Prince, la sua travagliata avventura italiana

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Prince era un genio, sregolato, fastidioso, psicolabile, egocentrico, paranoico, ma genio. Pochi come lui nella storia della musica degli ultimi decenni furono in grado di cercare, modificare, assorbire e rigenerare le note allo stesso modo, anche se non tutti i suoi lavori erano comprensibili, digeribili, condivisibili. Proprio la sua capacità di spaziare tra i generi come nessuno era spiazzante, ma tanti hanno pascolato voracemente sulle sue intuizioni.

Quando arrivò in Italia per la prima volta, al Palatrussardi di Milano, aveva appena prodotto “Purple Rain”, disco, canzone e film, quel film in cui fece spogliare Apollonia, anticipando la svolta esplicitamente erotica della musica pop americana. Il teatro tenda era pieno e lui stesso non era molto convinto di come l’Italia lo avrebbe accolto. Portò avanti il suo spettacolo nel silenzio della folla, ritmi funky, rock, la sua band al femminile, gli assoli hendrixiani di uno che aveva ben digerito la lezione dei migliori. Poi tra fumi purpurei attacco la prima strofa di “Purple Rain”, all’inizio del ritornello tutta la platea lo precedette in coro. Lui fece un salto all’indietro sorpreso! Sorrise e si riavvicinò al microfono: “Wow! Thank you!”. Il ghiaccio era sciolto e così tra Prince e l’Italia iniziò un contrastato amore. Iniziò anche il brutto vezzo tutto italiota di recensire spettacoli visti a metà, perchè l’importante è vincere, non partecipare. Era una mania del caporedattore del Corriere della Sera che fece disgraziatamente scuola. L’inviato storico del giornale milanese si precipitò nell’auto di servizio dov’era installato da poco un telefono mobile (i cellulari erano di là da venire) e trasmise il suo servizio che raccontava il gran finale con Prince festeggiato con una grande torta di compleanno alla fine e il pubblico che gli cantava in coro gli auguri. Solo che Prince era più imprevedibile di una scaletta di Bob Dylan e i festeggiamenti non avvennero mai, anche se il pubblico li lesse poco dopo la fine sul giornale fresco di stampa.

Quando tornò in Italia una seconda volta, nell’88, il genio di Minneapolis aveva già avuto un’altra idea e spostato i suoi interessi musicali. Il “Lovesexy tour” lo vedeva sperimentare un palco centrale con pedane mobili a più dimensioni e i musicisti (anzi, “le musiciste”, con la grande Sheila E. Escovedo alla batteria) muoversi continuamente fra le varie postazioni. La cosa piacque molto a Baglioni.

Poi Prince fu fagocitato da meccanismi più grandi di lui. Franco Mamone cercò di venderlo per un concerto all’Arena di Verona a chiusura di un convegno di Comunione e Liberazione, ma non se ne fece nulla. Poi chiuse tempo dopo un altro progetto, farlo suonare a Roma allo Stadio dei Marmi, ma a biglietti venduti fino all’esaurito, in extremis il concertò saltò.

Ne seguì un contenzioso legale infinito, con Mamone che si rifiutò di restituire i biglietti chiamando in causa Prince, che pagasse lui. Gli fece causa per un miliardo di lire con sequestro degli strumenti se solo avesse messo piede nel Bel Paese.

Due anni dopo fu Francesco Sanavio, manager italiano di Ray Charles e James Brown, a ritentare l’avventura: “Comprai quattro date per un miliardo e 400 milioni, ma rimaneva la questione Mamone aperta – ricorda -. Franco era un amico ma aveva il dente avvelenato con Prince, così dovetti pagarlo io perchè rinunciasse al contenzioso. Gli versai un sacco di soldi, non ricordo quanti, e dovetti andare da Prince con le carte in mano a Rotterdam dove aveva la prima data del tour, per garantirgli che poteva rimettere piede in Italia senza problemi. Ma la gente si fidava poco ormai. Al primo concerto al Flaminio di Roma non c’era molta gente e molti si erano presentati, tre o quattromila, con ancora i biglietti di due anni prima per lo Stadio dei Marmi. Riuscìi a farlo esibire il giorno dopo a cava dei Tirreni, poi sparì. A Torino e Udine negli stadi la prevendita era sui quattro/cinquemila biglietti venduti. Così decisero di evitare il flop e andarono direttamente in Spagna. Toccò anche a me fargli causa. Andammo a Minneapolis con gli avvocati, senza riuscire a scucirgli un soldo nonostante il tribunale mi avesse dato ragione. Mi doveva ancora un milione di dollari!”.

La complicata storia di Prince è nota, la sua scelta di liberarsi del contratto capestro con la Warner per mettersi in proprio, registrando in dieci giorni l’album che mancava alla risoluzione, quindi la decisione di cancellare il suo nome d’arte per sostituirlo con un simbolo, The Love Symbol, la perfidia di farsi chiamare Tafkap, acronimo di The Artst Formerly Known As Prince, rendendo la vita impossibile ai media, soprattuto ai giornali, la scelta di difendere la propria produzione integrale senza compromessi, rifiutando iTunes, gli Mp3 e la scomposizione degli album fino a produrre dischi come intere suite di canzoni non estrapolabili, o promuovendo la vendita su internet senza passare per distribuzione e industria discografica, crendo un sito apposito dove iscrivendosi a pagamento (100 dollari) si aveva diritto a scaricare liberamente brani e materiale inedito.

Controverso, inquieto, capace di scrivere e incidere una canzone nuova al giorno da riporre a futura memoria, Roger Prince Nelson è stato uno dei grandi geni inafferrabili del nostro tempo, perennemente contro i fantasmi dell’industria musicale, fino a soccombere ai propri.

 

(c) Giò Alajmo 2016

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Giò Alajmo
Giò Alajmo ha la stessa età del rock'n'roll. Per 40 anni (1975/2015) è stato il giornalista musicale del principale quotidiano del Nordest, oltre a collaborare saltuariamente con Radio Rai, Ciao 2001, radio private e riviste di settore. Musicalmente onnivoro, è stato tra gli ideatori del Premio della Critica al Festival di Sanremo e ha scritto libri, piccole opere teatrali, e qualche migliaio di interviste e recensioni di dischi e concerti.