L’Armata Brancaleone compie 50 anni

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Quando si decide di guardare un film che racconti un’epoca storica bisogna chiarire a se stessi che cosa si stia cercando. Ammettiamo che l’epoca storica sia il medioevo e che il nostro intento sia quello di riviverlo alla maniera dei romantici, magari con qualche artificio in salsa hollywoodiana, giusto per confermare l’idea che gli effetti speciali di oggi sono la continuazione di sortilegi e incantesimi con altri mezzi; in tal caso niente di meglio che spade implacabilmente conficcate nella roccia, cavalieri fieramente assisi alla tavola rotonda, indomiti eroi alla ricerca del Sacro Graal. Ma se ammettiamo che questa epoca storica sia sempre il medioevo e la si voglia percorrere per ciò che esso effettivamente fu, senza pruriti mistici, ma semmai rallegrato da un senso del ridicolo tra il compiacimento e l’autoironia, la scelta più adeguata non potrà che ricadere sull’Armata Brancaleone di Mario Monicelli, che proprio oggi festeggia il traguardo dei cinquant’anni, essendo stato proiettato per la prima volta il sette aprile 1966 al Barberini di Roma.
Armata-BrancaleoneMa che cosa fu davvero il Medioevo, al netto del cascame di miti e leggende che ne consegnarono un’idea sicuramente fuorviante, anche se di facile appeal? La risposta del regista è molto chiara: una sorta di ground zero dell’umanità, un universo di miseria, ignoranza, credulità e morte, sia pur tinteggiato qua e là da qualche nuance di maniere gentili.
Il merito del nostro film è esattamente questo, di calarsi in tanta estrema sgangheratezza, riuscendo a indurre nello spettatore il buonumore, senza tuttavia mai perdere di vista quell’elemento originario di disincanto.
In breve, la storia è quella di Brancaleone da Norcia, appartenente a una famiglia di nobiltà decaduta, con modi da spaccone, eppur dotato di intrigante facondia, il quale, venuto accidentalmente in possesso di una pergamena attestante il diritto all’investitura del feudo di Aurocastro nelle Puglie, si mette al comando di una compagnia di sbandati (un’armata Brancaleone, oggi si direbbe per l’appunto) per raggiungere l’agognata meta. Dopo varie peripezie e incontri coi più strampalati personaggi, arriva finalmente in Puglia, ma l’attacco dei pirati saraceni vanifica ogni sogno di gloria ed è già molto per lui e i suoi accoliti potersi mettere in salvo e partire per una crociata in Palestina.
Tra le tante prelibatezze di questo capolavoro della commedia all’italiana che si fa beffe del genere picaresco, spicca maggiormente, vero e proprio marchio di fabbrica, la strepitosa invenzione linguistica degli sceneggiatori (Age, Scarpelli e lo stesso Monicelli), un latino maccheronico che, messo in bocca soprattutto al protagonista (un immenso Vittorio Gassman, particolarmente a suo agio nella parte di questa sorta di samurai scalcagnato), ben ne traduce le vanità personali da “vorrei ma non posso”.
E come non ricordare tra gli altri attori Gian Maria Volontè, nei panni del bizantino Teofilatto dal fare sornione, Enrico Maria Salerno, monaco diretto in Terrasanta, di continuo in preda ad allucinazioni contemplative, Catherine Spaak, la bellissima Matelda, fatalmente oggetto della concupiscenza di Brancaleone, Carlo Pisacane (Capannelle, per intenderci), assai bravo a dar corpo all’avido Abacucco, il “giudìo” della comitiva?
E, infine, come non menzionare gli eleganti costumi di Pietro Gherardi o il celebre motivetto musicale di Carlo Rustichelli, dalle movenze goliardiche, un vero e proprio tormentone dell’epoca, o infine i disegni animati della sigla di Emanuele Luzzati?
A distanza di quattro anni, Monicelli tentò il seguito, Brancaleone alle Crociate; tuttavia, nonostante la rinnovata presenza di Gassman e alcune belle trovate narrative, il confronto col primo film non gli lascia scampo.
L’Armata Brancaleone, a cinquant’anni di vita, mantiene intatta la sua vitalità e il suo interesse e, pur commedia scanzonata e divertente, possiede nella sua irriverenza di fondo tutte le caratteristiche dello scandaglio impietoso che fruga senza retorica tra gli anfratti franosi della condizione umana.

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Roberto Berlinghieri
Mi occupo di musica, cinema e filosofia.