La carovana gipsy di Levante fa tappa a Milano (foto)

La cantautrice siciliana suona all'Alcatraz di Milano in occasione degli Onstage Award. Il racconto per parole e immagini.

176
0
Levante-concerto-alcatraz-milano
Foto di Fabione Beretta

L’Abbi cura di te tour non è mai terminato. Partito poco dopo la pubblicazione dell’omonimo album, nella primavera del 2015, tra svariate riprese è arrivato ieri sera anche all’Alcatraz di Milano, in occasione della settimana dedicata ai Tim Music Onstage Award. La carovana gipsy capitanata da Levante, aggettivo che ama usare lei stessa, si presenta su un palco il cui allestimento richiama lo spirito del gruppo. Essenziale ma efficace: alcuni drappi dorati pendono sotto la scritta luminosa Levante. Scenografia che ricorda i tendoni da circo e la filosofia un po’ nomade, un po’ sbarazzina, che si respira in quei posti.

Tre brani tratti da Abbi cura di te, riarrangiati in versione pop-rock danno subito un tono energico e vivace al live. Il mondo luminoso e completamente dorato di Levante, si apre al pubblico con Biglietto per viaggi illimitati , seguito da Tutti i santi giorni e Contare fino a dieci, con la cantante che imbraccia la chitarra elettrica, dorata anch’essa, che utilizzerà molto spesso durante il corso della serata. Gli intermezzi ritmici tra un brano e l’altro scatenano il pubblico, Levante si lascia andare sul palco e balla dinoccolata, come le viene. Il suo ristretto repertorio la porta ad eseguire molti dei brani contenuti nei due unici album pubblicati finora ma nonostante ciò riesce a costruire un live che funziona e non annoia, grazie anche alle molte sorprese che riserva ai fans.

A salire sul palco per primi sono i Train to Roots, gruppo sardo che trasforma il live in un concerto reggae con una Levante-jamaicana che duetta sul loro brano intitolato Woman. Breve parentesi malinconica dall’atmosfera più intima e contenuta è riservata alla ballad Abbi cura di te, seguita poi dal singolo di successo Ciao per sempre.
«Canto brani che ho scritto tra il 2010 e il 2012 ed è stranissimo essere qui davanti a voi e ricordare la ragazza che li scriveva. Forse sognavo una cosa del genere ma non l’avrei mai immaginata così», ringrazia il suo pubblico prima di proseguire con Finché morte non ci separi.  Brano cantato nel disco con la mamma, che per l’occasione diventa ospite d’onore e d’eccezione e sale sul palco dell’Alcatraz ad accompagnare la figlia in un duetto, solo voci e tastiere. «Le ho detto di non piangere e alla fine ho pianto io», ride Claudia, questo il nome all’anagrafe, mentre si prepara per la grande festa finale.

Palloncini bianchi e oro vengono liberati sugli spettatori mentre si scatenano con Pose plastiche, a mettere poi la ciliegina sulla torta ci pensa Max Gazzè. «Signori vorrei presentarvi un corista speciale, Max Gazzè!». Nessuna mania di protagonismo per lui che accompagna la band con il suo basso su Cuori d’artificio, prendendoci così gusto da rimanere anche per il brano successivo, inventandosi rumori e ritmiche. Il finale non poteva che essere riservato ad Alfonso, che il pubblico riconosce immediatamente già dal primo accordo di Ukulele. E’ questo il pezzo con cui Levante ha cominciato ad essere conosciuta, grazie anche al ritornello ironico e irriverente.

Claudia Lagona sembra aver imboccato la strada giusta verso una carriera di qualità, o almeno differente e non banale, come quelle intraprese dalla moltitudine di giovani colleghi che provano, come lei, a costruirsi un futuro artistico. Nessuna scorciatoia per arrivare prima, né tantomeno la pretesa di avere tutto e subito. Ci sono volute fatica e dedizione, per arrivare a suonare sul palco principale dell’Alcatraz, di fronte ad un pubblico entusiasta che canta con spensieratezza storie di amori finiti, infelici o deludenti. Perché Levante sa trasformare e rileggere il tutto con autoironia, mascherando i dolori, conservando i ricordi più intimi lontano da occhi indiscreti, voltando pagina presto e ridendoci su.

 

CONDIVIDI
Matilde Ferrero
Vent'anni e un corso di studi a Milano. Soffro di Londonite da quando ho passato tre mesi nella capitale britannica e poi ho dovuto lasciarla. Una volta ho incontrato Paul McCartney, ma non l’ho riconosciuto.