Giulio Casale. Il sogno di un’Italia (che non si arrende) – Intervista

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Il sogno di un’Italia. E’ questo il titolo del nuovo spettacolo teatrale di Andrea Scanzi e Giulio Casale, nuovamente insieme su un palcoscenico dopo l’esperienza de Le cattive strade, omaggio a Fabrizio De André.
Ritratto di un’Italia o, meglio, di un ventennio d’Italia: quello che intercorre tra il 1984 e il 2004. Due date inevitabilmente entrate nella storia del nostro paese, anche se per motivi apparentemente opposti: la morte di Enrico Berlinguer e la morte di Marco Pantani. Dicevamo, motivazioni opposte, ma che servono a ricordarci che la storia o, se preferite, la nostra vita è il risultato di una pluralità di elementi, che vogliono (e sanno) vivere solo insieme. Ne abbiamo parlato con Giulio Casale.

Per la scrittura dello spettacolo, avete preso come punto di riferimento due episodi, uno risalente al 1984 e l’altro al 2004, raccontando il ventennio che intercorre tra le due date. A cosa è dovuta la scelta di questi due avvenimenti?

Ci sembrava interessante raccontare questo periodo, trattandosi del ventennio in cui siamo cresciuti. Sia io che Andrea siamo nati nei primi anni Settanta, quindi, da metà anni Ottanta in poi eravamo in piena formazione, o addirittura in piena coscienza. Penso che sia interessante raccontare quei vent’anni a teatro, perché è un periodo relativamente vicino, ma non ancora storicizzato.
Quanto ai due episodi, la morte di Berlinguer chiaramente ha segnato un’epoca. La fine degli anni Ottanta, inoltre, è stata accompagnata dalla caduta delle ideologie.
Vent’anni dopo, l’Italia e, più in generale, il mondo erano cambiati: non c’erano più appartenenze politiche o schemi ideologici, e quindi poteva capitare di ritrovarsi a piangere allo stesso modo per la morte di uno sportivo, in questo caso Marco Pantani.

Lo spettacolo è un’alternanza tra prosa e musica ma, tra i tanti artisti che omaggi, solo uno è straniero: Jeff Buckley. Perché la decisione di inserire un musicista statunitense in uno spettacolo che parla di Italia e perché la scelta è ricaduta proprio su di lui?

A Jeff Buckley ho dedicato anche un libro. Nello spettacolo eseguo la celebre Hallelujah di Leonard Cohen, quindi si tratta della cover di una cover. Anche Jeff Buckley, a metà degli anni Novanta, era simbolo di speranza; per me lui è stato una rivelazione rock. Quando se n’è andato, la mia generazione ha accusato un duro colpo, così com’era stato con la morte di Kurt Cobain. E durante lo spettacolo racconteremo anche questo.
La scelta delle canzoni, naturalmente, non è casuale, ma tratteggia il percorso drammaturgico che abbiamo deciso di seguire. La parte narrativa è affidata ad Andrea Scanzi, mentre io mi occupo della parte musicale; nel “teatro cantato” le canzoni sono parte integrante dello spettacolo, non sono né una pausa né un momento di distensione ma, anzi, approfondiscono il copione.

Secondo te, qual è il ruolo che la musica è chiamata a interpretare oggi? E’ giusto che si assuma delle responsabilità o serve solo ad alleggerire le cose?

Questo è un aspetto che è mutato radicalmente nel corso degli anni. Io e Andrea, ad esempio, siamo stati ispirati da molti cantautori nel nostro percorso di vita. Alcuni di questi li omaggio nel corso dello spettacolo, pur “facendo mie” le loro canzoni, interpretandole in maniera estremamente personale.
In Italia, i cantautori hanno avuto un ruolo di guida, erano un punto di riferimento per moltissime persone. Oggi, invece, questo sembra quasi impossibile e la musica è relegata ai jingle e agli spot pubblicitari. E questo è l’esito di un cambiamento culturale che ha avuto le sue radici negli anni Ottanta ed è anche per questo che abbiamo deciso di far partire da lì il nostro racconto.

Il vostro è uno spettacolo estremamente eterogeneo. Mettere molta carne al fuoco spesso è un rischio. Vi siete posti questo problema e come avete cercato di farvi fronte?

Il rischio c’era, ma credo che l’alternanza tra musica e prosa abbia creato un bell’equilibrio. Non volevamo fare uno spettacolo solo politico, ma anche lirico. Quindi, ci siamo presi lo spazio per ricordare chi fosse Massimo Troisi, o il giudice Caponnetto. Durante lo spettacolo, vi sono diversi momenti di tensione emotiva, sia nel racconto, sia nelle musiche. E questo perché non si vive di sola politica; anzi, ci sono la musica, il cinema, ci sono i rapporti. C’è la nostra vita.
Durante lo spettacolo, inoltre, facciamo una riflessione sul passaggio, nel corso degli anni, dalla prima persona plurale alla prima persona singolare. Una volta si diceva noi, mentre oggi ci troviamo nell’isolamento quasi assoluto dell’io, nonostante i social media che ci circondano.

Ricollegandosi all’aspetto autobiografico dello spettacolo e, quindi, alla generazione dei quarantenni, qual era il vostro sogno d’Italia, parafrasando il titolo dello spettacolo?

Sicuramente, non questa Italia inerte e arresa di fronte a malaffare e illegalità. Al termine dello spettacolo, la gente esce dal teatro con un senso di spinta, di rivalsa. Una cosa che accomuna me e Andrea è che entrambi abbiamo sempre cercato di essere critici nei confronti di un andazzo generale che vuole un’Italia crogiolarsi nel suo dolore. Quindi, se riusciremo a trasmettere questa nostra voglia e questo nostro bisogno di sentirci vivi e non sconfitti, ci riterremo soddisfatti.

Queste, le prossime date dello spettacolo:
1 aprile Mestre (VE), Teatro Corso
5 aprile Ginevra, Casino Theatre
10 maggio Trieste, Teatro Rossetti

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Laura Berlinghieri
Nata a Venezia, ma vivo a Milano. Classe '93. Diploma al liceo scientifico-linguistico, ultimo anno di Giurisprudenza all'Università di Padova e un Erasmus in Spagna. Tanti interessi: dalla scrittura alla musica, dai viaggi alla politica. Musicista per diletto e aspirante giornalista. Prime collaborazioni con Max/Gazzetta dello Sport, Radio Base di Mestre, Young.it e NonSoloCinema.com. Giornalista pubblicista, da cinque anni inviata alla Mostra del Cinema di Venezia.