La magnifica illusione di Giorgio Gaber

Gli Anni ’70 di Giorgio Gaber, quelli che lo hanno consacrato un grande della canzone e del teatro italiano.

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Fa tenerezza ascoltare e vedere il Gaber in bianco e nero raccolto nel DVD Gli anni sessanta, dove appare in televisione con una padronanza sorprendente. Siamo ancora agli esordi, eppure si nota una capacita non comune nel saper stare in scena, un’eleganza fatta di buone maniere. Ma Gaber mostra già insofferenza per il mezzo televisivo, al punto che in una trasmissione, con la sua abituale educazione, avvisa il pubblicoche la dirigenza, visto il buon risultato di alcune trasmissioni da lui condotte, avrebbe deciso di assegnargli la conduzione di un intero show. Lui però non sa se accettare.
Insomma, Gaber nei sessanta era già maturo, sia nei testi delle canzoni che nei monologhi. Lo sbocco al teatro canzone, così verranno chiamati i suoi spettacoli, sarà dunque una logica conseguenza del suo modo di proporsi. L’aspetto critico e ironico, come quello che lo porterà ad occuparsi del sociale e del politico, traspare già in canzoni come Barbera e champagne e La risposta al ragazzo della Via Gluck.
Che c’entra tutto questo con La magnifica illusione (Volo Libero, pag 199, 16,50 euro) libro che si prefigge di esplorare il mondo di Gaber degli anni ’70? È che Gaber, per non fargli torto, non andrebbe preso a pezzi o a periodi: Gaber è così importante che deve essere conosciuto in blocco.
Dagli esordi di Ciao ti dirò, fine anni ’50, alle ultime canzoni di Io non mi sento italiano del 2003. Lo sa bene Nando Mainardi che inizia a raccontare Gaber partendo curiosamente dal suicidio di Luigi Tenco al Festival di Sanremo 1967. Varie pagine sono dedicate a questo episodio che ha certamente condizionato Gaber, anche lui in gara con E allora dai.
A seguire l’autore chiarisce l’origine del termine cantautore che viene attribuito come invenzione a Maria Monti. Cantante e attrice che agli esordi si esibiva con Gaber. Sempre restando nei ’60 si legge della censura televisiva operata dalla Rai nei confronti di Dario Fo a Canzonissima ’62, mentre Gaber portava in tivù il programma Canzoni di mezza sera.
Arriviamo agli anni ’70 quando siamo ormai a pagina 95 per il capitolo Il signor G e il teatro, ovvero il politico e l’individuo, binomio mai abbandonato, quindi la vicinanza al movimento studentesco, a Re Nudo e ai Festival Proletari. Un Gaber che entra in campo direttamente, mai solo come osservatore, cercando la sua “libertà obbligatoria”, magari mangiando un’idea, ben sapendo che non sarà facile volare alto, in ogni caso facendo finta di essere sani.
Mescolando titoli, tra uno spettacolo e l’altro, rigorosamente nei teatri e non più in tivù, Gaber arriva a Polli di allevamento, dove prende distanza da certi atteggiamenti dei vari movimenti giovanili, pungendoli già nel titolo dell’album. I polli tirati a calci al Festival del Proletariato del Parco Lambro 1976 vengono presi a simbolo per smontare le aspettative di una rivoluzione solo annunciata. Un Gaber che viene contestato a sinistra e che per certi versi lo lascerà interdetto, ma la sua lucidità, come nel libro viene evidenziato, rimane intatta e fervida fino alla fine, fino ai due ultimi album conclusivi: La mia generazione ha perso e Io non mi sento italiano, due capolavori che andrebbero fatti ascoltare nelle scuole.

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Giordano Casiraghi
Nato in Lombardia, prime collaborazioni con Radio Montevecchia e Re Nudo. Negli anni 70 organizza rassegne musicali al Teatrino Villa Reale di Monza. È produttore discografico degli album di Bambi Fossati e Garybaldi e della collana di musica strumentale Desert Rain. Collabora per un decennio coi mensili Alta Fedeltà e Tutto Musica. Partecipa al Dizionario Pop Rock Zanichelli edizioni 2013-2014-2015. È autore dei libri Anni 70 Generazione Rock (Editori Riuniti, 2005) e Che musica a Milano (Zona editore, 2014).