La sequenza finale di “Il fantasma della libertà”, di Luis Buñuel, ritrae uno struzzo che si guarda attorno con perplessità e sospetto, appena prima che i titoli di coda comincino a scorrere.

In sottofondo, i subbugli e gli spari di una città in guerra, mentre la colonna sonora degli ultimi istanti del film è il solo rintocco di una campana a morto.

Apparsa nel 1974, la pellicola infila una sequela di situazioni concatenate e collegate le une con le altre, che piace definire surreali: tra le vicende, in un comando di polizia due genitori denunciano la scomparsa della figlia di otto anni, sebbene la bimba sia presente al momento della denuncia.

Un gruppo di persone si dà appuntamento in un’abitazione, ma attorno al tavolo a ciascuno è assegnato un wc invece di una sedia, e ognuno si sistema al proprio posto per defecare in compagnia, mentre l‘atto di nutrirsi sarà invece condotto in vergognosa solitudine.

Un assassino-artista, processato e condannato a morte per aver ucciso a colpi di fucile diversi passanti sparando a caso sulla folla, al termine del processo viene rilasciato tra le congratulazioni di tutti e la richiesta di autografi da parte del pubblico.

Tale è il futuro distopico disegnato dal genio: un mondo rovesciato nei suoi contenuti, tema su cui Buñuel tesse la propria poetica spietata, al tempo stesso amaramente autoironica quanto radicalmente opposta al comune senso della decenza.

L’anno prima, quasi a copiarne le gesta surreali, era stato insignito dell’Oscar per l’opera “Il fascino discreto della borghesia”, un premio che pareva fare decisamente a pugni con la ferocia con la quale egli aveva trattato l’umanità e la sua scorta di vanità intellettuale.

Assistetti alla proiezione della pellicola ormai molti anni fa, in un cinema minuscolo della periferia di Milano. Ero solo e armato di una grande fame di conoscenza, ma del regista allora mi era nota solo l’opera eccelsa scritta nel 1929 con Salvador Dalì, “Un chien andolou”, quella che i più ignorano, ma di cui è immortale la celeberrima scena della donna che guarda fisso davanti a sé, sinché le dita di una mano le divaricano una palpebra, e l’altra mano le passa sull’occhio la lama di un rasoio, sfilettandone il bulbo. 

Non c’è pellicola di presunto orrore che possa competere con la ferocia messa in scena da Buñuel in una sola inquadratura.

Ero teso e assorto nella visione. In tumulto e al tempo stesso magnetizzato. 

Attorno a me, buona parte della già poca gente che si era presentata al botteghino, abbandonava la sala via via che il film scorreva.

Durante certe sequenze, parte degli spettatori si era divisa tra quelli che inveivano aspramente contro le situazioni paradossali che vi si snocciolavano, e quelli che le trovavano orrendamente comiche. Piegati sulle poltrone, gli ultimi erano esasperati fino alle lacrime dalla presunta stupidità del film.

Ma allora chi è il pubblico, ti eri domandato.

Un’orda intransigente di deficienti disposti solo a essere gratificati da contenuti già digeriti, o cos’altro?

Si deve proseguire a produrre pensiero, oppure ogni sforzo in tal senso resterà vano?

Pensavo alla situazione narrata di chi spara sulla folla uccidendo a caso molti individui, e che malgrado la propria accertata colpevolezza, può lasciare il tribunale portato in trionfo dalle masse. Quel passaggio, in cui risulta difficile non scorgere un’amara riflessione sull’inutilità dell’arte al cospetto del suffragio dell’idiozia, richiamava anche la conseguente e ancor più estrema considerazione che oggi so emergere dall’opera tutta di Buñuel: l’umanità è brutalmente animale, e il breve volo che ha compiuto per riscattarsi dalla propria condizione di base, riprenderà il sopravvento.

Man mano che la pellicola scorreva e la gente tendeva ad abbandonare il cinema schifata, il senso dell’opera sembrava prendere corpo sempre più potentemente, fino a divenire indistinta nella mia testa la divisione tra rappresentazione e realtà.

Mi guardai intorno: sentii con orrore che la realtà aveva la stessa percentuale di assurdo del film cui stavo assistendo. Come fossimo davanti ad uno specchio.

Poi di quella sera non ricordo più nulla.

Negli anni ho poi pensato che in fondo tutto ciò non fosse completamente vero.

Tutte le volte che ho accarezzato la bellezza, sfiorato la soavità, o immerso nel bagliore di un bene, ho creduto in fondo a un destino di luce per tutti. Ho creduto che vivere possa significare superare le assurdità, oltrepassare e annullare l’orrore che ci abita, per divenire gli angeli che desideriamo.

Poi un boato mi riporta in guardia, allora ricordo bruscamente che milioni di uomini, di donne e di bambini vivono l’orrore in ogni istante della propria vita. E mi sovviene che pochi al mondo sono invece idiotamente convinti della propria superiorità in giustizia, in fede e in benessere.

Penso a chi è morto fucilato, come i combattenti di ogni resistenza riprodotti nella tela di Goya, “3 maggio 1808” e da Buñuel omaggiati in principio dello stesso film surreale; a chi muore in una cella, torturato, vilipeso, solo per aver tentato di affermare diritti semplici e basilari.

Penso al nulla di troppe esistenze.

E al fatto che per quanti siano i Buñuel e i Michelangelo, i Pasolini e i bambini, non sappiamo porre sufficiente rimedio all’antiumanità che ci muove. Lo struzzo di quel finale tragico, che si guarda attorno spaventato, sospettoso, diviene più saggio, più accorto e vigile sul proprio futuro di quanto lo siano le persone che si annullano in una battaglia senza sosta e senza quartiere. 

Vedo allora nitidamente che il mondo è rovesciato nel suo possibile significato.

E in momenti come questo, temo di pensarla come Luis Buñuel. 

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gianCarlo Onorato
Musicista e scrittore fuori dagli schemi, ex leader di Underground Life. Ha pubblicato i dischi: Il velluto interiore (1996), Io sono l’angelo (1998), Falene (2004), Sangue bianco (2010, Premio Giacosa 2012); ExLive con Cristiano Godano (2014); ed i libri: Filosofia dell’Aria (1988), L’Officina dei Gemiti (1992), L'ubbidiente giovinezza (1999), Il più dolce delitto (2007), ex - semi di musica vivifica (2013). Centinaia di concerti alle spalle e un nuovo disco e un nuovo romanzo nel prossimo futuro.