatura della sua facciona rubiconda. Le telecamere della Rai gli dedicavano frequenti inquadrature.

Del resto era un personaggio molto folcloristico, e lo sarebbe stato fino all’ultimo istante di vita. In un “coccodrillo” apparso su La Stampa si legge che dopo un malore fu ricoverato d’urgenza all’ospedale di Palermo. I medici gli imposero “una dieta rigorosissima”, ma lo stesso articolo racconta pure che “…per consolarlo gli infermieri dell’Ospedale Civico si sono autotassati e tutti i giorni gli preparano una spremuta superabbondante con cinque chili di arance”. Morì nell’aprile del 1980. Sembra che poco prima di esalare il mortal sospiro abbia espresso il proprio rincrescimento di non poter assistere agli europei di calcio che si sarebbero svolti in Italia a giugno.

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Massimo Poggini
Massimo Poggini è un giornalista musicale di lungo corso: nella seconda metà degli anni ’70 scriveva su Ciao 2001. Poi, dopo aver collaborato con diversi quotidiani e periodici, ha lavorato per 28 anni a Max, intervistando tutti i più importanti musicisti italiani e numerose star internazionali. Ha scritto i best seller Vasco Rossi, una vita spericolata e Liga. La biografia; oltre a I nostri anni senza fiato (biografia ufficiale dei Pooh), Questa sera rock’n’roll (con Maurizio Solieri), Notti piene di stelle (con Fausto Leali) e Testa di basso (con Saturnino). Ultimo libro uscito: "Lorenzo. Il cielo sopra gli stadi".