Un inchino, De Gregori

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Quando Francesco De Gregori parla di amore e furto nei confronti di Bob Dylan non tutto il discorso può limitarsi alle undici tracce incise in un disco che sembra nato semplicemente per tributare il genio del Minnesota e che invece è molto di più. È il cerchio di una carriera che si chiude. Quei concetti di Love & Theft, di Amore e Furto sono spie luminose che continuano ad intersecarsi con la vita musicale di De Gregori e del suo amore sano e rispettoso per Dylan. E così è nel suo nuovo show, diviso in due tempi intervallati da una pausa di un quarto d’ora (stile Bob) per staccare due lati del concerto apparentemente separati alla nascita, ma in realtà collegati da un filo non trascurabile. Aperto dalla rivisitazione di Desolation Row, il live incontra nelle traduzioni di Dylan il primo tempo e nei successi del Principe il secondo che poi chiude il cerchio con una Buonanotte Fiorellino ricantata sulle note di Rainy Day Women 12&35 dello stesso Dylan. Come se inizio e fine dovessero toccarsi e baciarsi per chiuderlo definitivamente, questo cerchio.

Il cantautore romano, sulla scia di quello che Dylan faceva anni fa e che ha smesso di fare recentemente, decide saggiamente di cambiare la scaletta tutte le sere. Almeno per i pezzi suoi. Quelli del menestrello di Duluth restano sempre gli stessi, con episodi di altissimo livello (Non è buio ancora, Mondo Politico, Un Angioletto come te). Poi, per ripescare dalla sua lunga produzione, conferma dei capisaldi e modifica di sera in sera gli outsider (difficile definir tali, poi, pezzi di De Gregori) del concerto. Perché se sentiamo da anni le magiche esecuzioni de La Donna Cannone, la commozione di un capolavoro come Generale o quel dipinto cantato che è Titanic, eseguirle con la compagnia di altri pezzi non suonati da anni diventa un plus indescrivibile. Questo è un tour dedicato alla novità. Che sia un arrangiamento nuovo di zecca per Rimmel, anticipata da due minuti acustici, o che sia il messaggio culturale lanciato con la lettera per Pasolini (A Pa’).

A Napoli suona Un Guanto, a Roma Gambadilegno a Parigi e a Bari L’Agnello di Dio. E così fino all’infinito, perché il canzoniere di De Gregori propone solo cime vertiginose.

Ma la cima più alte del concerto, almeno quello di Bari, arriva con Santa Lucia. Quello è il momento in cui persino i telefonini si posano. Le bocche tacciono. Le orecchie incamerano tutte le parole. L’ombra che accerchiava De Gregori svanisce per tre minuti. Il principe sta cantando e diffondendo la sua arte. Bisogna solo ascoltarlo e lasciarsi trasportare. E inchinarsi.

“Per chi vive all’incrocio dei venti ed è bruciato vivo, per le persone facili che non hanno dubbi mai, per la nostra corona di stelle e di spine, per la nostra paura del buio e della fantasia.”

Chiudiamo con una gallery fotografica di Dario Fazio

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Marco Fornaro
Ho 18 anni e ospiti della mia play-list sono perlopiù Bob Dylan, De Gregori, i Pink Floyd e tanti altri artisti che mi convincono di essere nato nell'anno sbagliato. Amante di (quasi) tutti i generi possibili, scrivo anche di sport. In due libri a trenta mani ho pubblicato Che Storia la Bari e La Bari siete voi, giusto per render chiara la passione per il biancorosso. Sogni nel cassetto: viver di romanzi e stappare una bottiglia di GreyGoose sui colli bolognesi con Cesare Cremonini.