Giappone segreto. Fotografato e ricolorato

A Parma, fino al 5 giugno, il Sol Levante dell'800

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Giappone segreto. Capolavori della fotografia dell’800
Parma, Palazzo del Governatore di Parma
(fino al 5 giugno)

“In Giappone nella seconda metà dell’Ottocento ebbe luogo un singolare connubio. La tecnica fotografica occidentale, che non aveva allora più di una trentina d’anni, si amalgamò in un tutt’uno con la secolare maestria dei pittori locali, capaci di applicare perfettamente il colore anche su minuscole superfici. I risultati artistici furono di sorprendente bellezza e i soggetti rappresentati così verosimili da non riuscire a distinguere le opere migliori dalle moderne fotografie a colori.”
Così si apre il testo del bel catalogo della mostra Giappone segreto. Capolavori della fotografia dell’800, attualmente al palazzo del Governatore di Parma (fino al 5 giugno). È una mostra singolare e affascinante in cui sono esposte 140 fotografie colorate.
L’Italia, che non ha disposto nel secolo d’oro delle raccolte – l’Ottocento– di grandi esploratori o di funzionari coloniali, ebbe però alcuni singolari e curiosi viaggiatori: uno di questi fu Enrico II di Borbone, conte di Bardi, fratello minore dell’ultimo regnante del ducato di Parma. Con la moglie Adelgonda di Braganza (figlia del re Michele del Portogallo) tra il settembre del 1887 e il dicembre del 1889 fece un viaggio intorno al mondo, fermandosi per sette mesi in Giappone. Il museo di Arti Orientali di Venezia è composto quasi esclusivamente dai 30.000 pezzi riportati in Italia da quel viaggio.
Le fotografie – prevalentemente nel formato 20×26 cm – furono scattate e dipinte da un gruppo di fotografi della scuola di Yokohama per un mercato quasi esclusivamente composto da viaggiatori occidentali.
La mostra ci cattura, all’inizio, soprattutto per l’eccezionalità prodigiosa della tecnica in cui al nitore degli scatti fotografici (tutti di ottima fattura) si accompagna il talento del miniatore. Ma man mano che ci si addentra nei diversi soggetti – scene di città, paesaggi, vita contadina, quotidiana, mestieri, cerimonie, ritratti – si rimane stregati dalla bellezza dei soggetti stessi. La natura, il monte Fuji, le acconciature, i costumi, i volti espressivi o delicati, la cerimonia del tè, gli eleganti e rigorosi interni della abitazioni esprimono un mondo altro, probabilmente nel momento della sua scomparsa, della sua perdita di autenticità, della sua esotizzazione.
E così la singolare tecnica ci appare adeguatissima a cristallizzare il passaggio da una vita “reale” autentica alla sua stereotipizzazione.
Un discorso a parte meritano i Fiori di Ogawa. I ciliegi, i loto, i gigli, le camelie, le peonie, i giaggioli esprimono una bellezza formale strepitosa, onirica, simbolica nel suo iperrealismo.
Difficile pensare che Mapplethorpe non le avesse viste.
Infine ci pare bella la scelta di inserire tra le foto le xilografie di Hokusai, Hiroschige, Utamaro, le maschere del teatro del No, alcuni kimono.

 

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Gabriele Miccichè
Lavora nell’editoria dal 1977. A Palermo nella casa editrice Sellerio fino al 1984, poi a Milano presso Gabriele Mazzotta. Dal 1989 è socio e art director dello studio editoriale Ready-made. Le sue passioni sono la letteratura, la grafica, l’arte urbana (ha organizzato mostre sulla net-art e sui writers). Ha pubblicato Giambattista Bodoni e l’arte della tipografia (Edizioni Università IULM, Milano 2013). Collabora con le riviste Bell’Italia e Bell’Europa.