Ben Monder
Amorphae (ECM/Ducale)
voto: 8

È quasi evangelica la poetica di casa ECM. “Poco lievito fermenta tutta la farina”: un invito all’impegno per i seguaci di Gesù, che può riverberarsi in una spinta alla sottrazione, all’essenzialità, all’intensità senza massa che possiede tutta (o quasi) la musica, anche quella meno melodica e lineare, che sforna la casa di Manfred Eicher, produttore dalle idee tanto chiare da essere amato appassionatamente oppure lasciato in un angolo con tutto il peso delle domande che si portano appresso gli album che firma.
Nella linea dell’estetica eicheriana si muoveva perfettamente uno dei più importanti batteristi della storia del jazz, l’americano Paul Motian, che, dopo aver affiancato big del calibro di Bill Evans, Paul Bley e Keith Jarrett, per fare solo tre nomi, si ritrovò a realizzare dal 1972 una marea di lavori da solista increspati di narrazioni che – iniziate nel periodo in cui il jazz subiva il rientro negli argini dopo la tracimazione nel rock e nelle folle oceaniche della marea innestata da Miles Davis – davano una risposta evidente alla celebre domanda del sommo Friedrich Hölderlin “a che servono i poeti in tempi di miseria?” sviluppando “una meditazione aerea ed effusiva, un’elegia ansiosa e sensuale” (Christian Tarting).
copa monderAgli ultimi di quei cd partecipava, la sei corde era lo strumento con cui Motian dialogava più volentieri, il newyorchese Ben Monder, strumentista di spessore ed eclettico – fra l’altro appare nell’ultimo David Bowie, Blackstar, dopo aver accompagnato fra gli altri la bandleader Maria Schneider, il contrabbassista Marc Johnson, l’altro batterista-compositore John Hollenbeck – ed eccellente inventore di atmosfere. E proprio a fianco del “maestro” il chitarrista iniziò nel 2010 a impostare questo album, Amorphae, registrando una sentita sessione, che non ebbe seguito a causa della morte di Motian, avvenuta il 22 novembre dell’anno successivo. Quelle registrazioni diventano qui tre brani. “Oh, What a Beautiful Morning”, il vivisezionato standard di Rodgers & Hammerstein tratto dalla commedia musicale Oklahoma!, e “Triffids”, che vedono l’intersezione tra i due come un continuo richiamo di sfumature e di pennellate più intense, di libertà volatili e di impressioni quasi violinistiche, di fiammate e di singulti lancinanti. E la conclusiva “Dinosaur Skies”, senza batteria, sette minuti distesi tra situazioni plananti e altre sperimentali, tra intuizioni improvvisate e discorsi più meditati, che affascina nella sua incoerenza.
Monder, stilisticamente capace di fondere le lezioni multiformi di Bill Frisell e di David Torn, ha poi completato l’album, facendone un omaggio a Motian, tra melodie sinuose e frasi sospese, in cui si vive di suspense emotiva, dove intervalli carichi di tensione aprono squarci su ronzanti poemi e pulsioni inquietanti, a volte meditativi a volte evanescenti a volte graffianti, sempre tesi a dilatare le coordinate spazio-temporali della mente.
MonderPer le nuove sessioni ha chiamato al suo fianco un’altra leggenda della batteria, il più formidabile ritmatista della stagione free, Andrew Cyrille, appassionato sperimentatore e acuto sottolineatore, e il suo amico e collaboratore tastierista Pete Rende, con i quali riprende le registrazioni nel dicembre 2013. Due i brani in trio, il quasi liturgico “Gamma Crucis”, che vede Monder all’inusuale chitarra elettrica baritono, e l’evocativo “Zythum”, pieno di echi che si rincorrono e di riverberi dai mille colori. In duo con Cyrille sono invece “Tumid Cenobite”, con il leader ancora alla baritono, quasi astratta e ciclica, su ritmi asimmetrici appena accennati, ed “Hematophagy”, immateriale quanto carica di un susseguirsi di segnali e di illuminazioni. Infine, “Tendrils” vede Monder in solitudine introdurre un percorso che fa delle minime variazioni la propria poetica, capace di rendere costantemente cosciente l’ascoltatore, quasi fisicamente, che possiede quella stessa potenza per cui “un battito d’ali di farfalla in Cina è in grado di scatenare una tempesta a New York”. Con la Grande Mela proprio al centro del nostro corpo.

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Raffaello Carabini
Che dire? Basta citare la cura di oltre 250 cd compilation di new age, jazz, world e quant’altro? Bastano una ventina d’anni di direzione artistica dell’Etnofestival di San Marino? Bastano i dieci come direttore responsabile di Jazz Magazine, Acid Jazz, New Age Music & New Sounds, Etnica & World Music? Oppure, e magari meglio, è sufficiente informare che sono simpatico, tollerante, intelligente... Con quella punta di modestia, che non guasta mai.