Patti Smith posa per Robert Mapplethorpe. Il suo corpo è diafano, scarno e privo di forme decise.

La sua androginia sorride alla sensibilità ambigua del genio fotografo ancora acerbo, e il loro amore sa di brutte stanze d’albergo, di fiori morti vivi nei vasi, di sere e notti al suono di un unico disco.

Allora Patti è una adolescente che smuove gli animi più conturbati, animata dalla febbre per la poesia e così prossima a divenire la più ieratica delle voci che si siano conosciute.

Vista di fronte, ha il seno minuscolo, il corpo teso e sinistro, ma un’aria commovente e insieme sfrontata emerge dallo sguardo addolorato, la bocca pronunciata in una sorta di perenne denuncia.

Non è bella, ma bellissima sì.

Perché la bellezza è un dato sfuggente e non riguarda la forma delle cose bensì quella dell’indefinito.

Nell’intimità deve essere stata la sorella-amante, per Robert, se consideriamo l’affetto superiore che li ha legati per anni, dalla furia dei sensi fino alla dolcezza del legame profondo, fino all’ultimo saluto, quando lui più tardi si spegne per complicanze dovute all’Aids contratto in ambiti omosessuali.

Separare ciò che è bene e luminoso da ciò che è torbido e nefasto, è impossibile per certe esistenze.

La loro storia è narrata bene in “Just Kids”, chi vuole può trovarla.

Ad ogni modo Patti rimane appesa alla vita ancora per donarsi a un multiforme ventaglio di imprese d’arte, lui cade invece nel sacro dimenticare.

Sarà sempre amato come un autore di immagini al limite dell’accettabile, perverse, illecite, ma i suoi celebri gigli intonsi, carnali, sono l’altra faccia della sua alienità.

Facile pensarli ventenni, resistenti a tutto, a giorni di digiuno, a nottate interminabili in cui la natura sessuale delle scoperte è intrinsecamente allacciata al lirismo che li fa respirare.

Poi lei scopre la propria strada, così lui.

Quando Robert la fotografa per la copertina di Horses, Patti è già una donna sporta verso una declinazione sua di canzone in cui includere tutto, dal cattolicesimo alle profanazioni più delicate, in una parola lei è pronta a fare poesia.

Cos’altro potrebbe mai essere una canzone, se non un laboratorio la cui porta è sempre aperta, la cui luce fioca è sempre accesa.

È un invito lascivo per chiunque ad entrarvi, a denudarsi e a sedersi.

Una preghiera rivolta a se stessi, come dovrebbe essere qualunque riflessione.

Sono passati gli anni, Patti è stata un po’ tutto, e non è più certamente la bimbetta in canottiera che sfidava New York e i suoi circoli d’arte.

Non dorme più negli androni di un hotel, né vive in promiscuità in una camera d’hotel.

È una figura la cui sessualità è divenuta più che mai indistinta, in lei prevale il ieratico, ed è la ragione per cui per lei si è abusato  del termine sacerdotessa.

Con aria di strega santa attraversa il mondo per concerti che somigliano a reading di poesia, e incontri pubblici di sole parole in cui la musica esce dalla sua bocca per immagini.

Sentire cosa dice per i più acerbi in un incontro recente, mette le ali anche alle pietre, mentre lei è riparata dal sole sotto una piccola tettoia di un palco minimo, accanto a un giornalista che non ha domande da fare, ma solo la possibilità di accogliere.

Patti ha gli occhi semichiusi per la troppa luce, e parla come guardandosi dentro.

Dice che ci sono dischi che non ascolterà mai nessuno e libri che verranno letti da cinquanta persone, ma che questo non ha alcuna importanza.

Dice che un artista lo fa perché lo deve fare, per vocazione.

Costruirsi un buon nome  e tenerlo pulito, è piuttosto la giusta missione, e anche il massimo obiettivo da raggiungere.

Suggerisce di non immaginare il successo, ma di svolgere un buon lavoro proteggendolo nel tempo, imparando a prendere le decisioni giuste.

Perché già solo questo è difficile.

Mantenersi sani, tenersi forti dentro e seguire i propri obiettivi, è difficile. Non importa quale sia il proprio ideale, importante è piuttosto conoscere i propri desideri, consapevoli che sarà dura.

Perché la vita è dura.

Si perdono le persone amate.

Qualche volta ci si ammala, in altre perdiamo il controllo.

Ma vi sono anche le più belle esperienze: a volte può bastare un cielo, oppure è la scoperta dell’amore a rinnovarci.

Ma nel pacco-regalo della vita c’è anche la sofferenza, e va saputo: siamo nati col destino di morire, lo sappiamo, e questo ci addolora e avvelena il nostro presente.

Tuttavia ha senso solo ammettere che ci saranno giorni felici e che poi tutto comunque finirà.

Perché vette e abissi fanno parte dello stesso scenario. Ma ne vale la pena.

Il silenzio degli astanti, nel sole, esalta la voce impastata e libera da condizionamenti di Patti Smith.

È come se lei fosse ancora su un letto sfatto in un albergo sconosciuto, di primo mattino, e accanto a lei ci fosse il ragazzo di cui tutto le è noto e per il quale sta tessendo nell’aria un’ipotesi di vita.

Così, per gioco, perché siamo ragazzi, e presi dall’amore.

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gianCarlo Onorato
Musicista e scrittore fuori dagli schemi, ex leader di Underground Life. Ha pubblicato i dischi: Il velluto interiore (1996), Io sono l’angelo (1998), Falene (2004), Sangue bianco (2010, Premio Giacosa 2012); ExLive con Cristiano Godano (2014); ed i libri: Filosofia dell’Aria (1988), L’Officina dei Gemiti (1992), L'ubbidiente giovinezza (1999), Il più dolce delitto (2007), ex - semi di musica vivifica (2013). Centinaia di concerti alle spalle e un nuovo disco e un nuovo romanzo nel prossimo futuro.