Baglioni Morandi fra insulti, flop e scommesse

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Baglioni Morandi (c)2016 Giò Alajmo

Voglio molto bene a … Baglioni e Morandi. I due ragazzacci della canzone italiana hanno aperto in questi giorni il loro tour insieme dopo aver sperimentato la convivenza con una serie di concerti a Roma e un doppio show tv. Qualche giorno di prove a Jesolo, dove il Comune rende disponibile il gigantesco cubo di cemento del PalaArrex nel quale 4500 persone hanno assistito allo spettacolo numero zero, poi Padova, doppia tappa, quindi Milano, con un pensiero che prende sempre più credito di un futuro passaggio dall’Arena di Verona, quando il tempo lo consentirà.

I due hanno più cose in comune di quanto non si pensi, nonostante la grande diversità. Per questo si completano bene sul palco divertendosi e integrandosi a vicenda, scambiandosi le canzoni con Baglioni che dopo mille sfide si ritrova nell’inedito ruolo di corista dei suoi stessi brani, giocando con le armonizzazioni come neanche Simon e Garfunkel ai tempi d’oro.

Con Claudio ci incontrammo per la prima volta giusto 40 anni fa, quando l’Unesco decise di regalare una settimana di spettacoli e iniziative a Venezia coinvolgendo Paul McCartney per un concerto in piazza San Marco, Ravi Shankar per una esibizione in campo S.Angelo, grandi artisti classici alla Fenice e un cast internazionale (fra cui Baglioni e Moustaki) per un megashow al palazzo del Cinema che non ebbe in verità gran riscontro. Gli italiani non amavano i potpourri musicali alla francese, come Baglioni stesso spiegò ai funzionari Unesco, mentre “ognuno di noi da solo avrebbe riempito il teatro”. Finì a cori alpini a cena, mentre Moustaki cercava di far pagare i suoi musicisti.

Il concerto di McCartney sturò la valvola delle polemiche per l’abuso rock degli spazi nelle città d’arte dopo che l’improvvido parcheggio dei tir con la strumentazione sotto Palazzo Ducale e il passaggio dei montacarichi su e giù per la piazza verso l’enorme palco provocò il cedimento di alcuni antichi masegni delle rive e della pavimentazione. Ma fu ancora Baglioni a portare a Venezia le sue canzoni pochi anni dopo, tenendo un concerto sull’acqua ben prima dei Pink Floyd, con il pubblico in barca per la riapertura dell’Arsenale, parzialmente dismesso dai militari. Una bella soddisfazione per il ragazzo occhialuto che anni prima aveva perso la Gondola d’argento ed era andato a esibirsi allo Chez Vous, il night dell’Hotel Excelsior, dove il pubblico chiamava a gran voce i Leoni, la band locale che doveva animare la serata da ballo.

Baglioni Morandi (c) 2016 Giò Alajmo
Baglioni Morandi (c) 2016 Giò Alajmo

Con Baglioni si è creato negli anni un rapporto duraturo anche se spesso critico. A volte molto critico ricordando (con lui, con amici discografici) quando mi inseguì per tutta Villa Giulia a Roma riempiendomi di insulti feroci per aver espresso un parere non esaltante sul suo concerto allo stadio Flaminio, al rientro dopo l’incidente d’auto, la sua prima volta con un palco al centro della folla. Mi urlò che ero una “testa di c…” equivocando una mia considerazione, e aggiungendo “Cosa vuoi di più di così?”. Settimane dopo a Firenze aprì il tour di “Oltre” con uno show che rivoluzionava il concetto di concerto pop, usando palco centrale, pedane mobili, musicisti in movimento, archi, aprendo la stura a una serie di eventi di nuova concezione. “Che ne pensi?”, mi chiese poi. “Gli risposi: “Che alla fine la testa di c…. sei tu, perchè come vedi si poteva fare di più di quello che hai fatto al Flaminio”. Ci pensò su un secondo. Sorrise: “E’ vero. Hai ragione”.

Anni prima, a cena dopo una sua esibizione in Veneto, avevo avuto commenti più lusinghieri. Lui aveva apprezzato. Poi a bruciapelo mi chiese perché sul giornale avevo scritto diversamente. Caddi dalle nuvole. Poi ricordai un articolo non scritto da me che parlava della delusione dei triestini per il primo concerto saltato a causa di una laringite. Lui non era convinto. Scommettemmo 400 cene. Gli portai l’articolo, firmato da un collega. Tempo dopo, capitò di trovarci di nuovo. Mi salutò e mi porse una scatoletta. Dentro c’era una spilla dorata con incisa la scritta “Buono per 400 cene. CB”.

Di Gianni e di Claudio fui testimone dei successi ma anche dei due peggiori flop della loro storia. Gianni quando aprì il concerto dei Led Zeppelin a Milano, e fu letteramente sommerso di fischi insulti e lanci di oggetti (“smisi di cantare per dieci anni”, ricorda ancora con amarezza), Claudio quando aprì il concerto di Springsteen a Torino, evento per i Diritti Umani, ricevendo quasi lo stesso trattamento dai rocker duri e puri che avevano abboccato alla polemica di chi gli avrebbe preferito Vasco Rossi. Episodi. Ma che hanno segnato un periodo difficile della loro carriera.

Poi Morandi, fatto “rinascere” grazie anche all’aiuto di Mogol e Lucio Dalla, ha trovato nuova vita e nuova linfa recuperando l’invidiabile posizione di interprete sempreverde di 50 anni di storia della canzone italiana, e sostenendo le iniziative benefiche della Nazionale Cantanti, Baglioni si è stretto accanto il proprio pubblico affezionato e si è lanciato in nuove sfide, non ultima quella di dare a Lampedusa visibilità e supporto quando ancora la questione degli sbarchi dei migranti era solo un’analisi senza riscontri nei libri degli studiosi ma media e politici non se ne volevano occupare. Morandi fu uno dei tanti ospiti dei concerti sulla spiaggia, e anche uno di quelli che volle andare a vedere con i propri occhi il dramma racchiuso in uno dei tanti gommoni arrivati una mattina, con Laura Boldrini che spiegava accoratamente a tutti la situazione dei rifugiati dal punto di vista delle Nazioni Unite.

Baglioni Morandi (c) 2016 Giò Alajmo
Baglioni Morandi (c) 2016 Giò Alajmo

Baglioni ama le sfide. Morandi è uno che a tot anni ancora fa le maratone. I due stanno bene insieme, si integrano, giocano. La reciproca inconscia diffidenza delle date estive è svanita e perfino il pubblico dei due si mescola apprezzando. Morandi, corridore pigro, trova il partner che si occupa di tutto in maniera certosina e che gli regala un rapporto diretto con il pubblico esaltando le sue doti di interprete popolare. Baglioni inventa lo spettacolo che aveva sempre sognato, con una grande band di quasi venti elementi, disposta su gradoni a più livelli ispirandosi (ma in grande) alle big band jazz di una volta, e una scenografia digitale a pannelli che diventa spettacolo nello spettacolo, avvolgendo i musicisti e il pubblico con effetti quasi psichedelici. Si libera anche della necessità di essere solo autocelebrazione di se stesso, potendo giocare a fare l’interprete, inserire nel proprio repertorio le canzoni dell’altro, giocando a fare il corista  e dialogando con un altro da sé che non ha molto da invidiare ma che sa non prevaricare mai, in grado di interpretare Baglioni con tutta la voce necessaria.

E da queste tre ore abbondanti di celebrazione della canzone italiana il pubblico esce plaudente e pienamente soddisfatto. Mica poco di questi tempi…

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Giò Alajmo
Giò Alajmo ha la stessa età del rock'n'roll. Per 40 anni (1975/2015) è stato il giornalista musicale del principale quotidiano del Nordest, oltre a collaborare saltuariamente con Radio Rai, Ciao 2001, radio private e riviste di settore. Musicalmente onnivoro, è stato tra gli ideatori del Premio della Critica al Festival di Sanremo e ha scritto libri, piccole opere teatrali, e qualche migliaio di interviste e recensioni di dischi e concerti.